Il pesce che non sapeva nuotare – Saluti
Ecco il secondo capitolo del romanzo Il pesce che non sapeva nuotare di Alberto Capuzzo!
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Saluti
Quando mia madre, sola, mi abbandonò in un orfanotrofio, non lasciò nessun recapito e nessun nome. Sparì nel nulla, come non fosse mai esistita. Non so se mi spiego. Chissà questa cosa come ha influito sulla mia consapevolezza dell’esistenza. Mi ha di certo incasinato di brutto la testa. Fin da bambino immaginavo migliaia di passati possibili che potessero spiegare le mie origini. Erano tutti avventurosi, fantastici e completamente agli antipodi rispetto alla mediocrità del presente. Mi sentivo come se stessi vivendo una vita sotto copertura. Detta così sembra un’accozzaglia di stronzate, me ne rendo conto. E me ne rendevo conto allora. Eppure, ogni storia che mi raccontavo mi convinceva che stessi vivendo una vita non mia. Stavo vivendo la vita di qualcun altro.
Appena ebbi la possibilità economica scappai dall’orfanotrofio. Per un breve periodo frequentai l’università di lettere e vissi assieme ad altri studenti in centro città, pagando l’affitto con qualche lavoretto part-time. Scadenze, sessioni d’esame… Decisi ben presto di mollare tutto e cercai un posto tutto per me.
Impiegai un bel po’ di tempo a trovare un appartamento. Non ero proprio il genere di persona matura e referenziata la quale si faceva entrare in casa spensieratamente. In più il periodo non era dei migliori e gli affitti erano schizzati alle stelle negli ultimi due anni. Quando si parla di borse che si alzano e si abbassano, termini più indicati per delle giostre che per l’economia mondiale, la faccenda resta sempre particolarmente astratta. Se in più si abita tra le montagne, in paesini nel culo del globo come il mio, è veramente difficile prestargli la giusta attenzione.
Questo discorso è valido finché non si capisce di essere soli di fronte al mondo. Un mondo nel quale si è catapultati da quel momento in poi, un mondo totalmente estraneo a quello in cui si viveva prima. Non c’è montagna che riesca a fermare gli sferzanti venti del capitalismo. Venti che sanno essere dannatamente freddi.
2. Routine
Il meglio che trovai fu un appartamento a ridosso di una diga. Stava in una palazzina rossa scolorita di tre piani su una sponda di un fiume, libera sui quattro lati e circondata, almeno per il raggio di un chilometro, da campi incolti. Al primo piano c’erano degli uffici utilizzati dal custode della diga che abitava al secondo piano. Era un mio coetaneo, in forma e con i capelli neri come la pece. Non si perdeva mai in inutili giri di parole ed era molto carismatico, con la battuta sempre pronta e una chiacchiera ipnotica. Diventammo subito amici. Entrambi ne avevamo bisogno.
Io vivevo al terzo piano.
La storia della diga, mi aveva raccontato il Custode, era pressochè questa: costruita intorno al 1928, serviva come sbarramento per portare, tramite un canale artificiale, l’acqua a una centrale idroelettrica sita nei pressi di uno stabilimento per la produzione di alluminio. La monumentale fabbrica era stata costruita in quella zona per sfruttare l’aumento della pendenza del fiume e aveva completamente cambiato il modo di vivere della popolazione locale. L’economia della zona, che era principalmente basata sull’agricoltura, venne lentamente soppiantata dal lavoro dipendente. L’industrializzazione fu dannosa sia per l’apparato sociale che, soprattutto, per quello ambientale. Inizialmente negli anni trenta e di nuovo negli anni sessanta, a causa di un pessimo sistema di filtraggio, l’inquinamento aveva cominciato a danneggiare prima le piante, poi gli animali e infine le persone che accusavano un forte malessere e dolori articolari. Ricordo che mi mostrò la foto di una capra che non riusciva a reggersi in piedi. Nei paesi della zona limitrofa, definita zona nera, c’era stata una forte mobilitazione, con bombe simboliche, proteste e blocchi dei treni per protestare fermamente contro quel mostro ecologico.
Eppure non mancò chi scese in difesa di quella fabbrica, oltre agli investitori, si intende. Molti operai temettero di perdere il lavoro e quindi l’unica fonte di sostentamento per le proprie famiglie. Operai che lavoravano in condizione estremamente dure, tra il freddo glaciale e il calore dei forni. Solo negli anni ottanta si arrivò alla chiusura definitiva di quella fabbrica, ma ormai il mondo era cambiato. I sindacati ce l’avevano messa tutta per salvaguardare i lavoratori che, alla fine, furono gli unici a prenderlo… beh si capisce. Venne allora scavata una galleria per permettere al canale di proseguire. Sbucava in un bacino a chilometri di distanza, dove fu costruita una nuova centrale idroelettrica. Viste le monumentali dimensioni era chiamato il Canale dei Giganti.
