I colori esplosivi di Alberto Boschi

Da tre anni la galleria PagettoArte di Novi Ligure organizza esposizioni antologiche dedicate agli interpreti della pittura novese del secondo ’900, grazie al patrocinio del Comune e dell’associazione Novinterzapagina. Cinque sono gli artisti omaggiati fino a oggi dalle retrospettive allestite seguendo questo filo conduttore, ovvero Mario Maserati, Don Paolo Ponta (il sacerdote pittore), Beppe Levrero, Alberto Boschi e Luigi Podestà.

Claudio Pagetto spiega: «L’obiettivo verso cui, sin dall’inizio, abbiamo rivolto lo sguardo, attraverso la riproposizione e la riscoperta dell’opera degli interpreti storici dell’arte novese, è la creazione di un polo di confronto dialettico aperto ad artisti, appassionati, curiosi, studiosi e operatori del mondo dell’arte (e della cultura in generale) del nostro territorio. Questo obiettivo ci appare oggi sempre più raggiungibile. Questo ci conforta, ci dà nuovi entusiasmi e ci ingolosisce, spingendoci ad andare avanti. E l’ultima ciliegina è la mostra antologica Luigi Podestà, del quale il prossimo anno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della scomparsa: la mostra è stata inaugurata lo scorso 25 novembre ed è visitabile fino a mercoledì 20 dicembre 2017».

Di seguito vi proponiamo un estratto dal catalogo realizzato in occasione della mostra Alberto Boschi che si è tenuta nel 2015 presso la galleria PagettoArte, con le opere dai colori esplosivi, ricche di passione e gioia di vivere, del pittore novese classe 1935.

