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Secondo l’ultimo sondaggio Index Research, diffuso tre giorni fa, Lega Nord e MoVimento 5 Stelle sono i due partiti che stanno guadagnando più intenzioni di voto rispetto alla settimana scorsa: entrambi stanno crescendo dello 0,4%, mentre Forza Italia è in calo dello 0,1% e la coalizione guidata dal PD perde lo 0,3%.

Secondo gli analisti, il balzo della Lega è dovuto molto probabilmente agli ultimi fatti di cronaca legati al tema della sicurezza e dell’immigrazione (in primis il caso Macerata).

Certo è che M5S e il partito di Salvini stiano portando avanti una rapida scalata al Governo e che quanto sta accadendo non è un fatto solo italiano. Un’ondata populista ha investito da qualche anno ormai le democrazie occidentali, e non accenna ad arrestarsi: il 25 ottobre 2017 nella Repubblica Ceca le elezioni sono state dominate dal miliardario populista Andrej Babis, che a capo del partito dall’eloquente nome “Partito dei cittadini insoddisfatti” arriva a sfiorare il 30%, sbaragliando i partiti tradizionali.

Dieci giorni prima in Austria grande successo del Partito popolare ÖVP guidato dall’enfant prodige Sebastian Kurz, 31 anni, che ha spostato l’asse del partito nettamente a destra cavalcando la retorica del cambiamento. Un mese prima, il 24 settembre, abbiamo avuto in Germania l’avanzata dell’estrema destra xenofoba e euroscettica dell’Afd. E nel mese di maggio in Francia, per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, non sono andati al ballottaggio per il Presidente nessuno dei due partiti storici, Socialista e Repubblicano. Un’onda lunga e spesso inaspettata: basti pensare ancora al successo di Donald Trump di un anno fa e a quello per la Brexit di qualche mese prima.

Diverse ricerche sono state effettuate da studiosi europei e statunitensi per interpretare questi fenomeni così simili fra loro, e le spiegazioni sono in estrema sintesi riconducibili a una tesi fondamentale: quella dei “perdenti della modernizzazione”, nella duplice accezione dei “perdenti culturali” e dei “perdenti economici”. Le immagini televisive dei barconi dei migranti, gli attentati del terrorismo islamico, gli episodi di microcriminalità ricorrenti hanno generato nuove ostilità e nuove paure. Si tratta di una reazione di disorientamento culturale che, secondo le ricerche condotte, ha trovato la massima diffusione fra gli anziani, gli uomini, i meno istruiti, gli abitanti delle periferie, i meno abbienti.

Mentre questa spiegazione del successo dei partiti populisti – cara alla destra – fa capo a una linea interpretativa di tipo “psicologico” (disorientamento e paura), la seconda lettura, quella dei “perdenti economici della modernizzazione” – che è cara alla sinistra – vede il populismo generato dal disagio economico.

Nasce facilmente in questo quadro un diffuso atteggiamento di risentimento verso le élite dominanti e verso la classe politica, che rappresenta un terreno quanto mai fertile per l’appello populista.

Tuttavia alle radici del successo del MoVimento 5 Stelle dobbiamo trovare altre spiegazioni, oltre a quella culturale e a quella economica. Il populismo trae alimento non solo da crisi economiche, ma anche da crisi politiche che possono essere indipendenti dal cattivo andamento dell’economia (corruzione, mancato funzionamento dello stato di diritto, inefficienza del governo, effetto deleterio dei grandi scandali sulla fiducia nelle istituzioni). E nel nostro Paese la crisi politica ha preceduto quella economica (basti pensare all’implosione della Democrazia cristiana e al cambio di pelle del Partito comunista).

Il populismo italiano del Movimento 5 Stelle rimane in Europa e nell’occidente un caso anomalo. Ha raggiunto livelli quantitativi non paragonabili con gli altri populismi europei; non ha assunto un connotato di destra come quasi dovunque è avvenuto (con la sola eccezione di Podemos in Spagna). Ma le incertezze interpretative sulla sua genesi e sulle motivazioni che l’hanno fatto nascere sono pari alle incertezze sul suo futuro politico.

