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Vite addomesticate: Tommaso

10 racconti, 10 storie di vite addomesticate dalla pandemia e connesse da fili a volte impercettibili ma dalla forza inaspettata.

Ecco la quarta delle dieci “vite addomesticate” raccolte nel volume curato da Irene Renni, in uscita per la nostra collana di narrativa, con racconti di Eleonora Firinu, Francesco Manuele Purita, Andrea Solfanelli, Federica Micciché e David Gallarello.


Capitolo quarto
Tommaso

Sono immerso nel mare e dondolo nell’acqua blu. Che silenzio! Sento solo le conchiglie che scricchiolano e qualche bollicina.

Sono completamente nudo, che strana sensazione! Il pisellino è tutto bello libero, e nel buchino del sedere ci entra l’acqua se mi rilasso un po’! E adesso sono rilassatissimo. Sento la corrente calda che scivola sulla pelle, scivola tutto, e mi fa il solletico tra le dita dei piedi.

Che bello che è!

È come volare, ma è tutto più calmo. Mi vien da dormire.

Aspetta!! E se ci fosse qualche medusa o uno squalo?!

Il cuore mi dà un calcio nello stomaco, devo guardare subito che succede intorno. Su, giù, destra sinistra, faccio un giro indietro e poi un altro, non riesco a fermarmi, ma non vedo niente.

Calmati! Non c’è niente di pericoloso. Tu sei Nettuno… nettuno ti può toccare! Mi vien da ridere, ma non posso, se no bevo!

Sì ma proprio nettuno nettuno! Non riesco a trattenermi questa volta e mi esplode la bocca dal ridere! Sott’acqua è un po’ strano, faccio tutte bollicine e la voce è tutta bollosa!

Facciamo che sono Tritone che è meglio. E poi che importa… posso respirare con le branchie, no?!

Voglio fare una nuotata, devo esplorare il mio regno. Raggiungo con calma il fondo, passo dentro le alghe e i pesciolini colorati, sono blu e rossi e sbrilluccicano tutti, sono agile ed è facile passare tra le rocce senza farmi male. Mi vien da gridare dalla gioia! Altre due bracciate in avanti e sembra di stare nel deserto, davanti a me vedo solo sabbia, raggi del sole e blu. Sfioro la sabbia con la pancia; vedo tutte le righine delle dunette che scorrono davanti agli occhi; mi avvicino fin quasi a toccarle, sempre più veloce. Sembra quando la mamma abbassa la serranda prima di spegnere la luce; bene, allora chiudo gli occhi e sogno.

Sogno di nuotare velocissimo, sono Tritone (penso a nettuno, mi vien da ridere ma ingoio l’esplosione, non ho tempo ora!). Sento tutto scorrere, non ho bisogno più di guardare, vedo con la pelle, mi immagino la sabbia che si apre al mio passaggio, le mie spalle larghe viste da sopra e l’acqua che luccica intorno con i riflessi del sole. La coda spinge forte in avanti e la corona mi si schiaccia sulla testa per la velocità.

Riapro gli occhi, sono gialli e pieni di stelle. Voglio salire in superficie e fare come i delfini quando saltano fuori dal mare e sembrano volare. Alzo la testa verso l’alto, il fondo del mare in un attimo vola giù e io su verso la luce. Un branco di pesci fa un vortice intorno a me, come a darmi ancora più spinta per il salto, punto il tridente verso il sole e mi preparo all’eruzione… stock!

Mi infrango sul vetro. Non è il mare, è un acquario!

Che delusione! Me ne ero completamente dimenticato. È da tempo che cerco un buco per raggiungere il mare, ma ancora niente. Devo assolutamente trovarlo! La mamma dice che è lì che abita papà.

Sono un po’ triste, ma voglio continuare a essere Tritone un altro po’, almeno finché la mamma non mi chiama! Mi distendo sul fondale; da qui si riesce a vedere tutta la bellezza del mio regno, o meglio, dell’acquario.

