Il voto del prossimo 4 marzo sarà l’occasione per i cittadini di scegliere anche tra le proposte dei vari schieramenti sulle energie rinnovabili in Italia per i prossimi cinque anni.
Ovviamente sono sotto la lente di ingrandimento i piani politici dei primi schieramenti indicati dai sondaggi, ognuno dei quali, che siano coalizioni o singoli partiti, propone una propria strategia energetica per il futuro dell’Italia.
Decarbonizzazione, difesa dell’industria italiana e fonti alternative sono i leitmotiv, declinati in modo differente da ciascun partito.

Vediamo in sintesi le dichiarazioni d’intenti dei principali partiti sul futuro energetico e ambientale del Paese.

Le proposte in tema ambientale sono punti sui quali il MoVimento Cinque Stelle è molto attivo. L’obiettivo è quello di  affrancare l’Italia da petrolio, gas e carbone entro il 2050, coinvolgendo industria, agricoltura, trasporti e scelte individuali (puntando molto sulle auto elettriche). Quanto al problema dei rifiuti, si vuole creare 200.000 nuovi posti di lavoro nel riciclo.

La proposta elettorale del Centrosinistra in tema ambientale si concentra sul potenziamento degli attuali “ecobonus” e punta alla decarbonizzazione entro il 2050, grazie all’incremento delle fonti rinnovabili, che dovrebbero soddisfare il 50% del fabbisogno entro il 2030. In particolare poi, gli esponenti di +Europa hanno affermato che si schiereranno affinché “gli impegni del Governo a uscire dal carbone entro il 2025 e ottenere entro il 2030 che il 55% dell’elettricità provenga da fonti rinnovabili vengano rispettati senza compensazioni illegittime ai produttori che tardino ad adeguarsi”.

Il Centrodestra punterebbe a un grande piano nazionale per il risparmio energetico e dichiara la volontà di sostenere le energie rinnovabili.

L’ambiente è un tema che sta molto a cuore anche a Liberi e Uguali, che propone il Gran Piano Verde: totale decarbonizzazione, strategia dei “rifiuti zero”, consumi più ridotti ed efficienti sia per quanto riguarda le case sia i trasporti (pubblici e privati), arrivare al 100% di energia rinnovabile entro il 2050.

Come testimoniano i programmi elettorali degli schieramenti politici, il mondo dell’energia è in rapida e profonda trasformazione. E l’Italia sta cercando di adeguarsi.

I cambiamenti spaziano dai progressi tecnologici nell’estrazione dei combustibili fossili all’ascesa e successiva frenata di economie emergenti affamate di energia, dai sempre maggiori impegni politici in campo ambientale alla crescente efficienza energetica di pressoché tutte le economie del mondo. Questi cambiamenti hanno anche condotto a una nuova “età dell’abbondanza” di risorse energetiche fossili, che ne ha drasticamente ridotto il prezzo dalla seconda metà del 2014 in avanti. Il Rapporto ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) del 2016 intitolato L’età dell’abbondanza: come cambia la sicurezza energetica, a cura di Massimo Nicolazzi e Nicolò Rossetto, in coedizione ISPI ed Edizioni Epoké,  propone di fare il punto sulle molteplici implicazioni di questa età dell’abbondanza, sia sul piano geopolitico sia economico. La sicurezza energetica è una questione di dipendenza o di interdipendenza? Il crollo dei prezzi può durare ancora a lungo? E chi ne beneficia? Quali le ripercussioni sulla stabilità di alcuni Paesi e di intere regioni già altamente instabili, come il Medio Oriente? Come si stanno attrezzando i Paesi europei (in particolare l’Italia) alla rapida penetrazione delle fonti rinnovabili nei sistemi energetici? Come legare le prospettive dei mercati energetici a una sfida veramente globale come quella del cambiamento climatico?

Nell’introduzione al volume, Paolo Magri sottolinea:

«Il mondo dell’energia è in profonda trasformazione. I cambiamenti spaziano dai progressi tecnologici (la shale revolution, che ha permesso di estrarre gas e petrolio da rocce di scisto) all’ascesa e successiva frenata di economie emergenti affamate di energia (Cina e India in primis), dagli impegni politici in campo ambientale alla crescente efficienza energetica di pressoché tutte le economie del mondo. Questi cambiamenti hanno condotto a una nuova “età dell’abbondanza” di risorse energetiche fossili, caratterizzata da due grandi “crolli”. Di entrambi questi crolli è opportuno analizzare, oltre ai molteplici aspetti tecnici, le implicazioni di carattere geopolitico e geoeconomico. Il primo grande crollo è quello dei prezzi dei combustibili fossili dalla seconda metà del 2014 in poi. […]