Nel suo ultimo saggio Democrazia, populismo e leadership: il MoVimento 5 Stelle, Flavio Chiapponi, ricercatore in Scienza Politica presso l’Università di Pavia, dove insegna Comunicazione politica e Scienza dell’Amministrazione, indaga il nesso tra democrazia e populismo: chiarisce i confini definitori del fenomeno populista in tutta Europa e analizza le componenti che agevolano le insorgenze e ne propiziano il successo. Applica poi questa chiave di lettura processuale al caso italiano, soffermandosi in particolare sul boom del M5S degli ultimi anni.

Ultimo arrivato nella già affollata platea dei populismi nostrani, il MoVimento viene esaminato da Chiapponi anche dal punto di vista organizzativo: leadership e organizzazione tendono a sovrapporsi come nel modello del partito personale, creando un unicum inscindibile agli occhi dei militanti e degli elettori.

Riportiamo qui un estratto dal quarto capitolo del volume, pubblicato nella collana Ricerche di Edizioni Epoké.

Il MoVimento 5 Stelle: il late comer dei populismi italiani

Secondo una formula che riflette efficacemente una situazione documentata ad abundantiam, l’Italia ha rappresentato e rappresenta una specie di «paradiso populista» ovvero «la terra dei molti populismi» (Tarchi, 2003 e 2008). Il dato si è ulteriormente rafforzato a seguito alla comparsa del M5S, il partito che Beppe Grillo, e l’esperto informatico Gianroberto Casaleggio, fondarono a Milano il 4 ottobre 2009. A dire il vero, il battesimo ufficiale era stato precedu­to da una serie di passaggi organizzativi che ne lasciavano presagire la graduale appropriazione e la successiva padronanza di un repertorio d’azione simile a quello adottato dai movimenti anti-establishment già noti in Europa: dall’aper­tura online del blog beppegrillo.it (26 gennaio 2005)2, il primo luogo virtuale di mobilitazione dei “grillini” a opera del loro capo; alla convocazione dei due V-Day3, in date cariche di valenza simbolica per la comunità nazionale (l’8 set­tembre 2007 e il 25 aprile 2008), che sancivano l’esordio pubblico nelle piazze, sotto il segno dell’ostilità anti-élite – i bersagli delle manifestazioni erano infatti individuati, rispettivamente, nella classe politico-parlamentare e nella “casta” dei giornalisti; fino alla presentazione di liste civiche “certificate” dall’ormai ex comico (che in molte occasioni recavano la denominazione “Amici di Beppe Grillo”) per le elezioni amministrative del 2009 in alcuni Comuni italiani.

I pentastellati giungevano così, last but not least, ad arricchire la già nutrita famiglia dei populismi nostrani, raccogliendo un consenso via via crescente alle urne. Infatti, ai modesti (ma significativi) risultati raggranellati nelle ele­zioni regionali del 2010 in Piemonte – dove la presentazione delle liste del MoVimento fu decisiva, secondo gli esperti di comportamento elettorale, per decretare la sconfitta della Presidente uscente Mercedes Bresso, alla guida di una coalizione di centrosinistra – e in Emilia-Romagna, che videro l’ingres­so del neonato partito nelle assemblee elettive (1 consigliere eletto nel primo caso, 2 nella «regione rossa» per definizione), seguirono i successi nel voto locale del 2012, quando il M5S strappò il governo di qualche Comune, tra cui l’importante città di Parma e risultò il partito più votato in Sicilia5, e, soprattut­to, nelle elezioni politiche nazionali del 2013, nelle quali i grillini trionfarono con il 25,6%, pari a 8.691.406 voti, superando, seppure di poco, il Partito De­mocratico, a capo della coalizione vincente di centrosinistra, fermo al 25,4%6.