Sto per assopirmi, ma sento come una musica venire da lontano; forse è il canto di una sirena o qualcosa del genere. Si fa subito più chiara, deve essere qui intorno, cerco meglio. Eccola! Vedo deformato per via del vetro, ma la sirena è proprio davanti a me, appena fuori dall’acquario! Ma perché è lì fuori!? Mi fa il gesto di uscire. Non vorrei lasciare il mio regno, ma è bellissima e ho l’istinto di obbedirle. Cerco di risponderle a gesti, vorrei mandarle dei baci, ma ho paura che non sia il caso; mi ribolle il cuore, vorrei poter stare tutta la vita con lei, vorrei dirle che la amo, ma faccio finta di niente, non riesco neanche a parlare. Mi fa di nuovo il gesto di raggiungerla. Non ho scelta. Riesco a passare attraverso il vetro facilmente, non so bene come, ma rimango in una bolla d’acqua. Forse è più sicuro nell’acquario, ma ho come una corda che mi tira verso di lei. È davanti a me ora e non smette di fissarmi; è chiaro che anche lei mi ama tantissimo. Poi fa un sorriso, il suo amore arriva ancora più forte e io mi sciolgo tutto, io e la bolla.

Quando mamma mi guarda così io continuo a fare quello che faccio, solo che sono più contento. Sono felice e non penso più a niente, tutto qui.

Mi avvolge con l’accappatoio come un neonato e mi riempie di baci. «Lo sai che sei il mio piccoletto appena nato, amore di mamma?!»

Faccio finta di niente, ma mi piace tantissimo il gioco del neonato. Ancora fumante dal bagnetto, mi rannicchio un po’ stordito sulle sue gambe; lei mi culla mentre mi asciuga i capelli e io la guardo per tutto il tempo. Sono ancora sveglio, ma i miei pensieri sembrano sogni e io ci sono e non ci sono.

Spento il phon ritorno in me e riprendo a fantasticare sull’oceano: non vedo l’ora di trovare papà! Mamma sarà contentissima quando ci riuscirò. Quando ero piccolo mi ha detto che abita nel mare; piangeva mentre lo diceva, me lo ricordo benissimo, andavo ancora all’asilo ed eravamo al mare da nonna. Da lì in poi mai più una parola su di lui.

Ma perché non lo cerca! Piange sempre perché gli manca però non lo cerca! Lo troverò io! Tritone lo troverà!

Pronto dopo il bagno, mi rimetto subito al lavoro; voglio perlustrare ancora la casa per trovare un varco, un passaggio segreto o anche solo un buco per raggiungere l’oceano. Di sera, l’acquario si svuota per via della bassa marea e voglio sfruttare l’occasione per cercare meglio con la mia lente di ingrandimento e la mia fedele aiutante Cleo. «Dobbiamo concentrare le nostre indagini nel salotto Cleo, sono sicuro che oggi è la volta buona per trovare almeno un indizio!»

Cleo mi guarda in silenzio, ma non si muove dal divano; mi vuole di sicuro far capire che stiamo sulla strada giusta. È sempre di poche parole, ma sa farmi capire bene quello che pensa. Poi gli si accendono gli occhi e fissa il muro; fa per avanzare e io la seguo, il suo istinto non sbaglia mai! Dall’altra parte del muro si sente qualcosa… che sia lui?

«Tommy, è ora di andare a letto. Vieni che ho comprato un libro nuovo da leggere, ti piacerà. Se vuoi te lo legge mamma stasera».

«Bisogna interrompere le indagini per oggi, ma abbiamo fatto un passo avanti questa volta. Mi congratulo con te mia cara Cleo». Cleo risponde leccandosi i baffi e stiracchiandosi come fa sempre. Diventa lunghissima quando si stiracchia, rimango sempre stupito di questo.

Messo il pigiamino vado sotto le coperte, Cleo fa le fusa ai piedi del letto mentre mamma la accarezza. Che sonno che ho! In un attimo l’unica cosa che voglio è dormire e mamma lo sapeva prima di me che ero stanco. Mi fa rabbia che decida lei quando debba fare le cose, ma poi ha ragione sempre lei. Vorrei comunque resistere un po’ per non dargliela vinta, ma non riesco.

