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All’ombra di San Michele – Ritornare a lavoro

Ecco il primo capitolo del romanzo All’ombra di San Michele di Massimo Bagna e Francesco Patrucco!

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Capitolo Uno – Ritornare al lavoro

2 settembre, ore 7:30

Così cominciava quella giornata per Marco, una di quelle che odiava più delle altre. La motivazione del suo mattutino rancore era da attribuire all’appuntamento con il collegio docenti di inizio anno scolastico, occasione in cui si decidevano le principali linee guida dell’istituto per i mesi a venire. Insomma, almeno per lui, una rottura senza precedenti. Erano passati due anni da quando Matteo e Marco erano stati protagonisti degli eventi che li avevano resi noti a Casale e molte situazioni erano in via di cambiamento. Nessuno oramai si ricordava più di loro, a eccezione degli studenti che già frequentavano la scuola ai tempi in cui i due amici si erano improvvisati investigatori. Di tanto in tanto, a uno sguardo severo di Marco, lo pregavano che non li facesse arrestare. Si girò sul fianco destro e vide Camille che ancora dormiva profondamente.
Cazzo, ma come è possibile che sia ancora qui? Ma soprattutto, come è possibile che possa ancora dormire? Sono solo io che, consapevole che il giorno dopo sarà un giorno da dimenticare, smetto di dormire già la sera prima?

Con questi problemi socratico-euclidei, si alzò dal letto. Matteo certamente dormiva ancora, ma nell’appartamento dirimpetto a quello di Marco, in cui questi si era trasferito, poiché Camille lo aveva convinto a tentare di costruire una relazione seria provando una sorta di convivenza. Considerato il proprio caratteraccio, Marco viveva con le valigie a portata di mano, ma senza che Camille lo sapesse, mentre lei rimaneva la dolce e agguerrita creatura di sempre. Stava quasi terminando il dottorato di ricerca ed era contentissima di lavorare nella scuola. L’anno precedente aveva insegnato in un istituto differente, ma sempre nella provincia di Alessandria. Quest’anno, invece, l’algoritmo che prevede l’assegnazione delle supplenze l’aveva riportata al via, all’istituto in cui era nata la loro love story, con un congruo numero di ore al serale, rendendola, di fatto, una splendida collega. Aveva ottenuto una manciata di ore, ma ne era comunque felice, così avrebbe potuto terminare il suo percorso di studi per poi dedicarsi completamente alla professione di docente. Ne era particolarmente entusiasta Francesca, la referente del corso. Aveva visto in lei una persona affidabile ed era particolarmente orgogliosa di essere stata, in qualche modo, concausa della relazione tra i due. Francesca voleva bene a entrambi e Marco rimpiangeva, da due anni a questa parte e sempre maggiormente, di non poter più lavorare con gli adulti. Quando incontrava Francesca e il suo umorismo nei corridoi prima di una lezione, si illuminava e, almeno per qualche ora, la giornata gli si rischiarava. Della presenza di Camille nella stessa scuola, Marco era molto preoccupato: la fama di tombeur de femme[i], quella insita di coureur de jupons[ii], ma specialmente l’idea che gli altri lo giudicassero per quella relazione, lo faceva terribilmente innervosire. Era pronto, alla prima battuta inappropriata, a scatenare l’urlo di Chen[iii].

Aveva poi smesso con il Magistero francese. Alla richiesta di spiegazioni, la risposta era sempre la stessa.
«Pochi guadagni e troppo impegno… ormai ho una certa…»
Ma molto probabilmente, rimasto sconvolto dalla vicenda di Camille, voleva togliersi ogni possibilità di ricadere, anche solo lontanamente, in una situazione simile. In fondo aveva una certa anche per questo genere di cose. E sì, era molto felice della vita di coppia, ma aveva anche decisamente sofferto: un conto è lasciarsi andare alle passioni, un altro è costruire una relazione e considerata la propria incapacità nel secondo dei propositi, ciò lo provava profondamente. Camille, poi, era sempre via per lavoro o per studio e, a lui, la solitudine spaventava, anche se aveva imparato a gestirla. E poi c’era Matteo.

Matteo continuava a occupare l’appartamento che aveva condiviso con Marco, alla stessa spesa mensile: l’altra metà infatti era rimasta a carico dell’amico, metti mai che con Camille fosse finita, e poi l’appartamento, dove soggiornava ora, apparteneva proprio alla fidanzata, come regalo della madre per la sua laurea e la giovane donna non pretendeva alcun compenso da lui, che, di fatto, lo rendeva un ospite molto desiderato, nonostante l’idea di fare il mantenuto generasse ancora più inquietudine nel suo già sufficientemente tumultuoso universo interiore. Anche Matteo, a seguito dell’ottenimento del trasferimento, cominciò a lavorare nello stesso liceo di Marco, diventando collega di dipartimento di Camille: che l’allieva avesse superato il maestro? Aveva poi scritto un annuncio sul «Casalese», in cerca di un nuovo coinquilino o chissà, di una coinquilina, cosa che in fondo non gli sarebbe affatto dispiaciuta. Di lì a poco, tuttavia, era stato contattato da tal Amedeo Rini, un collega trasferitosi da un’altra istituzione scolastica e, ironia della sorte, anche lui insegnante di discipline giuridiche. Questi prendeva servizio con Marco, Matteo e Camille in quello stesso giorno e nella stessa scuola, occasione utile per conoscersi e valutare se condividere con lui gli spazi domestici, oltre a quelli lavorativi.
Incredibile, il dipartimento di diritto su uno stesso pianerottolo. Ma che caz.., aveva subito pensato Marco, che li immaginava suoi spietati carnefici, piuttosto che difensori.