Tuttavia, la comunità accademica, chiamata a lumeggiare l’identità di una formazione politica di nuovo conio e al contempo beneficiaria di un sostegno che, per dinamica e per magnitudo, evocava forse un unico precedente (quel­lo di Berlusconi e di Forza Italia nel 1994), è apparsa fin dall’inizio discorde nel classificarne i cromosomi. I primi sforzi cognitivi esibiscono infatti una polarizzazione piuttosto nitida tra gli studiosi che vi intravedono il late comer nell’affollata galleria dei partiti populisti italiani; e coloro che, pur non negando la presenza di venature populiste al suo interno, lo concepiscono come un sog­getto politico ibrido, fortemente innovativo e perciò difficilmente incasellabile nelle categorie di analisi tradizionali.

Collocandosi appieno nel secondo indirizzo interpretativo, taluni han­no sostenuto che il M5S intende «dare voce e guidare la protesta senza però utilizzare le logiche e gli obiettivi che caratterizzano i partiti populisti, con una proposta politica completamente diversa» (Biorcio e Natale, 2013, p. 140). Sot­to questo profilo, se il neonato MoVimento si avvicina alle più note forme di mobilitazione populista per la corrosiva impostazione antipolitica e antipartiti­ca, d’altro canto se ne distacca allorché si tratta di tradurre lo sdegno popolare in una collocazione politica alternativa a quella mainstream, che va individuata nelle nuove prassi democratiche. Conviene, a questo proposito, riportare in­tegralmente il ragionamento: «Per i partiti della destra populista il popolo può riacquistare la sovranità affidandosi ad un leader “forte” in grado di far valere nelle istituzioni la volontà della gente comune. Il progetto del M5S è invece di riconquistare la sovranità popolare attivando tutte le forme di partecipazione dei cittadini, in particolare diffondendo le esperienze di democrazia diretta e di democrazia deliberativa. Grillo rifiuta di candidarsi e mantiene sempre un distacco critico, a volte ironico, sulla sua possibilità di conquistare posizioni di governo. Più in generale, si oppone alla tendenza alla personalizzazione della politica» (ivi, p. 141)7.

Insomma, laddove la familiare “ricetta” populista («di destra») si contrad­distingue per una proposta autoritaria, incarnata dal capo assoluto, perciò orientata secondo un criterio rigorosamente verticale, il rimedio avanzato dai pentastellati consiste in misure “partecipative”, improntate a una decisa orizzontalità. Questa differenziazione di ordine generale ne produce altre, più specifiche; ad esempio: «Il programma costruito dal M5S è completamente diverso, come abbiamo visto, quasi opposto alle piattaforme sostenute dai partiti populisti. Gli obiettivi proposti sono soprattutto orientati a favorire la democrazia partecipativa dei cittadini, a difendere uno stato sociale di tipo universalistico, a tutelare e valorizzare i beni comuni e/o pubblici. […] Per i partiti della destra populista il popolo è una comunità connotata in termini etnoculturali, che identifica i suoi nemici negli immigrati e, più in generale, in altre nazionalità o nelle istituzioni sovranazionali. Per il M5S la comunità di riferimento non è definita in termini culturali o razziali: il riferimento è in generale all’insieme dei cittadini, anche se un ruolo particolare viene assegnato alla comunità di frequentatori del web, in particolare a chi fa riferimento al blog del comico genovese» (ivi, pp. 141-142). Per illustrare empiricamente que­ste differenze, si allude alle posizioni favorevoli al mantenimento del reato di immigrazione clandestina nel nostro ordinamento, espresse apoditticamente da Grillo, in stridente contrasto con le opinioni degli attivisti: proprio in virtù di tale discordanza le preferenze del capo non avrebbero trovato spazio nelle linee di policy adottata dal MoVimento.

