Prima uscita genovese per Banche in sofferenza. La vera storia della Carige di Genova. Il saggio-inchiesta ripercorre le intricate vicende giudiziarie che hanno coinvolto gli ex vertici della banca ligure. Partendo dalle prime indagini della Guardia di Finanza su Berneschi e “soci”, Carlotta Scozzari segue il percorso tortuoso dei fiumi di denaro che attraversarono la Banca per oltre vent’anni, sfociando poi in mari sconosciuti. L’autrice fotografa la difficile situazione di una banca truffata dai suoi stessi ex vertici e arrivata a un passo dal baratro. Sebbene Carige sembri aver superato i momenti peggiori, l’argomento è di fortissima attualità tanto che, anche a causa delle vicende qui raccontate, si trova oggi a dover avviare un ulteriore aumento di capitale.

L’appuntamento è per

venerdì 6 ottobre alle ore 17.45
presso Palazzo Ducale – sala Società Ligure di Storia Patria
piazza G. Matteotti 5

Insieme all’autrice interverranno:
Enrico Musso, professore ordinario di Economia applicata presso l’Università di Genova
Marco Preve, giornalista de La Repubblica.

Il libro, in coedizione con goWare, è disponibile sui principali store online, sul nostro sito e in tutte le librerie.

Ecco un estratto dal capitolo Nome in codice: “La Tunisina”

Milano, 22 maggio del 2014. Sono le prime ore di un mattino di primavera inoltrata, con l’aria che comincia pian piano a diventare afosa, quasi appiccicosa, quando la Guardia di Finanza di Genova, guidata dal maresciallo Enzo Bosio, fa irruzione nell’ufficio di Ferdinando Menconi, un tempo a capo della divisione assicurativa del gruppo Carige, e nell’abitazione del faccendiere Sandro Calloni. Bosio ha partecipato a tutte le operazioni di indagine sul gruppo Carige e lo racconta il 25 febbraio del 2016, sentito in udienza dal pubblico ministero.
Si scopre un documento misterioso
Il blitz porta alla luce un documento misterioso, dal nome in codice “La Tunisina”. A chi si riferisce? A dispetto del nome, che richiama vie di fuga e territori nordafricani, non bisogna andare tanto lontano, perché la tunisina in questione altri non è che Umberta Rotondo, la moglie dell’ex numero uno di Banca Carige, Giovanni Berneschi. Bosio racconta che, nel corso delle indagini sul gruppo Carige, era emerso che gli imputati si chiamassero tra loro con dei nomignoli, ricorrenti nelle intercettazioni ma anche nei documenti raccolti. Così, se Rotondo è “La Tunisina” e Berneschi “Il Magro” o più di rado “Lo Smilzo”, Menconi è “L’Amico”, sua moglie “La Fiamminga”, la consorte di Calloni viene apostrofata come “La Spagnola”, l’immobiliarista Ernesto Cavallini diventa all’occorrenza “Fazzoletto” o “Fazzolettino”, mentre si direbbe che al commercialista Andrea Vallebuona vada peggio che a tutti gli altri. Vallebuona viene, infatti, chiamato “Mezzocervello”. Si scoprirà che si tratta di un nomignolo che gli è stato affibbiato ironicamente da Menconi.
L’aquila della finanza
Il documento La Tunisina si rivela particolarmente significativo, perché – spiega Bosio – riporta annotate, sotto la voce «incassi derivanti da Amico», al secolo Menconi, «tutte le operazioni oggetto di indagine e inchieste nel corso degli anni». Tra queste, la cosiddetta Fineagle, che sembra prendere il nome dall’unione delle due parole “finanza” e “aquila”, appunto “eagle” in inglese. L’operazione “Aquila della finanza” nasce da alcune transazioni sospette, attribuite al commercialista Andrea Coppola. Quest’ultimo, insieme con il revisore dei conti, Antonio Palumbo, che all’epoca certifica i bilanci delle società assicurative del gruppo Carige, secondo le dichiarazioni di Bosio, «recupera una serie di società decotte o scatole vuote». E, attraverso questi veicoli, Palumbo «dà origine a una serie di fatturazioni molto intense» nei confronti delle società del gruppo Carige.
Anche in questo caso, così come per le operazioni immobiliari a prezzi gonfiati, lo schema di frode è semplice, bene oliato negli ambienti finanziari e nemmeno troppo ingegnoso. Lo spiega il maresciallo Bosio: Coppola fattura alle compagnie tutta una serie di servizi non resi, «ottenendo in pagamento assegni che vengono versati sui conti delle società che fatturano, prelevando simultaneamente denaro contante, che viene consegnato a Palumbo, mentre lui (Coppola, per sé, ndr) detiene una percentuale molto inferiore». Coppola e Palumbo sono noti alle cronache finanziarie e giudiziarie perché agli inizi degli anni Duemila patteggiarono nell’ambito dell’inchiesta della procura di Genova sulla Levante Norditalia, società assicurativa del gruppo Carige. Le accuse riguardavano fatture per presunte operazioni inesistenti dietro alle quali, sospettavano gli inquirenti, si sarebbero potuti celare fondi neri. Gli indagati, tra cui Ferdinando Menconi, furono assolti nel marzo del 2003, perché vennero respinte le richieste di rinvio a giudizio.
Tra le fatture false oggetto di accertamenti, Bosio cita quelle emesse nei confronti di Banca Carige e di alcune società assicurative del gruppo ligure per un totale di quasi 511 milioni di vecchie lire. La cifra viene corrisposta alla società di consulenza Euroconsult, incaricata di effettuare le valutazioni delle piccole compagnie assicurative che il gruppo Carige acquista nel 1997: 350 milioni di lire per Norditalia e Levante, più altri 60,65 milioni per Basilese. Fin qui nulla di anomalo, visto che nel mondo degli affari, prima di comprare qualsiasi cosa, è prassi se non addirittura buona norma farne valutare il prezzo da un consulente.
Peccato però che, in questo caso, per effettuare quelle tre valutazioni, in realtà, Euroconsult assuma un professionista dell’università Bocconi che paga soltanto 35 milioni di lire. Quando invece, come appena visto, il gruppo Carige sborsa quasi 511 milioni di lire alla società di consulenza: più di dieci volte tanto. Chi ha autorizzato quel pagamento sproporzionato? Dai documenti raccolti dalla Guardia di Finanza nell’ufficio contabile di Banca Carige, risulta che «il mandato, il conferimento di incarico all’Euroconsult, la liquidazione, nonché il pagamento delle sopradette fatture era avvenuto a firma del ragionier Berneschi». E, soprattutto, chi ha intascato quei soldi in più? L’interrogativo non resterà senza risposta.

 

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