Il giorno del vicino

Ecco il secondo capitolo de Gli abissi della città di Yestering, il romanzo di Fepa e Curzio, con le illustrazioni di Clara Brioschi, in uscita a gennaio per la collana I Gerbilli


Capitolo due. Il giorno del vicino

Legge ufficiale di Yestering:

Da oggi, martedì della terza settimana dopo la seconda Festa degli Asini, il Giorno del Vicino diventa festa paesana obbligatoria per tutti i possessori di una casa di ringhiera. Nessuno può sottrarsi dal celebrare questo evento.

Il Giorno del Vicino era la festa più importante di Yestering. Ogni martedì si celebrava la comunità e la fratellanza tra tutti i cittadini, secondo una precisa tradizione: nel Giorno del Vicino, tutte le famiglie, suddivise in gruppi di due, andavano a cena dal vicino di balcone di destra. La famiglia di sinistra portava il cibo, quella di destra metteva a disposizione la casa.

I Pincopercole tuttavia non festeggiavano questo giorno da mesi, perché l’appartamento alla loro destra era disabitato. Un problema molto grave. Zeno doveva continuamente spiegare ai sui concittadini perché il Sindaco della città non partecipava ai festeggiamenti tradizionali; sapeva di perdere elettori. Donna invece si vergognava davanti alle amiche; temeva che incolpassero lei della continua assenza di vicini di destra. Forse urlano troppo in quella casa? Forse il loro levriero spaventa i bambini? Forse la signora è una pessima cuoca e gli odori che escono dalla loro casa sono insopportabili? Donna non reggeva il peso dei pensieri che lei stessa metteva in testa alla gente. Adele era solo dispiaciuta di non poter celebrare la festività.

Per questo motivo, quando una famiglia si trasferì nell’appartamento a destra dei Pincopercole, il livello di gioia, ansia ed eccitazione salì notevolmente nella casa di Adele. Donna si chiuse in cucina e non ne uscì per quasi otto ore consecutive. Preparò i piatti migliori della tradizione yesteringhese: risotto allo zafferano fritto, pollo ripieno al caffè e una torta al cioccolato con scaglie di ghiaccio aromatizzato alla fragola.

Quel martedì, Zeno, Donna, Adele e Cerotto erano più eleganti che mai. Zeno aveva la cravatta delle grandi occasioni, che arrivava fino alle ginocchia. Donna portava i bigodini, come consigliava la rivista Moda&Yestering. Adele aveva vinto e non indossava il little dress blu, ma non era riuscita a impedire che la madre infiocchettasse le orecchie di Cerotto. Ad ogni modo, i due grossi nastri di raso, anch’essi blu, che lo addobbavano, finirono tra i suoi denti dopo solo due metri.

Il campanello non funzionava ancora, quindi bussarono. La porta si aprì all’istante, come se i vicini stessero aspettando dietro l’ingresso. Adele si rese conto solo in quel momento che i nuovi arrivati non sapevano nulla dell’usanza del Giorno del Vicino e forse avrebbero potuto prenderli per pazzi. Si agitò.

Sulla soglia c’era una donna di circa trent’anni. Indossava una maglietta e una gonna lunga fino ai piedi, e portava i capelli castani raccolti sulla nuca, tenuti fermi da una matita infilata di fretta.

«Ciao, io sono Adele, lui è mio papà Zeno e lei è Donna. Siamo i vostri vicini di sinistra».

«Molto piacere, io mi chiamo Carla. Siamo arrivati solo da due giorni, che bello conoscervi già!»

Adele cominciò a spiegare della festa e la sua iniziale timidezza si trasformò nel piacere di rendere qualcuno consapevole di una cosa nuova. Carla la ascoltava sorridente: si vedeva che era contenta di essersi trasferita a Yestering.

Non c’era solo lei. Un ragazzo, seduto poco dietro su una poltrona ancora incellofanata, scrutava attento Adele. Era riccissimo, aveva gli occhi verdi, ed era vestito elegante fino alla vita. Indossava una camicia arancione e una giacca blu, con tanto di papillon giallo. Sotto invece era un disastro: pantaloni corti, ginocchia un po’ sporche di fango e piene di graffi, scarpe con un vistoso buco sull’alluce sinistro.

«Fantastico, entrate pure» disse Carla, euforica. «Lui è mio figlio, Norberto».

«Norberto?» Rispose Adele con una risatina. Il ragazzo la guardò sorridente e annuì.

Donna appoggiò con indifferenza la mano sulla spalla della figlia e strinse con forza: non essere sarcastica, era il messaggio.

Senza capire come mai, Adele si era sentita in soggezione davanti allo sguardo di quel ragazzo un po’ troppo alto. E a lei le cose che non riusciva a capire non piacevano.

