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Skjoll: l’altra coda della lucertola – La lucertola e il principe

Ecco il primo capitolo del romanzo Skjoll: l’altra coda della lucertola di Andrea Torrente!

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La lucertola e il principe

La vista era meravigliosa. Come sempre dopotutto, quando ti affacciavi dalle mura est di Eldevang. Case, ville, la strada principale che collegava la Capitale con Peart e poi, se guardavi più lontano verso l’orizzonte, verdi campi coltivati alla perfezione, e alberi e viti e per i fortunati con un’ottima vista, anche l’Accademia Alkemios.
-Un giorno ci andrò, ne sono certo- disse Aguilar. -Quando avrai anche solo una sterea per pagarti anche solo la punta del cappuccio dell’uniforme, forse ci crederò. – rispose Merlok. Aguilar e Merlok erano due orfani che avevano imparato troppo presto a vivere per strada, cominciando fin da subito a capire come utilizzare al meglio le gambe, le braccia e la lingua per poter sopravvivere. Era così che funzionava in tutta Skjoll, specialmente nella Capitale: se hai una famiglia benestante puoi vivere bene, se non lo provi a tirare avanti, ma se non hai nessuno rischi di diventare una lucertola, perché alla fine contavi proprio come “un’insignificante” lucertola. Diventava però facile a quel punto rubare cibo o soldi che fossero, proprio perché era come se non esistessi, dato che nessuno ti voleva vedere o ti voleva ascoltare. Per chiunque eri solo un qualche piccolo ostacolo in mezzo alla strada. I due ragazzini ormai avevano imparato questa lezione, diventando quasi dei veterani della strada. Tuttavia, quel giorno sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. Ormai saturi di quella vista
scesero giù dalle mura per andare verso il mercato di Piazza Luton, la più grande della città, anche se dire che fosse grande era dire davvero poco. Tutte le vie principali conducevano alla piazza; appena usciti da una di esse, la vista si perdeva tra i banchi di frutta, verdura, spezie, passando per i fabbri che esponevano le loro armi e armature (anche se poi non erano mai le stesse che usavano i soldati, come spesso facevano credere), fino ad arrivare a incontrare anche falsi indovini e falsi curatori. Quello che sorprendeva di più però era la strada, perché non era fatta di ciottoli come nel resto della città, ma di
mattonelle molto chiare e incredibilmente lucide come se non ci passassero centinaia e centinaia di persone durante il giorno. Tutti i nuovi arrivati in città si stupivano più per questo particolare che per il resto e spesso provavano a chiedere di quale materiale fossero fatte le mattonelle, ma la risposta era sempre la stessa: -Sono le mattonelle della Casa di Elder, nostro Signore-. Ovviamente non era quello il luogo da cui venivano, ma i passanti rimanevano comunque soddisfatti della risposta.

Mentre Aguilar si accingeva a “raccogliere” due monete perdute da un mercante, i suoi occhi indugiarono su un ragazzino moro. I due ragazzi si somigliavano molto ma avevano un enorme differenza: il ragazzino sconosciuto era palesemente di nobili origini. Abiti eleganti e sfarzosi, capelli pettinati e lavati presumibilmente con un tipo di olio per capelli molto costoso, cintura di pelle con in mezzo una fibbia d’oro e addirittura uno stocco.
Fu proprio quest’ultimo ad attirare maggiormente l’attenzione di Aguilar; egli aveva una passione innata per le armi di quel tipo. Un paio di anni prima, ne aveva trovata una vicina ad una casa vuota e aveva cominciato ad allenarsi giorno e notte dando fendenti su un piccolo acero. Nessuno poteva vederlo mentre si allenava, ma era innegabile che fosse un talento naturale. Gli allenamenti comunque finirono quando un giorno perse quella spada scommettendo, con un’altra lucertola, che sarebbe riuscito a percorrere tutta la strada che separava Piazza Luton dalle Residenze Kevlan (che erano separate da un chilometro) in meno di 5 minuti, perdendo miseramente la scommessa.

