fbpx

Distopica – Capitolo uno

Ecco il primo capitolo del romanzo Distopica di Michele Colangelo!

Puoi sostenere questo progetto fino a mercoledì 26 giugno!
Inserisci il prodotto nel carrello e completa l’ordine come per un normale acquisto. L’importo del libro verrà addebitato soltanto alla fine della campagna se sarà raggiunto l’obiettivo di copie per la pubblicazione.

Sostieni il progetto!


Capitolo uno

«Vi svelerò la sorpresa che ho menzionato a inizio lezione, ragazzi. Tra quindici giorni a New York ci sarà un convegno, dove si parlerà della figura del chimico e della sua importanza in ambito sociale, scientifico e industriale. Parteciperanno personaggi illustri provenienti da tutto il mondo», disse il professore di chimica a pochi passi della mastodontica lavagna piena di formule. Esempio divino, mente geniale pluripremiata per le sue ricerche e professore rigido, esigeva il meglio del meglio nel suo corso.
«Alla luce di ciò, ho deciso di portare il migliore di voi con me. Solo il migliore», sottolineò con l’indice alzato e due occhi spalancati sul semicerchio di banchi stracolmi di studenti.
Gocciolii sparsi nel sottosuolo rimbombavano sordi fino ai primi gradini che portavano all’ex cantina, dove un tempo ospitava file di bottiglie di vino bianco. Era stata acquistata da quando avevano spostato la produzione all’estero.
C1, così il suo nome in codice, ricordava sempre quelle parole del professore prima di cominciare a lavorare nella specie di laboratorio improvvisato in un’ala del posto segreto.
Scendeva con due valigette mediche lentamente perché soprappensiero e perché non si vedeva bene dove mettere i piedi.
Aprì le ante di un portone in legno massello. Gocciolava acqua putrita dal soffitto e il tanfo d’umidità era nauseabondo. Si concesse un attimo di pausa contorcendo naso e bocca. Tattica che usava per abituarsi all’aria pestilenziale.
Un forte ronzio precedette l’illuminarsi della fila di neon nella zona centrale. Qualche botte sparsa era rimasta e stonava in mezzo ad armadietti, scaffali, frigoriferi, mensole metalliche, panetti d’esplosivo e portaborse disseminati sulle pareti.
Mise le due valigette su un tavolo logoro. All’interno, tante piccole fiale contenenti polverina erano impilate e sigillate negli astucci.
«Polvere magica pronta a far danni su pelle e polmoni», sghignazzò dirigendosi in fondo alla cantina.
Sparì nel buio di una seconda zona, dentro a una tenda da montaggio in plexiglass messa a protezione dal resto. Tornò subito tirandosi dietro un carrello sanitario di metallo. Sul pianale di sotto c’erano bombe artigianali di diverse dimensioni, su quello di sopra, forbici, nastro, spillatrice, guanti in lattice, mascherine e camice. Si munì di camice, guanti e mascherina.
Il ricordo della settimana prima della sessione d’esami di chimica analitica strumentale, non si era sbiadito sebbene gli anni passati.
I risultati degli esami precedenti lo classificavano come il migliore del corso. La meta sarebbe stata New York, punto di partenza di una sfavillante carriera. Il professore lo avrebbe scelto di sicuro e lì avrebbe conosciuto l’alta classe scientifica. Nacque in lui il sogno di laurearsi e trasferirsi oltreoceano per lavorare e diventare uno dei tanti cervelli in fuga.
Al contrario di quanto credeva, in Italia tutto era finito. Nessuna opportunità di fare carriera per i giovani. Andarci a studiare era stata un’ottima idea, i docenti godevano di stima internazionale e la formazione era d’élite. Ma una volta fuori, come tanti laureati toccava campare facendo lavori sottopagati, spesso umilianti per chi aveva speso tempo e denaro per diventare un pezzo grosso. Ora era anche peggio: niente lavoro e basta.
I migliori non si accontentavano mai si diceva, perciò doveva studiare e studiare, spingersi oltre i limiti per ottenere il massimo all’esame di chimica analitica strumentale. Acquistò viveri e il necessario per una clausura di sette giorni. Si rintanò nella stanza, chiuse a chiave la porta, abbassò le tapparelle e infilò palline d’ovatta nelle orecchie. Solo lui con i libri di testo cominciò la scalata verso l’ennesimo trenta.