Si misero a tavola e subito si complimentarono con Donna per le sue ottime doti di cuoca. Cerotto sedeva al tavolo con loro e continuava a guardare un orologio a cucù appeso al muro. La casa era piena di libri, appoggiati ovunque alla rinfusa.

«Allora Carla, da dove venite?» chiese Zeno dopo un boccone di risotto fritto.

«Io e il mio compagno vivevamo vicino all’oceano. Poi, quando ho scoperto di aspettare Norberto, lui mi ha lasciata. Non avevamo molti soldi, vivevamo a casa dei miei genitori. Sono una giornalista, ma non sono mai riuscita a trovare un posto fisso. Almeno fino a un paio di mesi fa: Yestering Ieri mi ha chiamata per un colloquio e mi hanno presa. Per questo ci siamo trasferiti qui».

«E tu Norberto, ti mancherà il mare?» chiese Donna.

«Tantissimo». Il ragazzo sembrava avere la testa altrove.

«A me il mare non piace… Tutta la sabbia che ti si appiccica alla pelle» intervenne Adele. «E poi non so nemmeno nuotare».

«Non sai nuotare? Che strana che sei!» ribatté Norberto, ora attento alla conversazione.

«Lo dici tu a me? Ma ti sei guardato di recente?»

«Adele!» La riprese la madre.

«Non mi piace tanto guardare me, preferisco guardare le belle ragazze» rispose Norberto e lanciò uno sguardo sorridente verso Adele.

In quell’istante scoccarono le nove di sera. Il cucù uscì la prima volta dalla sua casetta. Poi uscì la seconda volta, la terza e così fino alla nona. Cerotto balzò dalla sedia e si lanciò per catturare l’uccellino di legno. Non fece in tempo a raggiungerlo, era stato troppo lento. La caduta invece fu rapida. Si ritrovò in un attimo con le quattro zampe sul tavolo, una di queste nel piatto di Carla.

Norberto cominciò a ridere sguaiatamente. Donna invece lanciò un urlo acutissimo, già pensando ai pettegolezzi che sarebbero girati. Gridò con la lingua dei segni a Cerotto di uscire di casa e poi si rivolse ad Adele: «Portalo fuori subito! Sapevo che non doveva venire!»

Adele prese Cerotto e andò verso la porta in un attimo.

«Perché non l’accompagni Norberto? Così vi conoscete meglio» disse Carla.

Adele, Norberto e Cerotto si ritrovarono su una strada completamente deserta. Si sentiva solo il suono delle posate sui piatti, proveniente da ogni finestra della città. Cerotto correva libero di qua e di là.

«Il tuo cane è fantastico. Cos’ha che non va?» chiese il ragazzo.

«È sordo, ma non ha nulla che non va» rispose, secca, Adele.

«Non volevo offenderlo, anzi».

Per un po’ non parlarono più. Continuarono a camminare seguendo le corse casuali di Cerotto. Ogni negozio, cinema, bar o museo era chiuso per il Giorno del Vicino.

«Oh, guarda, mi devi portare in quel posto, un giorno. Il Museo di Barche Vecchie. Deve essere pazzesco. Io adoro le barche!» esclamò Norberto.

«Mi spiace deluderti, ma quello non è chiuso solo oggi, è chiuso da qualche anno. A nessuno interessano le barche se non c’è il mare» ribatté Adele, con forse troppo piacere nella voce.

Il museo ospitava barche e velieri di ogni tipo e forma. Erano maestose e affascinanti; il loro odore di legno bagnato racchiudeva un suono di onde profondo e misterioso. Nessuno sapeva davvero come quelle imbarcazioni fossero arrivate a Yestering. La leggenda raccontava di un collezionista ormai defunto. Costui aveva pregato ambasciate ed eserciti di tutto il mondo di fargli arrivare quei mezzi da guerra ormai in disuso. Tutte le risposte, inaspettatamente positive, gli arrivarono in punto di morte. Rimase agli eredi il compito di occuparsene.

«Ma perché hai fatto tutto questo?» gli chiesero.

«Vi servirà, l’ho visto in un sogno…» delirava.

Gli eredi furono diligenti e per l’amore che gli portavano eseguirono le sue volontà. Il custode del museo era ora l’ultimo discendente in vita di quella famiglia di collezionisti: guardiano di barche, in un paese senza mare.

Lasciandosi alle spalle il museo, passarono sotto il negozio del fruttivendolo Vincenzo e Adele, un po’ per scusarsi dei modi bruschi di poco prima, gli raccontò la storia delle carote.

«A mia mamma non piacerà. Odia le regole e adora le carote» disse Norberto, ridendo.

Adele era stata antipatica, ma sembrava che lui non se ne fosse accorto. O è molto stupido o è molto buono, si ritrovò a pensare.


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