«Sei pronto amore? Inizio a leggere. È la storia di un pesce fuor d’acqua…»

Chiudo subito gli occhi. Sento la voce di mamma, ma non la storia. Mi giro da un lato e tiro un po’ su la coperta. Guardo fuori dall’oblò; stanotte il mare è muto e nero. Vorrei addormentarmi, ma ho l’impressione di vedere la zampa di un granchio che da fuori spunta al lato dell’oblò. Sì, è proprio la zampa di un granchio e ora inizia anche a picchiettare sul vetro! Sento un brivido dietro la schiena. Mi avvicino per controllare meglio… il granchio non è fuori! È dentro!! È a pochi centimetri da me. È nascosto dalla tenda, ma è qui, praticamente mi sta sulla faccia! Mi rigiro di scatto dall’altra parte con lo stomaco in gola e gli occhi chiusi per la paura. Sento il cuore che galoppa, ma mi faccio coraggio e li riapro.

Davanti a me ho di nuovo la mamma… che sollievo! Sono sul mio letto e c’è ancora Cleo che vibra sopra i miei piedi. Lo stomaco torna al suo posto. Giusto il tempo di riappoggiare la testa e sento di nuovo il mare, ma ora è un mare calmo e mi culla da dentro, piano piano. Niente più oblò, niente più granchi, niente di niente. Solo la voce di mamma, un brivido caldo dietro la schiena e dell’aria fresca nel cuore.

Vento, sole, io che respiro, poi di nuovo vento, mare infinito, riflessi di luce sulle onde e sugli occhi, poi una barca che affonda, pirati buoni e pesci che cadono sulla barca che affonda, una piovra che parla e mi bacia, poi il buio per un po’. Silenzio, mare scurissimo, un buco nero grande, nessun suono, poi la neve e diventa tutto bianco, mi giro di lato, c’è Cleo che mi guarda e si stiracchia sopra il letto, la mamma alza la serranda della mia cameretta, i miei occhi già aperti iniziano di nuovo a vedere.

Eccomi in salone seduto vicino a Cleo che mi guarda fare colazione e mi dice: «L’oceano ci aspetta, Tom. Oggi è il grande giorno». Cleo non è un tipo che perde tempo e ha ragione: non c’è tempo da perdere!

Mi alzo su deciso, gonfio il petto, afferro il mio tridente e torno nell’acquario. Avanzo con grandi bracciate fino al grande vetro che separa l’acquario dal mare e che separa me da papà. Il mio riflesso sul vetro è maestoso. Rimango un attimo a guardarmi, poi tento di vedere oltre, ma è impossibile. Un dubbio mi ferma il cuore per un attimo: e se non ci fosse nessun oceano dall’altra parte? Se non ci fosse nessuno da trovare?

Mi giro verso Cleo, il suo istinto non può sbagliare, mi dico! Devo riuscire a vedere con i suoi occhi. Respiro profondamente per concentrare il mio potere da dio del mare. Mi fermo al massimo dell’inspirazione e poi spalanco gli occhi verso Cleo, con un salto unisco la mia anima alla sua. Riesco a fissare il muro con i suoi occhi e non ho più dubbi.

Devo fare in modo di bucare quel muro a tutti i costi. Dopo esser riuscito a fare quello che ho fatto con Cleo, mi dico, perché non provare con mamma?! Ho bisogno del suo aiuto per riuscirci. Ci devo provare! Allora chiudo gli occhi di Cleo e mi concentro verso mia madre.

«Tommy che dici se appendiamo il quadro preferito di tuo padre?»

Ci sono riuscito! Sapevo che mamma ci avrebbe aiutati, lei sa sempre come risolvere le cose: un bel chiodo nel muro per appendere il quadro di papà! È Proprio quello che serviva. Brava mamma!

Mi vien da saltare dalla gioia, ma non devo perdere la concentrazione! Il mio corpo annuisce distratto alla mamma, ma con l’anima sono già in lei. La vedo prendere il trapano, ma sono io che lo punto sul muro, proprio dove ieri indicava Cleo.

Il braccio di mamma però non ha abbastanza forza. Devo fare qualcosa prima che rinunci! È Cleo a venirmi in aiuto, anche lei deve avere qualche potere magico perché anche se è a qualche metro di distanza da me la sento vibrare nel tridente. Di sicuro sta cercando di farmi capire qualcosa. Ma certo, il tridente! Siamo una squadra fantastica! Ora tocca a me!

Gonfio ancor più il petto, prendo bene la mira e infilzo la diga di vetro che ci separa dal mare: STRACK!!!

Il muro si apre e il mare inizia a entrare a volontà. Dal petto mi esplode un urlo di eccitazione.

«Cazzo, cretina maldestra! Ma che volevo dimostrare?» Esclama la mamma.