-Ehi dove vai? – disse Merlok. -Ho visto una cosa che…te la racconto dopo. Ci vediamo stasera al solito posto Merl, tranquillo. – rispose l’amico. Nonostante fosse poco convinto, Merlok non fece più domande: – Va bene Ag, a stasera. –
Il giovane moro si stava ora dirigendo in una zona più isolata, lontana dal caos della piazza. Probabilmente quest’ultimo non sapeva che non era saggio per una persona vestita così bene, muoversi per quelle vie strette e soprattutto buie perché si diventava, come per magia, vulnerabili a qualsiasi tipo di furto dato che le guardie scarseggiavano in quelle zone; il Re aveva per anni provato a tenere alto il numero di guardie presenti in questi vicoli ma col tempo il numero diminuì sempre più velocemente per via dell’angoscia che i soldati provavano nel pattugliarle. Non erano tanto i banditi a preoccupare questi uomini; era più che altro la presenza di figure oscure, nascoste nell’ombra, che terrorizzavano solo a guardarli. La gente del posto li chiamava spettri. Avevano occhi rosso chiaro, che sembravano più vividi al buio e, ogni volta che qualche guardia li vedeva questa spariva per dei giorni, ripresentandosi poi a Castel Vista come se niente fosse successo. L’unica differenza stava nel fatto che il soldato non sembrava
più un uomo forte e soprattutto sveglio, ma era come se non fosse realmente nel luogo dove camminava, dove viveva, ma in un altro mondo. Col tempo il Capitano dell’Esercito Reale si ritrovava costretto a sollevare dall’incarico la guardia mandandola a casa fino a quando, insieme al Re, decise di rinunciare a mandare troppi uomini in quelle zone.
Aguilar seguì il ragazzo nonostante sapesse che cosa attendeva i due ma per qualche ragione sentiva di non poter rinunciare a seguirlo. Il misterioso ragazzo si trovò davanti ad una parete, un muro troppo alto per essere scavalcato e senza vicoli nè a destra nè a sinistra. L’unica cosa che attirava la sua attenzione era un cesto di paglia scura sistemato in un angolo. Dannazione devo avvertirlo! disse tra sé Aguilar. Quest’ultimo infatti sapeva che quello era un trucco usato da molti banditi per attirare le persone da rapinare; un baule, una o due brocche d’acqua o proprio una cesta di paglia venivano messe alla
fine di una strada senza uscita per incuriosire lo sfortunato passante, per poi derubarlo (se non peggio).

Ai banditi presenti quel giorno andò ancora meglio: lo sfortunato passante sembrava qualcuno di molto ricco. La lucertola non riuscì ad avvertire in tempo l’altro ragazzo dato che i banditi piombarono subito davanti a lui, calandosi da delle finestre alte un piano da terra, obbligandolo a nascondersi dietro una scala di legno e delle casse. Il gruppo di malviventi era costituito da tre persone, due uomini calvi e una donna con i capelli raccolti in una coda molto lunga.
-Bene bene ragazzi. Abbiamo un ragazzino bello pulito e profumato-. -Sempre se è davvero un rogazzino. A me pare una femminuccia da come è vestito dene e dai gioielli che ha addosso. –
La donna mollò uno schiaffo davvero forte all’uomo che le aveva risposto, facendo pensare ad Aguilar che fosse lei il capo. -Miseria come parli male, Mance! Se non fosse che hai la mano lesta, ti avrei già strangolato nel sonno. –
Il ragazzino sembrava terrorizzato e fece forse l’errore peggiore che potesse fare: parlò
troppo. -Perdonatemi signori ma credo di essermi perso. Se mi aiuterete a ritornare in Piazza Luton, vi saprò ricompensare-. -Ah sì? Perché tu ovviamente sei…- chiese il capo sperando di ricevere una risposta dal giovane.
-Il principe Ian, del Casato Drummand- rispose un po’ incerto il ragazzino. Ai tre banditi brillarono gli occhi; derubare un principe era molto rischioso, ma farlo in una zona d’ombra come quella avrebbe reso tutto meno plateale. Dopo averlo derubato lo avrebbero stordito e lasciato in mezzo alla strada, dopodiché il colpo alla testa o uno spettro avrebbero cancellato i volti degli aggressori dalla mente del povero Ian.

-Ohhh il principe Ian, quale onore. È così strano incontrare una persona del vostro calibro in questi oscuri luoghi. – rispose la donna cercando di nascondere l’eccitazione del momento. -Sì. Infatti, per questo dicevo di essermi perso…-
-Beh ma ci siamo qua noi che possiamo riaccompagnarvi a casa o dovunque voi vogliate. Ma magari volete prima bere qualcosa! Avete un volto così stanco. – -Vi ringrazio signora ma…accetto volentieri solo di essere riaccompagnato in Piazza. Lì poi andrò in qualche locanda a dissetarmi. –
-Oh ma noi insistiamo ad aiutarvi, signore. – si inserì Gunly, il terzo che non aveva ancora parlato. Se non faccio qualcosa è spacciato! pensò Aguilar sempre dietro le casse di legno. Il problema era come aiutarlo? I tre banditi erano davvero grossi e soprattutto armati, quindi era impossibile usare la forza contro di loro. Ma non sembravano molto svegli, soprattutto i due uomini, mentre Aguilar lo era fin troppo. – EHI VOI, FERMI!!!!- urlò uscendo dal suo nascondiglio: -Siete impazziti per caso?! Questo spettro potrebbe aggredirvi da un momento all’altro! –
-Ma di che parli, ragazzino!! Ti sembra forse uno spettro questo qua??- rispose Gunly. –
Già. Non mi sembra che abbia gli occhi rossi…- -Ecco, diglielo Nia. –