Da siffatta struttura argomentativa scaturisce l’irriducibile originalità (che sfuma, talvolta, nell’ambiguità) attribuita al nuovo soggetto politico8. Un tasto sul quale anche altri insistono: «Il populismo non è […] estraneo al M5S. Tut­tavia altra cosa è sostenere, come fa una parte consistente della letteratura, che l’etichetta “populista” sia esaustiva della complessità di questa forza politica. Il M5S ha invece tratti comuni anche con altre forme di azione politica, diver­se tra loro e diverse dal populismo» (Caruso, 2015, p. 327). Per corroborare questa affermazione, vengono citati essenzialmente due insiemi di indicatori.

Primo: le spiccate similitudini tra lo stile di azione del M5S, in cui pre­valgono le logiche di interdizione e di controllo (Rosanvallon, 2009), e quel­lo tipico dei movimenti sociali, specialmente in sede locale. Perché? «Nelle mobilitazioni locali è molto diffusa l’idea che destra e sinistra siano categorie inattuali. Si tratta di movimenti che, come il M5S, affermano in alternativa ai cleavage tradizionali il valore della comunità dei cittadini, del pragmatismo […] e dell’immediatezza, cioè dell’ostilità al ruolo dei mediatori politici organizzati» (Caruso, 2015, p. 328, corsivo nel testo). Ad esempio, il sostegno prestato alle rivendicazioni del movimento “No Tav”, che si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa sulla base di motivazioni connes­se alla tutela dell’ambiente e allo stile di vita delle comunità autoctone, certifi­cherebbe, secondo questo accostamento interpretativo, una relativa contiguità identitaria con il partito di Grillo, che sarebbe tale da metterne in discussione il profilo populista tout court.

Secondo: nell’autorappresentazione dell’impronta “rivoluzionaria” del MoVimento 5 Stelle, balza agli occhi la sovrapponibilità con i contorni del pensiero della sinistra marxista. Più specificamente, in riferimento al rapporto governanti – governati, viene richiamato «l’antagonismo tra professionismo politico e organismi di democrazia diretta» (ivi, p. 329), tipico di esperienze quali la Comune di Parigi o i Soviet del 1917, così come la neutralizzazione delle barriere tra politica e società, con la riduzione della prima a pura ammini­strazione, che perciò sarebbe alla portata di qualsiasi cittadino – come scriveva Lenin in Stato e Rivoluzione.

Tirando le fila, al fine di introdurre un minimo di ordine nella «eterogeneità di forme organizzative, contenuti programmatici e stili retorici» che distin­gue la formazione pentastellata dalle altre, Caruso sostiene che i tratti qualifi­canti sarebbero: l’emersione di una «forma politica post-rappresentativa»; un particolare collegamento con i processi sociali contemporanei, dato dal «suo rapporto con le dinamiche della cosiddetta economia della conoscenza» (ivi, p. 337) – caratteri che la nozione di “populismo” non sarebbe in grado di affer­rare compiutamente.

La stessa tesi viene ripresa da contributi di taglio differente, che pure sotto­lineano che «Il concetto di populismo o di web-populismo […] descrive solo una parte di quel che è il M5S» (Ceccarini e Bordignon, 2015, p. 155): in par­ticolare, l’individuazione del nemico (i partiti tradizionali) e la denuncia della democrazia rappresentativa, a cui va aggiunta la celebrazione del cittadino co­mune come il vero protagonista della politica. La poliedricità tipica di questo attore politico, tuttavia, non viene del tutto assorbita da questi aspetti, tanto che il MoVimento rappresenterebbe un vero e proprio «ibrido organizzativo», strutturato secondo il modello del movement party (Kitschelt, 2006): uno stadio di sviluppo per definizione intermedio e (perciò) precario, che non abbandona del tutto gli stili di azione tipici dei movimenti sociali (in primis, la protesta) ma allo stesso tempo si colloca stabilmente dentro la sfera politica e non ai suoi margini. Il successo elettorale e l’ingresso nell’arena parlamentare rappresenta­no fattori che, mettendo sotto pressione il nuovo soggetto politico, lo spingo­no al mutamento della fisionomia originaria, come è accaduto per altre forma­zioni di questo tipo. Se i primi segnali di cambiamento appaiono evidenti – si pensi all’allargamento della base programmatica, al fine di assecondare una condotta elettoralmente aggressiva, di impronta catch-all, oppure alla creazione del cosiddetto “Direttorio”, un organismo di cinque membri che si frappone tra i seguaci e Grillo, con compiti di coordinamento tra istituzioni e territorio – la direzione del processo non è affatto chiara, giacché quest’ultimo «non sem­bra seguire una traiettoria predeterminata, di ineluttabile istituzionalizzazione, dal movimento al partito (concepito in senso tradizionale). Piuttosto il suo [del M5S] successo sembra essere collegato all’abilità di conservare e di adattare al contesto istituzionale l’approccio ibrido qui descritto» (Ceccarini e Bordignon, 2015, p. 156). Sulla stessa lunghezza d’onda, si era sostenuto che, a partire da una descrizione ravvicinata del MoVimento, «se ne possono cogliere e ricavare suggerimenti, piuttosto che definizioni definitive. Perché l’oggetto di indagine (e di discussione) sfugge, cambia di segno e immagine non appena si tenta di fissarlo e di riassumerlo in modo conclusivo» (Diamanti, 2013, p. 4).

