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Giovanni Nacci è ufficiale in congedo della Marina Militare Italiana. Esperto in metodi e sistemi OSINT (Open Source INTelligence, ovvero intelligence delle fonti aperte), già coordinatore dell’Osservatorio Infowarfare dell’Istituto italiano di Studi Strategici Macchiavelli, nel mese di Settembre pubblica con Edizioni Epoké il suo nuovo libro “Open Source intelligence abstraction layer. Proposta per una teoria generale dell’intelligence delle fonti aperte”.

 

Potresti illustrare brevemente gli obbiettivi del tuo libro?
Nel gennaio 2012 ho cessato ogni attività professionale nel settore dell’intelligence. Attraverso il mio blog (www.fontiaperte.it, NdR) ho scelto di dedicarmi, con maggiore flessibilità e fuori dalle rigidità che uno schema di business necessariamente impone, all’aspetto culturale dell’OSINT. L’opera nasce quindi dal desiderio di non disperdere il bagaglio di esperienze e di conoscenze accumulato in più di quindici anni di attività nel campo dei “metodi, sistemi e tecnologie per l’intelligence delle fonti aperte”. L’idea iniziale non prevedeva la pubblicazione. L’opera doveva essere più una specie di commiato dal settore, un volumetto da donare ai colleghi e agli amici più cari. Quando l’Editore – che ha creduto nell’opera fin da subito – mi ha prospettato la possibilità di pubblicazione non ho saputo resistere alla lusinga dell’idea. Pubblicazione della quale oggi sono comprensibilmente felice e orgoglioso oltre che sinceramente grato ad Epoké per questa opportunità.

Come definiresti le fonti aperte?
Il “Glossario” del Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica definisce come aperte quelle fonti dalle quali “…è possibile e legittimo trarre notizie pubblicamente disponibili attraverso consultazione/osservazione diretta, su richiesta o previa sottoscrizione”. La dottrina NATO e quella di stampo anglosassone in senso ampio considerano “aperte” quelle fonti (e informazioni) che sono “…libere, pubbliche o approvate per la diffusione al pubblico” e che “non violano i segreti ufficiali o la sicurezza nazionale.” Per i motivi che espongo nel testo, nessuna di queste tre definizioni mi ha mai soddisfatto completamente. Proprio partendo da questa domanda – affatto semplice e banale – nel testo tento di sollecitare un dibattito il più possibile ampio e interdisciplinare, indicando quelli che a mio parere sono gli spunti di riflessione e confronto maggiormente significativi.

Potresti spiegare il concetto di livelli di astrazione (Abstraction layers, NdR)?
Dato un oggetto qualsiasi, ognuno di noi lo osserva considerando un certo numero e tipologia di proprietà che ritiene significative per descriverlo. Tali proprietà sono chiamate “osservabili”. Il numero e la tipologia degli osservabili varia a sulla base delle nostre conoscenze, dalla nostra formazione, della nostra professionalità. Un viticoltore osserverà un grappolo d’uva facendo riferimento al grado di maturazione, al contenuto di zuccheri o al prezzo che può ricavarne al chilo (proprietà osservabili). Un pittore l’osserverà invece facendo maggiore attenzione alla regolarità della forma del graspo, alla disposizione e al colore degli acini, ecc.. Un insieme finito e non vuoto di questi osservabili è chiamato “Livello di Astrazione”. Nel testo si è scelto di impiegare questo metodo – definito all’interno della Filosofia dell’Informazione dal filosofo italiano Luciano Floridi – per comparare le varie visioni che diverse discipline hanno dei concetti di “fonte” e “informazione”.

Fin dai primi capitoli paragoni il sistema delle fonti aperte ai famosi LEGO. Puoi darci un’anticipazione?
Nei Lego l’osservazione delle specifiche proprietà dei mattoncini, delle singole modalità di assemblaggio, delle prassi attraverso le quali due o più pezzi costruiscono “blocchi” che dimostrano di avere un carico semantico sempre più complesso (una ruota che gira sul suo mozzo o le pale di un rotore che gira sul suo asse, ecc) costituisce il metodo che permette la costruzione di un modello rappresentativo dell’oggetto in osservazione (rispettivamente una automobile o un elicottero).
Se ai mattoncini sostituiamo teorie, metodi e prassi tipici di certe discipline (la filosofia dell’informazione, la storiografia, il giornalismo ad esempio) ci accorgiamo che si può costruire una epistemologia adatta all’Osint e ai suoi scopi, adattabile – di volta in volta – al variare del contesto cui la disciplina va applicata. In questo senso l’OSINT può essere vista come un “integratore di blocchi epistemologici” provenienti da altre discipline o, in altre parole, una “cassetta degli attrezzi” interdisciplinare contenente strumenti informativi e di analisi.

Questo libro è il frutto di anni di esperienza nel settore. Qual è il tuo più bel ricordo del periodo in Marina?
Al termine del Corso di Complemento in Accademia Navale ebbi la fortuna di essere destinato presso un ente interforze ai vertici dell’area tecnico-amministrava della Difesa, alle dirette dipendenze del Ministro: l’Ufficio Centrale del Bilancio e degli Affari Finanziari del Ministero della Difesa a Roma. Più precisamente fui incardinato come Ufficiale addetto al Nucleo Informatica e Situazioni dell’allora V Reparto “Cooperazione Internazionale e Infrastrutture NATO”. L’esperienza interforze e i continui contatti con le tipicità del personale civile, dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica mi avrebbe in seguito insegnato molto. Ricordo con grande piacere ogni istante, anche quelli più duri, di quei tre anni e mezzo. Ricordo la disponibilità e l’affetto dei colleghi (militari e civili di ogni grado) nei confronti di un giovanissimo Ufficiale della Marina che non desiderava altro che essere un buon Ufficiale di Marina. Ricordo con particolare piacere il Comandate Espedito Fronzuto, che mi donò i suoi gradi “anziani” da Sottotenente di Vascello e che credo di non aver mai ringraziato abbastanza.
Ma più di ogni cosa ricordo l’entusiasmo, la voglia di svegliarsi la mattina e di andare al lavoro, il panettone e lo spumante la sera di Natale al Corpo di Guardia del Quartier Generale della Marina, la sensazione concreta di poter contribuire con il proprio lavoro a qualcosa di significativo per il Paese. Sensazione in seguito continuamente ricercata nella vita civile ma che non sono mai più riuscito a provare dopo il congedo. E’ anche per questo che, alla fine del libro, ringrazio con grande affetto la Marina Militare Italiana dalla quale, proprio negli anni più formativi della mia vita, ho avuto moltissimo e alla quale – con ogni probabilità – non ho dato altrettanto.

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