Mi giro verso di lei: è disperata! Ero pronto a esultare con lei, invece è disperata!

Ma perché fa così! Perché non vuole quel buco aperto!? Perché non vuole incontrare papà?!

Vorrei piangere, ma esce rabbia, TANTISSIMA rabbia! Allora mi affaccio dalla bolla d’acqua in cui sono immerso e urlo disperato contro di lei. È un urlo mostruoso, fa paura anche me, ma lei non si gira nemmeno!

Vorrei piangere ma l’unica cosa che riesco a fare è rientrare nella bolla e andare giù giù giù, negli abissi del mio regno, dove il mare è tutto nero.

È come stare nel fondo di un pozzo senza fondo qui. Non si vede niente, non si sente niente. Non so neanche se sto piangendo perché le lacrime si confondono con l’acqua! Vorrei tanto la mia mamma buona che mi abbraccia. Ma non è buona! Non doveva pentirsi di quel buco, doveva abbracciarmi, dirmi che finalmente potevamo ritrovare papà. Poi me l’avrebbe fatto conoscere, avremmo pianto di gioia come nei film, tutti insieme. Ma lei non lo vuole neanche cercare, non le frega niente di papà!

Passano ore o forse solo qualche secondo e dall’alto vedo scendere una specie di nutria bianca con le bombole e la maschera! È veramente buffissima ma sono troppo triste per ridere. Credo sia Cleo che cerca di consolarmi, che carina! Si posa sulle mie gambe e mi riscalda un po’.

Comincia a far le fusa, ma dura un niente perché all’improvviso punta dritto lo sguardo in su: «Si è affacciato un po’ di sole, Tom. Si vede meglio la luce quando sei nel buio, non trovi?»

«Immagino di sì ma tu sei un gatto, la maestra ci ha detto che i gatti ci vedono bene al buio. Io vedo ancora tutto nero».

Decido comunque di seguirla. Che scena assurda! Il dio del mare, cieco, salvato da un gatto in maschera e boccaglio!

Vabbè, mi aggrappo alla coda di Cleo e nuotiamo verso la luce.

Mi sembra un tempo infinito, ma ormai ci sono quasi. Raggiungo l’imbocco di quell’orribile pozzo, ma mi rendo subito conto che non sarà affatto facile uscirne. È strettissimo e riesco a malapena a farci passare la testa, ma solo dopo essermi liberato della corona da Tritone! A fatica riesco a far avanzare anche la spalla destra e con uno sforzo disumano allargo il piccolo varco. Facendo leva con il gomito passa anche il busto, ci sono quasi ormai! Con un colpo di reni tiro fuori insieme gambe e piedi e nello stesso istante il pozzo si chiude dietro di me. Sono nudo, rannicchiato sul pavimento del salotto e finalmente posso lasciare la coda della povero Cleo: «Non ce l’avrei mai fatta senza di te!» Mentre lo dico piango a dirotto. Ma lei non risponde. Deve essere stremata dal viaggio.

Da dove mi trovo ora riesco a vedere perfettamente il buco nel muro. Ero così eccitato quando l’ho visto aprirsi che adesso è strano che non mi faccia quasi più effetto. Ma voglio dare un’ultima occhiata…

Tommaso impiegò vari giorni per risalire il pozzo, anche se non è corretto parlare di tempo in quello che fu un viaggio senza tempo. Continuò a cercare chissà cosa oltre quel buco. Ai più poteva sembrare semplicemente il gioco di un bambino. Sembrò così alla mamma. Eppure, mentre giocava a spiare l’uomo dell’oceano, Tommaso brancolava ancora nel buio di quel pozzo. Non era più Tritone, non era un neonato, né un bambino, forse non era più neanche Tommaso. Non capì mai né la vera causa, né il giorno preciso della sua nascita che, come per tutti, avvenne tante volte.
Nacque quando venne alla luce dal grembo materno, nacque quando la parola vinse sul tatto, nacque quando assaggiò il primo gelato, nacque quando scoprì l’amicizia, nacque quando odiò la madre per la prima volta e nacque lo stesso istante in cui morì l’uomo oltre quel muro, quando morì l’uomo dell’oceano.
Tommaso volle dare un’ultima occhiata, ma, a quel punto, non vide niente più che un uomo addormentato su una poltrona.