Ora, quale validità possiamo attribuire a questi rilievi? L’identità innovativa assunta dal M5S, sul quale gli autori sopra citati focalizzano il loro interesse, è davvero tale da rendere inapplicabile il concetto di populismo al fine di coglier­ne le peculiarità? A mio avviso, una risposta affermativa rischierebbe di rivelarsi troppo affrettata. Da un lato, le posizioni finora esaminate risentono della diffi­coltà, che è presente in re, di inquadrare e di mettere a fuoco, sul piano analitico, un fenomeno che è indubbiamente variegato e ricco di complessità; dall’altro lato, tuttavia, in alcune trattazioni è lecito intravedere il cedimento a certi “apri­ori”, così come l’arrendevolezza verso determinati orientamenti di valore, che dovrebbero essere messi a riposo nell’accostarsi all’intrapresa scientifica.

L’approccio di Biorcio (e Natale) non sembra essere completamente al riparo da questi condizionamenti. In effetti, come ho sostenuto altrove (Chiapponi, 2016), qui la riluttanza ad inserire il M5S nel novero delle for­mazioni populiste sembra derivare dalla sua (postulata) inafferrabilità e dalla volontà di non assimilarne il profilo a quello tipico della «destra populista», nella convinzione che l’oggetto sia (completamente) differente. Quanto al primo aspetto, l’insistenza sull’assoluta novità della proposta politica avan­zata dal M5S appare più ipostatizzata che sorretta dalle osservazioni empiri­che; anzi, sembra di trovarsi di fronte all’ennesima reiterazione del familiare motivo della “eccezionalità italiana”, una chiave di lettura tendenzialmente aprioristica, secondo la quale gli sviluppi politici del nostro paese sarebbero dotati di una presunta ed ineliminabile originalità, tale da sottrarli al dominio delle categorie abitualmente adoperate dalla scienza politica per designare, classificare ed interpretare i fatti e le connessioni tra fatti9. Peraltro, di fron­te a manifestazioni reputate inedite per il contesto italiano, non vi sarebbe comunque ragione per rinunciare ad accertare la validità del repertorio di concetti e di indicatori già in uso, prima di deliberarne (eventualmente) l’i­nadeguatezza e di procedere alla elaborazione di un nuovo prontuario. Sotto questa luce, il rifiuto di impiegare il concetto di “populismo” per connotare il M5S appare decisamente frettoloso.