Risalendo il fiume, ad una decina di minuti di distanza (a passo svelto) c’era l’Iris Pub, un bar irlandese che di irlandese aveva solo un orribile trifoglio scavato con un coltello nella porta e il nome scritto sbagliato. Infatti, per tutti, quel posto era solo l’Iris, il barista era anche lui Iris e gli o le aiutanti varie, che cambiavano quasi settimanalmente, erano Iris pure loro. Iris, il barista, sembrava non essersi mai accorto dell’errore di battitura, anche se era evidente che la sua conoscenza della terra d’Irlanda non fosse particolarmente approfondita. Il Custode, citando ironicamente Joyce, diceva sempre: «un uomo di genio non commette errori, i suoi sbagli sono l’anticamera della scoperta.»
Iris metteva allo stereo dei dischi dei Pogues quasi tutto il tempo e questo era sufficiente per dargli l’illusione di avere aperto un irish pub nel nord Italia, coronando un sogno che aveva fin da bambino. Considerato che non penso fosse uno studente modello, o studente in generale, o che a casa avesse un libro qualsiasi di qualche autore o autrice irlandese, mi risultava impossibile comprendere dove avesse avuto l’idea di aprire un irish pub e non un pub qualsiasi, cosa che a tutti gli effetti era. Eppure, malgrado tutto, quello era il locale che frequentavo.
Io e il Custode passavamo le serate a parlare e bere birra, ubriacandoci sempre troppo e tornando a casa barcollando, cantando pezzi dei Pogues a squarciagola o, se Iris ce lo permetteva, qualche altro musicista che trovavamo sul vecchio jukebox inutilizzato nell’angolo del locale. Avevamo preso l’abitudine, per non perderci anche noi nella confusione dei nomi, di chiamarlo zio. Dopotutto ci sentivamo come una grande famiglia.
Tra il fumo di sigaretta, l’odore di alcol e l’incredibile mole di nozioni che il Custode sapeva sulla guerra civile irlandese, che non mancava di sbraitare con voce stentorea nel locale, ammetto che un po’ irlandese mi sentivo pure io. Iris, che non sarebbe riuscito a seguire il discorso neanche se a tenerlo fosse stato un professore pluridecorato, figurarci quindi quello di un ubriacone al banco, fingeva di ascoltare quelle lezioni improvvisate, grugnendo ogni volta che venivano nominati gli inglesi. Quei maledetti porci inglesi.
A fianco del bar c’era parcheggiato un vecchio Volkswagen T2 verde smeraldo. A giudicare dalla sporcizia doveva aver passato lì molte stagioni. Sulla fiancata c’era un grosso cartello con scritto VENDESI. Fantasticavo di comprarlo e vivere on the road, sognando Kerouac e, come lui, di proiettarmi «…in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo.»
A rifletterci bene, l’assenza del mio passato bloccò la mia vita in uno strano loop. Il futuro si contorceva e plasmava in infiniti mondi di ipotesi e immaginazione, disfandosi ogni qualvolta riuscivo a sfiorarlo con la punta delle dita.
Grazie al Custode smisi di mangiare carne. Tra le migliaia di discussioni che facemmo in quel pub c’era anche quella sullo sfruttamente animale. Era un ragazzo molto sensibile ed empatico. Mi raccontò che tutte le volte che riusciva a prendere ferie, passava le settimane a fare volontariato al Santuario degli Animali. Si trattava di un porto franco dove alcuni attivisti mettevano in salvo gli animali dal macello dandogli una nuova casa. Mi regalò La fattoria degli animali di Orwell, lasciandomi scritto, in prima di copertina, una citazione presa dal libro: «L’uomo è l’unica creatura che consumi senza produrre. Non dà latte, non depone uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non corre abbastanza veloce da catturare un coniglio. Però è padrone di tutti gli animali. Li fa lavorare e in cambio concede loro il minimo necessario alla sussistenza, tenendo il resto per sé.»
Mi ero trasferito con la sola garanzia di un contratto a tempo determinato in una legatoria industriale. La turnistica era uno schifo. C’erano delle settimane dove facevo primo e secondo turno a giorni alterni. Lavoravo qualche mese, stavo a casa un paio di settimane e poi venivo riassunto. Era una situazione veramente precaria. Però non mi lamentavo. Riuscivo a gestirmi le finanze molto bene e avevo la fortuna che il mio affittuario fosse il Custode. Vista la miseria che mi chiedeva per l’affitto, ci avevo messo molto poco a rendermi conto che lo chiedeva più per una necessità burocratica che economica. I soldi non gli mancavano, ciò che cercava era un amico.
In fabbrica lavoravo con tantissimi pachistani, assunti tramite un’agenzia interinale che, in quanto a orari, se la passavano molto peggio di me. Anche questo mi convinceva del fatto che, tutto sommato, ero uno dei fortunati. Già, fortunato, io… un coglione patentato con un lavoro da incubo. Almeno trascorrevamo i turni a parlare in inglese ed ero molto felice di poter tenere allenato anche il cervello visto che la catena di montaggio non offriva particolari stimoli.