Litri di caffè e bevande energetiche per tenersi sveglio. Vitamine e compresse di fosforo per il cervello e cibo in scatola per non sottrarre tempo allo studio con alimenti da cucinare. Si concesse brevissimi stop solo quando caffè e bibite energetiche non vietarono alle lettere di ballare sulle pagine.
La settimana di clausura perse il settimo giorno, dove contro la sua volontà decise di fermarsi. Il limite era stato oltrepassato. Sicché usò l’ultimo giorno prima della sessione d’esami, per riposarsi. Nel riposo distese gambe e cervello davanti alla TV.
Da qualche tempo provava un senso di torpore quando ascoltava notizie quotidiane sulla situazione italiana e durante lo zapping di quel giorno si fermò a riflettere su un dossier proposto da Canale 1. Il servizio era focalizzato sulla corruzione e i movimenti loschi della casta, rivelando scoop sui faccendieri scoperti a imbrogliare per il beneficio di politici e uomini d’affari. Saltò ai suoi occhi il servizio riguardante l’assunzione di giovani rampolli in aziende di stimato valore pur non avendo le competenze adatte. I cognomi di quei rampolli li conosceva: erano gli stessi cognomi di politici, avvocati dei politici, direttori di banca e imprenditori vicini ai partiti di maggioranza e minoranza politica.
Benché fosse sbracato sulla poltrona, il cuore cominciò a sparare botte nel petto e il tremore vibrare in ogni muscolo. Aveva forse fatto abuso di caffè e bibite energetiche o era quel servizio ad attivare in modo sproporzionato il sistema nervoso? Non seppe rispondere mentre annegava tra paura e dubbi sulla sua riuscita.
La notte sognò la scesa dall’aereo nella grande mela. Si vide attraversare la pista insieme al professore. Arrivati nella sala consegna dei bagagli, aspettò minuti, ore. Il bagaglio del professore arrivò, il suo no. Ebbe un sussulto e nel sonno percepì sudore gelido. «Farò reclamo, prof!», s’indignò.
«Non è necessario», lo calmò il professore. Aveva le labbra distese in un sorriso che spiccava sulla fisionomia serena del viso tondo e cicciottello. «Non hai con te nessun bagaglio», informò.
«Di che parla?»
«Di un viaggio mai fatto», decretò l’uomo anziano.
Svanì la sala, si attutirono chiacchiere multilingue. L’immagine finale si chiuse mostrando il professore con al suo fianco un giovanotto. Poteva avere la sua età, portava una fascia gialla, rossa e verde a mantenere i lunghi rasta. Tra le mani aveva un’ampolla di vetro che racchiudeva fumo. I due fecero una boccata e si sciolsero in una risata sazia. «Non sarai mai il migliore!», tuonò il professore.
«Giacinto Fossati, prof, usa le sue conoscenze chimiche solo per creare droghe sintetiche!», urlò ma, al buio della camera. Si era già svegliato.
Tra sudore e paura capì il messaggio del suo subconscio: senza calcio in culo in Italia non si volava né con la mente né con il corpo.
Ricordò l’incubo cominciando a tremare. Giro di chitarra, basso e batteria nella testa, canticchiò “La bamba”. Accennò passi di una danza schizzata. Man mano, tra passettini, ritornelli storpiati della canzone, prese una fiala e si avvicinò allo scaffale pieno di modellini radiocomandati di canadair.
Il capo era stato lì la mattina passata per filmare con una videocamera mentre apriva i portelloni dei modellini per infilarci antrace. L’avrebbe poi mandata a chi di dovere. Guardò l’orologio, presto sarebbe ritornato con i suoi due fidati per coordinare le operazioni dei corrieri affiliati al movimento.
Sopportava di lavorare senza sosta in uno scantinato vecchio e maleodorante in nome dell’odio covato per la nazione che premiava i raccomandati e non i meritevoli.
Fossati era un comunista del cazzo, sempre fuori di testa, svogliato e si presentava agli esami vestito come un punk. Mani in tasca e fischio sempre pronto si sedeva di fronte ai prof e… diciotto. Il minimo per superare gli esami. Un figlio di puttana fortunato? No, il figlio del presidente di un’industria plastica con succursali in tutta Europa, nonché sottosegretario al ministero della salute.