Se dunque le ripercussioni politico-economiche del crollo del prezzo degli idrocarburi sono rilevanti sul breve periodo (ma sono anche meno ovvie di quanto appaia a prima vista), il panorama europeo e internazionale può cambiare notevolmente se ci si pone in un’ottica di più ampio respiro. Un secondo grande crollo sembra infatti ormai stagliarsi all’orizzonte: si tratta della crisi del paradigma stesso delle politiche energetiche che era stato sviluppato nel secondo dopoguerra. Si fa infatti sempre più largo la consapevolezza che, per rispondere alle sfide di oggi e del futuro, i sistemi energetici nazionali devono diventare più flessibili. Si dovrebbe dunque passare da assetti nei quali predominano grandi imprese verticalmente integrate e il dirigismo statale ad altri in cui il mercato acquista uno spazio sempre maggiore. Allo stato, casomai, resta il compito di sopperire ai “fallimenti” di mercato e di farsi portatore di nuove e originali istanze, a partire dall’integrazione nei sistemi energetici nazionali (o, in un’ottica europea, sovranazionali) delle fonti rinnovabili, senza che ciò però comprometta la stabilità delle reti elettriche. Questo duplice crollo – dei prezzi e delle certezze in tema di policy – ci pone di fronte a un contesto energetico profondamente mutato, destinato a trasformarsi ulteriormente. È inevitabile che nell’agenda dei decisori politici si ritrovi una pluralità di temi vecchi e nuovi, che spaziano dall’ambito geopolitico e geoeconomico (come la questione della sicurezza dell’approvvigionamento), fino a questioni tecniche come le proposte di riforma dei contesti regolatori e normativi nazionali e sovranazionali. Tutto ciò in un momento in cui sembra sempre più emergere la consapevolezza di essere di fronte a una sfida – quella del cambiamento climatico – che ha caratteristiche necessariamente globali. Questo Rapporto procede all’analisi dei due crolli che stanno caratterizzando l’età dell’abbondanza, con l’obiettivo di comprenderne le profonde implicazioni e di identificare risposte di policy capaci di coniugare le prospettive politico-economiche più generali con quelle più tecniche» (P. Magri, 2016, pp. 7-10).

Il settimo capitolo del Rapporto, scritto da Giovanni Battista Zorzoli, si focalizza sull’impatto dell’industria energetica sui cambiamenti climatici. L’incremento della temperatura media mondiale e il peggioramento delle condizioni ambientali pongono nuove sfide alle attività di produzione e distribuzione dell’energia. Di seguito un estratto dal brano.

Le sfide del cambiamento climatico ai sistemi energetici

Secondo il V Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), gli incrementi della temperatura globale media osservati nell’ultimo secolo sono dovuti alle emissioni climalteranti prodotte, con una probabilità superiore al 95%, dall’attività umana. I dati più recenti, forniti dalla Nasa il 20 gennaio 2016 (Figura 1) indicano che nel 2015 la temperatura atmosferica media globale è stata di gran lunga la più elevata degli ultimi 155 anni. La maggiore frequenza con cui si registrano gli eventi climatici estremi è una delle conseguenze di questo trend. Secondo la World Meteorological Organization, nel quinquennio 2011-2015 tali eventi, specialmente quando si è trattato di temperature eccezionalmente elevate, hanno visto aumentare la loro frequenza – in alcuni casi di un fattore dieci e anche più – e più della metà degli episodi scientificamente accertati è collegabile al cambiamento climatico antropogenico. Inoltre, altri eventi di lunga durata, benché non sottoposti a studi formali, sono congruenti con il riscaldamento globale; ad esempio l’accresciuta incidenza di siccità pluriennali in regioni subtropicali quali il sud degli Stati Uniti, parte dell’Australia meridionale e, verso la fine del quinquennio, l’Africa meridionale. È aumentata anche la frequenza delle precipitazioni estreme, anche se statisticamente meno correlabili ai cambiamenti climatici. Situazioni meno estreme, ma egualmente significative, emergono dall’analisi degli eventi climatici italiani tra il 1961 e il 2012: è evidente la tendenza al riscaldamento, con i ratei di variazione nell’intervallo 1981-2012 quasi tutti maggiori di quelli complessivi del periodo 1961-2012. Inoltre, la fase di riscaldamento più significativa ha avuto inizio tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Per quanto riguarda le precipitazioni estreme, invece, i risultati non indicano con chiarezza tendenze in aumento o in riduzione3. La crescita di simili eventi climatici si sta verificando con una temperatura globale media superiore soltanto di circa un grado a quella del periodo preindustriale. Senza misure aggiuntive di mitigazione, entro la fine del secolo si ritiene probabile un innalzamento compreso tra 3,7 e 4,8°C. Ebbene, secondo un rapporto della Banca mondiale, già un incremento della temperatura atmosferica superiore a 2°C creerebbe condizioni difficili da gestire. Arrivando a 4°C, sempre più numerosi sarebbero i dissesti provocati dagli incendi, dalla trasformazione degli ecosistemi, dal deperimento forestale, dall’aumento delle zone aride e dall’avanzata della desertificazione con conseguenze gravissime, forse irrecuperabili, per la sicurezza del genere umano, oltre che per le attività economiche e commerciali, in particolare sulla disponibilità di acqua e sulla produzione agricola. Tenuto conto che gli effetti del cambiamento climatico si faranno sentire in modo non omogeneo nelle diverse aree del globo, in alcune regioni condizioni simili potrebbero verificarsi già con un incremento medio della temperatura globale di 2 gradi (non a caso la risoluzione finale della Cop21 ha auspicato di restare «well below 2 °C above preindustrial levels and pursuing efforts to limit the temperature increase to 1.5 °C»). Fra queste regioni potrebbe rientrare anche l’Italia, dato che «l’analisi dei dati e le proiezioni dei modelli climatici indicano che l’area mediterranea è un “hot spot”, ovvero un’area particolarmente sensibile al cambiamento climatico».