-Non penserete mica che gli occhi rossi siano l’unico tratto distintivo di uno spettro? Uno spettro vero e proprio non lo riconosci per questo. – insistette Aguilar. -Ah sì? E dimmi allora, come lo riconosci? – chiese Nia.
Ora viene il difficile. – Non avete notato che questo ragazzo è sbucato dal nulla senza che ve ne accorgeste? Non avete notato che non è scappato dopo avervi visti? Lo fa proprio perché vuole trarvi in inganno e rapirvi! –
-Ma anche tu sei comparso dal nulla, moccioso!!- rispose Gunly, facendo un passo avanti verso i due giovani. -Difatti potrei essere anche io uno spettro…- E ora vediamo se sono davvero così stupidi come sembrano.
I banditi sgranarono gli occhi perché effettivamente, per loro, poteva essere così. Degli
spettri si sapeva che rapivano le persone, sbucando fuori dal nulla, quindi il dubbio era più che legittimo! Nia parlò sottovoce ai due compagni. -Questo qui ci vuole fregare ragazzi! Non diamogli retta e sbarazziamoci di lui. Poi rapiniamo quel fottuto principe. – -Non lo so… questo qui non ha tutti i tarti in effetti… – -Esatto. – concluse Gunly dopo aver ascoltato i dubbi di Mance. -Per l’amore di Elder! Siete solo un branco di codardi cagasotto. – imprecò Nia. -Quando te lo dico tappati il naso e la bocca e corri verso la strada. – sussurrò Aguilar. -Cosa? – -Tu fallo e fidati di me! Farò un gesto con la mano per darti il segnale. – Gli occhi dei due giovani si incontrarono e Ian, d’istinto, capì che poteva e doveva fidarsi di quel ragazzino appena conosciuto. -È inutile che continuiate a discutere signori, tra noi cinque c’è sicuramente uno spettro. La domanda è: chi di noi sta mentendo? – disse a quel punto Aguilar, cercando di aumentare la tensione dei tre malviventi.

Ora basta! Mi hai stancato, lucertolina del cazzo! – Ora o mai più. Aguilar tolse la mano dalla tasca e lanciò della polvere a mezzo metro da Nia. Seguì uno boato non molto forte, che durò solo un secondo, una piccola nube e colpi di tosse prolungati. – Coff, ma che è successo?! Gunly! Mance! – -Merda Nia, sono spariti! I due ragazzini! Aveva ragione la lucertola. Era uno spettro e sono spariti con la magia! urlò Gunly, senza curarsi di tutta la polvere che aveva addosso. -È tutta colpa tua donna! Ci hai fatto mettere contro un principe ed ecco che per un palo non ci ritroviamo arrastiti! – si lagnò Mance, che aveva gli occhi rossi come il fuoco. -Per Elder, smettila di parlare dannazione. – e quello che seguì furono solo imprecazioni tra banditi che stavano per derubare il principe Ian del Casato Drummand.
-Ma come ci sei riuscito? Cos’era quella stregoneria? Non sarai per davvero uno spettro…? – domandò Ian con una voce preoccupata e allo stesso tempo eccitata. -Niente di tutto ciò tranquillo. Era soltanto un trucchetto alchemico. Io so tutto sull’alchimia, sai? –
-Però non mi sembri uno studente dell’Accademia. – -È per come sono vestito che te lo chiedi? – chiese Aguilar un attimo irritato.

No assolutamente! È solo che mio padre mi ha detto che all’Accademia ci possono entrare solo i ragazzi di vent’anni e tu mi sembri molto più giovane. – rispose il principe. Questa risposta spiazzò Aguilar. Un nobile che non mi tratta con superiorità e arroganza. Domani nevicherà sicuramente. -Sarebbe davvero bello poterci entrare un giorno, ma dubito che succederà. – -Potrei parlarne a mio padre. Lui sicuramente
potrebbe mettere una buona parola! Così, a vent’anni, potremmo andarci insieme visto che anche a me piacerebbe molto. – Certo che sono proprio ingenui i principi pensò la giovane lucertola. Aguilar sapeva infatti benissimo che un requisito fondamentale per entrare nell’Accademia Alkemios era quello di avere una buona famiglia alle spalle, oltre che ad un bel gruzzoletto nella banca, e lui sapeva benissimo che non aveva né uno né l’altro. Però in cuor suo sapeva che un giorno avrebbe trovato un modo per entrarci. Mentre parlavano, i due ragazzi sentirono un gran vociare, che cresceva ad ogni loro passo; erano ritornati in Piazza Luton. -Rieccoci in piazza. Ti consiglio di non farti più vedere in questi vicoli. È meglio se quei tre idioti continuino a crederti uno spettro. – disse Aguilar. -In effetti non hai tutti i torti. Beh, non potrò mai ringraziarti come si deve. Se non fosse stato per te, probabilmente ora sarei ferito o peggio.
Diamine…io non so nemmeno il tuo nome! – -Aguilar. – -Aguilar e? – -Solo Aguilar. Mi hanno sempre chiamato così. – -Bene Aguilar, io ti ringrazio di nuovo infinitamente per avermi salvato la vita. Non vedo l’ora di raccontare ogni cosa alla mia famiglia! –