La fila di modellini si perdeva nell’orizzonte buio, riordinò le idee: doveva continuare ad armare quei giocattoli, Munire di polverina gli involucri dei congegni esplosivi e infilarli nelle borse, poi porre nelle cinture i candelotti esplosivi.   
Come altri colleghi sparsi sul territorio, anche lui faceva parte di un piano e lo amava. Contro la sua volontà gli venne duro. Aveva lavorato per mesi e mesi, ora l’inizio del secondo passo avrebbe dato lustro all’evoluzione delle idee del capo, insieme a coraggiosi, stupidi e manipolati uomini pronti a dare anche la vita.
Era talmente elettrizzato che non si accorse di essere in compagnia. Sulla soglia d’ingresso, tra le tenebre spuntarono tre ombre lunghe, seguite da figure incappucciate. Sembravano pattinare anziché camminare e sentiva il loro respiro sordo per tutta la cantina. Tra angeli della morte, menti astute bramose di vendetta, fieri portatori di caos, avanzarono lenti e dritti con le braccia incrociate sul ventre.
«Buongiorno, C1», salutò la figura centrale. Venne avanti di qualche passo, «Procede?»
«Sì, tutto secondo i piani. Buona parte di canadair e valigette saranno pronti per stasera».
«Per il primo pomeriggio», obiettò la figura a sinistra con due occhi di ghiaccio che inquietavano sotto il cappuccio.
Dietro i tre sbucarono cinque uomini vestiti con pantaloni multitasche e polo blu con il disegno di un’auto a sinistra del petto.
«Il pandemonio deve iniziare nel pomeriggio», decretò il braccio sinistro del capo dirigendosi a est della cantina. Aprì una porta e scomparve. Lo seguirono tre uomini in blu.
«I ragazzi radunati per lo stivale saranno ai loro posti già da stasera. E così anche i kamikaze. Non vogliamo mica farli aspettare?», disse la terza figura con tono femminile e autoritario.
C1 restò interdetto, visionò la lunga fila di aerei, «Non so, sono tanti e… se le fiale non bastano…»
«Sono stato contattato dalla Russia. Gli scienziati hanno già evaso altre fialette pronte all’uso. Arriveranno a breve», precisò il capo.
Intanto ritornarono i tre uomini, tutti con delle casse di esplosivo. Dietro di loro la figura dagli occhi di ghiaccio non perse tempo a raggiungerlo. A un alito di vento, posizionò mano destra e mano sinistra ai lati del capo. C1 lo sentì appiattirsi e perdersi in silenziosi labirinti di memoria, mentre gli occhi chiari dinanzi lo penetravano. Ebbe bisogno d’abbassare la mascherina per prendere più ossigeno, nella mente si aprì uno scenario: la mattina dopo l’incubo, pallido come uno spettro, con i residui d’ovatta nelle orecchie, due occhiaie livide che a momenti reggevano le lenti più del naso e il cesto di ricci floscio, si presentò agli esami. Ingoiava forzato, tremava di paura e non ricordava nemmeno una formula.
La commissione chiamò tre volte il suo nome. Venne su dalla sedia mentre nel cervello il dossier visto faceva comunella con l’incubo e la faccia di merda del comunista. I suoi, due poveri agricoltori, si erano indebitati per farlo studiare. E a ogni esame riuscito sentiva forte il senso d’averli ricambiati. Ma non aveva santi in paradiso.
Guardò sottecchi il prof di chimica, gli parve di vederlo sorridere sarcastico. Batté leste le palpebre con un ronzio nelle orecchie. Alle spalle del professore si materializzò Fossati. Cantava su un motivetto reggae e fumava tra la commissione improvvisamente sprofondata tra luci a intermittenza verdi, rosse e gialle. Nell’aula cominciarono a cantare e ballare tutti. Gli facevano le linguacce, il più stronzo fu proprio il prof che, s’alzò dalla sedia e mise una mano sull’apparato genitale, «Vuoi venire con me? Tiè!», dimenò in avanti il bacino.
Risate e passi sfrenati si unirono in un vortice di nausea e sconforto. Perse conoscenza.
Vagò nel nulla cullato dal sonno. Si risvegliò ravvisando la morsa delle mani al capo attenuarsi. «Saranno pronte per oggi pomeriggio?», gli chiese la figura.