L’incremento dei rischi tradizionali

Al crescere della concentrazione atmosferica di gas climalteranti, è dunque probabile un aumento del numero e dell’intensità di inondazioni, incendi, siccità e ondate di calore, cioè di fenomeni che si sono sempre verificati e vengono pertanto presi in considerazione nella progettazione e nella realizzazione di tutti gli impianti. Rispetto ad altri comparti produttivi tuttavia, gli impianti di produzione, trasmissione, distribuzione dell’energia elettrica sono concepiti per funzionare diverse decine d’anni. Quelli attualmente in esercizio non sono quindi sempre stati progettati e costruiti per resistere a eventi estremi, aventi le caratteristiche che solo ora incominciamo a sperimentare. Per la loro configurazione, le reti elettriche sono particolarmente esposte ai rischi provocati dall’aumento di gravi perturbazioni atmosferiche: crescerebbero la frequenza e spesso la durata di guasti alle linee, soprattutto ad alta tensione. Inoltre, il fumo e le ceneri provocati dagli incendi possono ionizzare l’aria nella zona circostante una linea elettrica, provocando l’apertura degli interruttori e il conseguente fuori servizio. Le ondate di calore, innalzando la temperatura dell’acqua in ingresso ai condensatori, riducono il rendimento delle centrali termoelettriche, siano esse alimentate a combustibili fossili o a fissione nucleare. Uno studio della California Energy Commission ha messo in evidenza che la potenza degli attuali cicli combinati, effettivamente disponibile nei giorni più caldi di agosto, potrebbe diminuire dall’odierno 17% al 23% a fine secolo. Il contemporaneo riscaldamento dei conduttori elettrici aumenterebbe la resistenza elettrica delle linee e, di conseguenza, le perdite di energia. La somma dei due effetti può quindi diminuire in modo sensibile l’elettricità disponibile, proprio quando il condizionamento estivo degli ambienti interni può determinare il picco della domanda; circostanza ormai consueta anche nel nostro paese. Analogamente, l’aumento del livello dei mari, indotto dalla crescita della temperatura, pone rischi crescenti alle centrali e alle reti elettriche ubicate vicino alla costa, poco sopra il livello del mare. Negli Stati Uniti si trovano in queste condizioni un centinaio di impianti elettrici. L’aumento dell’intensità e della frequenza di questi eventi si tradurrà inevitabilmente in una parallela crescita dell’intensità e della frequenza dei disservizi, in parte contrastabile con un incremento degli investimenti per la messa in sicurezza degli impianti (e conseguente aumento dei costi). Né si possono escludere interruzioni nell’erogazione dell’energia così prolungate ed estese da configurare significative crisi socioeconomiche. L’unico “vantaggio” in termini di sicurezza energetica potrà venire dalla progressiva riduzione della calotta polare artica, che già oggi sta rendendo possibile lo sfruttamento di una parte delle riserve di idrocarburi esistenti nei fondali marini della regione. A detta di un elevato numero di analisti, il maggiore impatto sulla sicurezza energetica del cambiamento climatico, non a caso definito dal Pentagono un «threat multiplier», sarà però correlato al tendenziale aumento dello stress idrico o addirittura dell’aridità un numero crescente di regioni.

M. Nicolazzi, N. Rossetto, (a cura di), L’età dell’abbondanza: come cambia la sicurezza energetica, ISPI ed Edizioni Epoké, 2016, pp. 145-149

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