Ricordo di un pomeriggio, alla vigilia della scadenza di uno dei miei molteplici contratti, dove il capo reparto mi vomitò addosso urla e insulti davanti a tutti i colleghi e a dei clienti in visita alla fabbrica. Sfruttò la sua posizione e la mia inesperienza per dare una becera dimostrazione di forza. A ripensarci adesso, fui veramente un idiota a non sputargli addosso e mandarlo cagare. Il tutto perché, non riuscendo a stare al passo con i nastri che trasportavano i libri (velocizzati molto di più rispetto al solito, solo per pavoneggiarsi davanti al cliente), avevo dovuto appoggiare delle copie in terra in modo da non bloccare la macchina che eruttava volumi come un vulcano. Il mio compito era quello di impilarli su dei bancali in legno, ma a quella velocità e con il caldo del cellophane che ustionava le dita, non riuscivo a stare al passo.
Il capo reparto non perse occasione per insultarmi e definirmi un inetto, lagnandosi che i libri non andavano appoggiati per terra e scusandosi in modo servile con il cliente per la mia totale assenza di buonsenso. Scusarsi per me, come fossi una sua proprietà. Veramente, non voglio essere ripetitivo eh, ma giuro che non capisco cosa cazzo mi passasse per la testa in quel periodo.
Non ebbi loro notizie per un mese. Fu la prima volta che sperimentai sulla mia pelle una vergogna di tipo sociale. Mi sentivo come un ingrato che si era bruciato l’opportunità di lavorare. Un fannullone che, messo alla prova, aveva gettato la spugna appena si era presentata l’occasione.
Ero mortificato. Ancora non avevo imparato che l’arma della mortificazione è qualcosa di fortemente radicato nell’industria… e nella società. L’obiettivo è proprio quello di plasmare le menti dei lavoratori, convincendoli che non esista un’alternativa. Se non si è all’altezza si è condannati all’inefficienza. Questo è il sistema e chi sceglie di non accettarlo è un buono a nulla. Viceversa, se si decide di integrarsi e omologarsi si avranno infinite possibilità per poter realizzare i propri sogni.
Il punto è che la realizzazione dei sogni si basa su un principio di confusione. Solo da bambini si hanno dei sogni genuini e puri. Invecchiando non si ha idea di quello che si vuole e si compiono ripetute azioni disperate alla ricerca di un senso. Penso che l’analogia migliore sia con quelle macchine piene di peluches che si trovano nei supermercati: inizialmente si punta a un determinato orsacchiotto, ma dal secondo tentativo in poi, pur di non uscirne sconfitti, ogni premio andrà bene. Se siamo abbastanza fortunati, riusciamo a riempirci la casa di peluches che realmente non vogliamo e li mettiamo tutti in mostra come trofei, euforici all’idea di aver ripetutamente battuto quella macchina del supermercato. Quella dannata, stupida, arrogante, truffaldina macchinetta che manco so come si chiama.
Come ho già detto, tutto questo ancora non lo avevo imparato.
Tornai con la coda tra le gambe alla legatoria chiedendo una seconda possibilità. Venni tenuto sulle spine per un’ora, in attesa che il direttore si liberasse. Ciò non avvenne. Fece solo recapitare un messaggio in segreteria e mi venne comunicato che dal giorno successivo potevo tornare a lavorare.
Da quel momento in poi nacque quella che posso definire la mia routine. Si tratta chiaramente di un efumemismo. Infatti, da quel momento in poi nacque quella che posso definire la mia prigione. Durante la settimana lavoravo, il weekend andavo a ubriacarmi all’Iris Pub con il mio amico e, immancabile, il vecchio zio Iris.
A conti fatti non mi mancava nulla. Avevo un lavoro, una casa, rapporti sociali, la salute… l’unico grosso problema era quel sentimento di insoddisfazione che mi portavo dentro e cercavo di seppellire il più profondamente possibile. Se spazzare la polvere sotto il tappeto fosse stata una disciplina olimpica, avrei ripetutamente vinto la medaglia d’oro.
Quando tornavo dal lavoro e mi appoggiavo al parapetto della diga, fumando distrattamente insieme al vento una sigaretta, guardavo le acque scrosciare dalle porte meccaniche che ne regolavano il flusso e immaginavo come sarebbe stato se mi ci fossi buttato dentro. Alle volte, quando il fiume era calmo, mi sembrava che la persona nell’acqua che ricambiava il mio sguardo non fossi io. Non so dire se fosse depressione, noia o il connubio tra le due, ma succedeva con ricorrenza. Dopo qualche minuto di riflessione (il tempo della sigaretta) distoglievo lo sguardo dai vortici e rientravo in casa. Sottrarmi da quella trance non mi richiedeva una grande forza di volontà, quindi non perdevo troppo tempo a preoccuparmi per quei pensieri.