Per Alberto

di Franco Contorbia

L’occasione, va detto subito, non è riducibile al tritume dell’ordinaria ferialità. Alberto Boschi inaugura a Novi la sua terza ‘personale’, a cin-quantadue anni dalla prima, a quarantanove dalla seconda, e lo fa nell’imminenza della fiera di Santa Caterina, una ricorrenza che un tempo na-turalmente si inscriveva in un orizzonte di piogge e nebbie appena illuminato dalle luci delle giostre e dei tirassegno: a obbedire alla più immediata tra le involontarie associazioni mentali che Santa Caterina è in grado di indurre, credo che il tabar-ro dell’orefice Minetto, o di Ottavio Morisani, o di Gigi Bailo, possa riassumere il senso di una stagione remota, se non estinta, non diversamente dal cappotto di Gogol’ che, Dostoevskij auctore, conterrebbe incistate in sé tutte le potenzialità del grande romanzo russo dell’Ottocento.
Qualche ragione profonda o addirittura indeci-frabile ha governato questo ‘ritorno’ di Alberto in un milieu, in realtà, mai abbandonato ma come slontanato fin dal giorno in cui decideva di la-sciarlo e non lasciarlo andando a vivere, tra il 1969 e il 1979, a Villa Angela, sulla Strada di Rocca Sparviera, a breve distanza dall’edicola di Sant’Antonio del porcello, amorosamente sotto-posta a un restauro troppo presto dilavato dall’in-clemenza degli inverni. Poi, i lunghi, ininterrotti anni dell’esilio volontario al Belvedere fuori Ca-priata lo hanno reso insieme inaccessibile e per-vio, e la sua disponibilità a risolvere una costituti-va vocazione alla solitudine in un abito di civilis-sima socievolezza ha quasi sempre convissuto con una tendenziale riluttanza a dare pubblica-mente conto dei risultati dello straordinario eser-cizio inventivo che non ha smesso di condurre a specchio di un paesaggio senza eguale. Nella nu-merata sequenza delle sue mostre personali (non nella folta costellazione delle ‘collettive’) Novi aveva cessato di esistere.
Non sfuggirà, dunque, l’eccezionalità di una simile reimmersione nel cuore, non so se tenebro-so o stanco, di un paese che non è più lo stesso in pressoché perfetta coincidenza con una circostan-za calendariale («Un pretesto aritmetico ci riuni-sce qui», ebbe a dire Gianfranco Contini, nel 1975, sulla soglia della festa dedicata ai no-vant’anni di Marino Moretti) che potrà apparire
inverosimile a chi consideri la fisionomia ancora mobilissima, magmatica, ‘aperta’ del lavoro di Alberto. Per una preterintenzionale ma sintomati-ca sovrapposizione, o intersezione, di destini i suoi ottant’anni (ai quali accade di porre mente con la stessa incredulità manifestata all’altezza dei sessanta dal compianto Sebastiano Vassalli) coincidono con il centenario della nascita di Al-berto Burri, che il Guggenheim di New York ce-lebra dal 9 ottobre al 6 gennaio del prossimo an-no, e che non riesco peraltro a svellere dal peri-metro (pur nel fatto reietto, come si addice a un luogo familiare e straniero) di Città di Castello, di Palazzo Albizzini, degli ex Seccatoi del Tabacco.
Invano Bruno Soro e io abbiamo assiduamen-te (candidamente?) vagheggiato l’idea che nel 2015 giungesse a prender forma, a Novi, una mo-stra antologica di Alberto finalmente capace di cogliere gli snodi di una esemplare vicenda bio-grafica e compositiva condivisa con Gianfranco Fasce, Tino Vaglieri, Piero Ruggeri, con i prota-gonisti, insomma, di una generazione che sul sot-tile discrimine tra «ultimo naturalismo» e infor-male investigato con connivente simpatia da Francesco Arcangeli ha rinvenuto il suo decisivo ubi consistam, tesaurizzando la lezione di fratelli maggiori come Alfredo Chighine e Vasco Bendi-ni, o, più addietro, di maestri come Sutherland, De Staël, Morlotti (la traiettoria che va da Cézan-ne a Morandi non richiede parole).
L’impresa non è stata possibile, e solo grazie alla generosità e al coraggio di Claudio Pagetto una seletta serie di opere di Alberto Boschi degli anni 1998-2014 trova oggi una collocazione de-gna in uno spazio prossimo alla larga navata della secentesca chiesa di San Nicolò, progettata da Gio Antonio Ricca e inscindibilmente legata, nel ricordo dei meno giovani, alla tollerante cura d’a-nime che vi ha esercitato per decennî il colto pre-te che fu don Lorenzo Motta, amico di Beppe Levrero e, di là dalle mura di Novi, di Fiorenzo Tomea (al suo esclusivo ufficio, e merito, si deve la presenza, ignota ai più, in San Nicolò del ta-bernacolo dell’altare maggiore realizzato da Luigi Broggini e di una scultura, la Madonna della Strada, di Virginio Ciminaghi: una sorta di felice intrusione ‘lombarda’ in una terra di confine tra Piemonte e Liguria non per caso collocata sotto la giurisdizione del titolare della interregionale diocesi di Tortona).
Il presente catalogo allega alla riproduzione dei quarantuno specimina esposti nelle due sale di Via Girardengo (un campionario che induce a
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una rapida revisione delle categorie cromatiche promosse a titolo della mirabile mostra L’azzurro e il verde, allestita a Castel San Pietro, nel 1975, da Silvano Ceccarini, che accoglieva, accanto ad Alberto, Mario Canepa, Alberto Gianquinto, Pie-ro Guccione e Franco Meneguzzo) un ventaglio di documenti e di testi che ho ripercorso con una disposizione d’animo piuttosto turbata che impas-sibile, e tuttavia (anzi perciò) intransitiva, lette-ralmente non comunicabile.
Con la prodigiosa opera grafica di Alberto Boschi ho ragione di ritenere che l’appuntamen-to, ora fatalmente eluso, sia semplicemente rin-viato: urgente mi sembra l’esigenza di aggiornare e stampare l’artigianale, ma già impeccabile, cen-simento (351 pezzi compresi tra il 1968 e il 2011) che Alberto ne ha tentato e prodotto sibi et pau-cis.
A una (la più dimenticata, temo) delle care ombre che popolano queste pagine (Gigi Podestà, Giancarlo Cabella, Agostino Remotti, Aldo Co-scia…) mi sarà concesso di rendere omaggio. Agostino Remotti è stato, di Alberto Boschi ven-tottenne, il Giovanni Battista: la p. 62, che ne fis-sa un’immagine non scalfita dal corso degli anni, acuisce, se possibile, il rimpianto di una voce inconfondibile, e spesso assistita dalla grazia, che chiede d’essere contesa al regno dei morti.

Autori Vari, Alberto Boschi, Edizioni Epoké (2015), pp. 10-11

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