«Ci potete scommettere…», rispose energico C1.
I tre incappucciati si voltarono simultaneamente, pattinando, si diressero all’uscita. Sparirono in fila indiana senza fare alcun rumore. Seguirono gli uomini con l’esplosivo.
«C1», disse uno dei due rimasti, «muoviti, noi aspettiamo di sopra che qui l’aria è viziata».
Restato solo, ancora aizzato dai ricordi rialzò la mascherina e tolse il sigillo a una fiala. Prese in mano un canadair, mentre faceva scendere delicatamente nel serbatoio la polverina gli occhi mostravano a tratti il volto del prof, a tratti quello di Fossati.
C1 riprese i sensi in ospedale quella mattina. Aveva i muscoli addormentati, la bava alla bocca e la mente azzerata. Il dottore al suo risveglio fece il punto. Era svenuto ma prima di farlo aveva cincischiato parole oscene: «Prof, la prego, porti me e non quel drogato di Fossati. Sono il migliore, sono pronto a tutto. Lo tiri fuori, glielo succhio. Mi sodomizzi se preferisce. Faccia di me quello che vuole», gli fu riportato senza scrupoli. Colpa di troppo stress fu il responso e per questo necessitava di una settimana di cura.
Tornò all’università dopo dieci giorni. Chiese un appuntamento con il prof, lo ottenne nella giornata. Entrato, prima d’aprir bocca cadde sulle ginocchia, si scusò a mani giunte e testa bassa.
Il prof aveva tratti del viso crucciati, mani unite sotto il mento e fissava la sfilza di attestati appesi al muro. «Due cose», aprì bocca, «la prima è che avevo intenzione di portare lei al convegno, non ho mai pensato né a Fossati, né a nessun altro. La seconda, sono etero!», lo invitò ad alzarsi e smetterla con quella sceneggiata miserabile.
C1 si ricompose e provò a giocarsi tutto: «Sono tornato e se desidera sarei pronto…»
«A subire oscenità?», il professore venne su con le mani dietro la schiena, aggirò la scrivania a testa alta, «uno studente modello, sì ma, un piccolo uomo che ha osato scambiarmi per un venduto che magari intasca anche mazzette».
C1 provò a discolparsi in tutti i modi, ma l’intransigenza dell’uomo fu di marmo. «Se non avessi scelto chimica avrei studiato neurologia. Mi ha sempre affascinato il cervello con i suoi infiniti misteri. Ed è un mistero come un cervello brillante possa di colpo diventare un elemento di studio per chi si occupa di pazzia. A tale proposito l’ho segnalata al dottor Aurelio Scellarotta, ottimo psichiatra ed è interessato a esaminarla», sorrise senza rivolgergli lo sguardo. «Per la cronaca, andrò da solo al convegno».
Ricordando, C1 cadde nel solito raptus di rabbia. Lo contenne richiudendo accuratamente il portellone del modellino. Raggiunse il portaborse più vicino. Afferrò tremando una shopper e ci infilò dentro la testa per non farsi sentire dai due in superficie. Scaricò urla fino a perdere il fiato.
A occhi spalancati e labbra inarcate quel giorno perse il conto dei fendenti che sferrò con un tagliacarte tra petto e gola del professore. Non era un fottuto pazzo, gli disse la mente sul finire dell’affermazione dell’uomo di scienze. La rabbia sconfinò azzerando tutti i sensi. La ragione ciarlò convincendolo che mai più si sarebbe laureato.
«Non mi ci porti? Allora non ci andrai nemmeno tu!», blaterava sulle ginocchia pieno di sangue e senza energie quando accorsero nell’ufficio alcuni della segreteria allarmati dalle urla concitate.
Fu condannato per omicidio, accompagnato dalla perizia psichiatrica di Scellarotta scontò la pena nell’ala dedita ai criminali con disturbi mentali.
Sfilò la testa dalla borsa e tolse gli occhialini appannati. Doveva rimandare l’appuntamento dallo psichiatra fissato in prima serata. Era stato obbligato dalla legge a restare per sempre sotto cura. Una farsa, era sempre stato una mente brillante anche senza laurea e il premio era essere creduto dalla figura con gli occhi di ghiaccio. Essendo del ramo aveva saputo di lui e con le prodezze informatiche della donna, braccio destro del capo, il movimento aveva ottenuto la sua cartella clinica.