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La voce che non sei tu – Capitolo Uno

Ecco il primo capitolo del romanzo La voce che non sei tu di Massimo Labate!

Potete sostenere questo progetto fino a mercoledì 21 novembre!

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Capitolo Uno

Mi sveglia una somma.

Il frigorifero che parte di scatto. Una porta chiusa con troppo slancio. La voce di mia madre che attraversa le stanze senza fermarsi in nessuna – come se stesse verificando che tutto sia ancora al suo posto prima che il giorno cominci davvero -.

Resto a letto qualche secondo. Il soffitto è bianco, con una crepa sottile vicino all’angolo destro. La seguo con lo sguardo ogni mattina: parte dal muro e punta verso il centro senza mai arrivare, senza una fine netta. Non cresce, non si chiude. Sta lì e basta.

Mi piace per questo.

Mi chiamo NEVE.

Layla, in realtà, ma Layla appartiene ad una versione di me che occupava più spazio.

Quella che sentiva subito tutto, che faceva domande due volte se la risposta non arrivava, che piangeva per cose che non meritavano così tanto rumore.

NEVE è più corto. Entra in un respiro.

La neve cade senza scegliere. Prende la forma di quello che trova punto il freddo ha una qualità precisa: addormenta. E io ho capito presto, molto prima di saperlo nominare, che addormentarsi prima è l’unico modo di non bruciarsi dopo.

C’è un momento esatto in cui l’ho capito. Avevo all’incirca dieci anni. Ero in cucina e avevo detto qualcosa – non ricordo più cosa -, una di quelle frasi che sembrano normali ma hanno un bordo sbagliato. Mia madre era al lavello di schiena. Si era fermata un secondo, le spalle ancora, le mani ancora.

Poi aveva sospirato.

Un gesto minuscolo. Non rabbia, non rimprovero, la definirei più come rassegnazione, solo aria che usciva dalla bocca di qualcuno che aveva già smesso di aspettarsi qualcosa di diverso.

Lì per lì non piansi e non mi arrabbiai.

Sentii solo un calore che fece aumentare il battito del cuore e la respirazione che divenne improvvisamente più rapida, il volto caldo, il collo, le orecchie; e poi il freddo risolutore, paralizzante -nel petto, rapido, come quando apri un finestrino e l’aria entra tutta insieme nell’abitacolo dell’auto e non puoi fare nulla per ostacolarla.

Da quella sera ho imparato a fermarmi prima. A controllare il bordo delle parole prima di pronunciarle.

Se resti bianca nessuna può dirti che sei troppo. Se congeli prima, non puoi bruciare dopo.

Ho scelto di chiamarmi NEVE.

Mi alzo.

Il pavimento è freddo sotto i piedi -sempre ogni mattina, con una precisione quasi intenzionale. Cammino verso la cucina facendo meno rumore possibile. È un’abitudine quella di cercare di essere il più leggera possibile, non una strategia.

Mia madre è davanti ai fornelli. Capelli raccolti senza margine, la schiena dritta, le maniche del maglione rimboccate sempre allo stesso punto. Il cell vibra accanto alla tazza e lei lo guarda senza prenderlo, poi mescola, sistema, controlla l’orologio.

Tre cose insieme, come se fermarsi fosse una possibilità che ha già smesso di considerare da tempo.

Mio padre è al tavolo con il tablet. Scorre le notizie lentamente con apparente attenzione. Ogni tanto solleva lo sguardo verso mia madre – quasi per verificare che tutto proceda come previsto – poi torna allo schermo.

Giulio è storto sulla sedia con una macchinina in mano. La fa correre sul bordo del tavolo, la lascia cadere, ride della caduta come se fosse la parte migliore del gioco.

Nessuno lo rimprovera

Mi verso il the. Limone. Il vapore mi sale in faccia, caldo e familiare. Lo definirei “stabile” e la cosa mi piace perché non cambia.

Così va bene, arriva la voce di Anna – non come un pensiero che scelgo, più come una frase che so già prima di deciderla. Stai al tuo posto.

“Dormito?” chiede mia madre senza girarsi.

“Si”

Un cenno con la testa. Poi le domande pratiche, nell’ordine oserei dire, consueto: hai preso tutto per la scuola – hai controllato l’orario – oggi hai verifiche. Rispondo mentre infilo il giubbotto, mentre cerco le chiavi, mentre tengo anche io il ritmo giusto.

Ogni risposta sistema qualcosa.

Anzi, ogni risposta evita un attrito.

Mio padre prende la giacca dal gancio vicino all’entrata di casa. Passa vicino a me, mi sfiora la spalla con un gesto così rapido da sembrare quasi fortuito ed involontario. Sulla porta si ferma.

“Hai preso l’abbonamento?”

“Si”

“Bene ok. Ciao.”

“Ciao.”

La porta si chiude piano. La casa riprende il suo ritmo immediatamente, senza pause, come se lui fosse stato una variabile temporanea.

La macchinina di Giulio rotola fino ai miei piedi.

La raccolgo e gliela passo. Lui mi guarda – serio, diretto – come se occupare spazio fosse la cosa più naturale del mondo. Come se la propria presenza fisica fosse un diritto di cui non ha mai dovuto negoziare i termini.

E qui sento qualcosa stringersi nello stomaco, una strozzatura precisa e rapida.

Non adesso, dice Anna. Non serve. 

Sistemo lo zaino. Prendo le cuffie.

Sul telefono c’è una notifica del gruppo di classe. Scorro senza aprire. Poi una parola mi ferma un istante: Vale. Sabato.

Richiudo lo schermo prima che si carichi il resto.

Fuori l’aria mi colpisce senza avvisare. Cammino verso la fermata. Il corpo va, i piedi trovano il ritmo, le spalle si abbassano di un grado come lo sguardo, il respiro si regola da solo.

Io lo seguo.

È un accordo che teniamo da anni, il corpo ed io. Lui fa la sua parte. Io faccio la mia.

Neve non ha fame, dice Anna sottovoce, mentre il primo autobus sparisce dietro l’angolo.

Stringo le cuffiette in tasca.

La fermata è a cento metri più o meno. La giornata è davanti. E io non so, ma non lo so davvero, mentre cammino, se quella voce è mia o se l’ho solo ripetuta così tante volte da non riuscire più a distinguerla.