Passando al secondo aspetto, nel ragionamento che Biorcio e Natale (2013) esplicitano, non è arduo scorgere l’adesione a una prospettiva che identifica il populismo con un posizionamento sul polo di destra dello spettro ideologico. Fermata tale caratterizzazione, proseguendo per la traiettoria di approfondi­mento prescelta dagli autori è facile dare risalto agli aspetti che, verosimil­mente, impediscono di annoverare il MoVimento 5 Stelle tra le formazioni politiche che esibiscono le medesime peculiarità – basti citare la sostanziale assenza di tematiche xenofobe dalle linee guida programmatiche presentate ai cittadini in occasione degli appuntamenti elettorali. Il punto è che, come sappiamo, la mentalità populista non si presta a essere sondata e compresa secondo un criterio ideologico: che, al massimo, può essere di aiuto per trac­ciare classificazioni interne al campo populista, per distinguere cioè le diverse specie di populismo; ma non provvede un supporto adeguato a discernere il genere populista dagli altri – anzi, come ha osservato Marco Tarchi (2003, 2015a e 2015b), nell’analisi del populismo il ricorso all’etichetta di “destra” attiva sovente pregiudizi di valore e inclina a generare ulteriore confusione in un ambito della ricerca dove già si registrano non poche divergenze circa la delimitazione stessa del fenomeno. Allora, il “test” finalizzato a verificare se il M5S appartiene o meno alla famiglia populista dovrebbe tenere conto di altri elementi, a cominciare dalla manifestazione dei tratti invarianti che accomuna­no le espressioni populiste in democrazia (eticizzazione del popolo, orienta­mento anti-élite e anti-istituzionalismo). In questi termini, come vedremo tra poco, il vaglio empirico è suscettibile di restituire un responso diametralmente opposto a quanto affermato da Biorcio e Natale10.

Che dire degli altri approcci che proclamano l’irriducibilità del partito di Grillo alla sua dimensione populista? Quanto alla chiave di lettura proposta da Caruso (2015), la tesi che distingue nell’organizzazione del MoVimento

il connubio inedito tra populismo, da una parte, e dottrine e stili di azione di differente provenienza ideologica, dall’altra, a mio modo di vedere si innesta sopra cardini non abbastanza robusti. Infatti, tanto il posizionamento a fianco di movimenti di protesta locale (come quello “No Tav”), quanto la concezione “rivoluzionaria” dei rapporti governanti –governati, che manda in frantumi le barriere tra società e politica costituiscono evidenze che ne rafforzano la connotazione populista, anziché porla in discussione. Da un lato, la protesta che oppone i movimenti spontanei di cittadini, desiderosi di tutelare la propria comunità dagli effetti reputati dannosi di certe policy, ai soggetti che hanno varato quelle decisioni (UE, Stato e Regioni), configura una situazione con­flittuale rispetto alla quale un partito populista si trova pienamente a suo agio nello schierarsi a fianco dei cittadini e contro le istituzioni: anzi, quella colloca­zione rende palesi alcune specificità del populismo11. Dall’altro, l’annullamento della distanza tra ruoli politici e cittadini, nel senso della libera e completa appropriazione dei primi a opera dei secondi, figura certamente tra i topoi della mentalità populista e antipolitica, sebbene compaia pure, come prassi e come elaborazione teorica, in alcune (isolate e brevi) esperienze rivoluzionarie pro­mosse da formazioni marxiste. Ne viene che la collocazione dei grillini rispetto a questi risvolti non marca tanto la contaminazione con altri stili di pensiero e/o di azione, bensì risulta coerente con l’appartenenza alla variopinta famiglia dei populismi europei.

Da questo angolo visuale, infine, la natura «ibrida», che Diamanti (2013) e Ceccarini e Bordignon (2015) attribuiscono al M5S pare riferirsi, anzitutto, al modello organizzativo adottato (il cosiddetto “partito-movimento”) piuttosto che al contenuto della sua proposta politica: nella quale, come gli stessi autori inclinano ad ammettere, i motivi populisti, dall’individuazione dei bersagli sui quali l’attacco polemico si focalizza (le élite politiche e sociali, i partiti mainstre­am), fino all’identificazione positiva con i cittadini, non solo risultano domi­nanti, ma appaiono anche decisivi ai fini del riscontro elettorale12.

Flavio Chiapponi, Democrazia, populismo, leadership: il MoVimento 5 Stelle,
Edizioni Epoké – Ricerche, 2017, pp. 103-111

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