Finalmente udì l’inconfondibile borbottio della moka e Marco poté interrompere questo flusso di pensieri e dedicarsi alla prima buona azione del mattino, vale a dire sorseggiarsi il caffè di torrefazione, proprio come l’inconsolabile vedova Paganini gli ricordava nei ricorrenti incubi che affollavano le poche ore di sonno, quasi a conservare un ricordo sensoriale di quell’esperienza traumatica, il cui lascito più importante, però, era la storia d’amore che stava vivendo. Si vestì rapidamente e uscì di casa, passando prima a dire a Camille che l’avrebbe anticipata.
«Ti aspetto là»

Lei aprì distrattamente un solo occhio, provò a capire la ragione di tanta urgenza, non la comprese, lo richiuse e si limitò a rispondere «Va bene, amore»

Marco attraversò il corridoio, uscì e si tirò dietro l’uscio. Bussò due volte alla porta di Matteo, che non rispose.
Ma figurati! Pensò tra sé e sé, la solita puntualità. Scese le scale e cominciò ad appropinquarsi verso la scuola. Era diventato solitario, taciturno, amava ripetere le stesse azioni e gli stessi rituali: flânerie per le vie oscure che amava particolarmente, il profumo dei krumiri, poi la piazza centrale gremita di persone con vista sul Duomo. Casale è una città strana: un po’ romana, un po’ medievale, con i suoi corsi a cardo e decumano e i suoi vicoli che si arrotolano in centro, quasi a voler celare, in quell’intricato reticolo, segreti e profumi di secoli di storia. È un po’ paese, un po’ periferia, un po’ centro di cultura e un po’ luogo di passaggio. I casalesi si lamentano talvolta della loro città, ma nessuno ha mai il coraggio di abbandonare il suo fascino bizantino. Vie oscure, la piazza con la torre che svetta sul fondo, sa di città magica e stregonesca, un po’ madre, un po’ matrigna, bambina per bene alto-borghese e anche un po’ puttana. A quel punto la scelta: o una via che portava direttamente al teatro e alla piazza che ospita il castello, dove era solito prendere il secondo caffè della giornata o inoltrarsi nel centro per duecento metri, girare sulla destra, continuare per altri cinquanta metri, per poi giungere sulla medesima piazza e andare a prendere lo stesso caffè, ma seduto nel dehors di un bar differente. Scelse la seconda opzione. Trovò il bar chiuso con la scritta “Per una questione familiare, il locale apre alle ore 11:00”.
Cominciamo di merda! si disse. Innervosito, ritornò in centro, si sedette a un tavolino di un altro esercizio e ordinò il suo caffè. Si sentiva inquieto: ogni volta che qualcosa del suo programma andava storto, ricordava preoccupato un vecchio adagio piemontese, che gli era giunto da suo nonno: nunna nova, bunna nova[iv]. Ma la novità era arrivata e lui ne era turbato. Per stemperare quest’ansia immotivata, prese lo smartphone e scrisse a Matteo.
Ohi, ti svegli? Ti aspetto qui, bella addormentata, sbrigati!
Gli mandò una foto del locale in cui aveva posato il suo dignitosissimo fondoschiena. La risposta non si fece attendere.
Buongiorno principessa! Nervosino, eh? Arriviamo, siamo per strada
Dopo qualche istante, Marco vide spuntare due figure: erano Matteo e Camille. Matteo portava dei mocassini, un paio di pantaloni eleganti, una camicia chiara e una giacchetta di lino. Very trendy. Camille gli apparve bellissima con quel suo completo pantaloni, camicina provocatoriamente aperta sino al primo accenno delle sue forme e una giacca leggera. Appariva così professionale e così distante dalla sua vera natura prorompente e strabordante di passioni. Si sedettero con lui, ma percepirono subito il suo disagio. A quel punto gli chiesero spiegazioni e fu così che, provando una lieve vergogna, espose loro le sue pseudo-ragioni. Si misero a ridere, sorseggiando il caffè. Dopo aver pagato il conto lo rassicurarono, mentre si stavano avviando verso l’aula magna di quella stessa istituzione scolastica con tre differenti sentimenti: Marco preoccupato, Matteo curioso e Camille felice di questo ritorno e di un avvicinamento a quello scavezzacollo del suo compagno. Così avrebbe potuto anche essere meno gelosa e controllarlo personalmente.


[i] L’equivalente italiano di seduttore e farfallone.

[ii] L’equivalente italiano di donnaiolo e dongiovanni.

[iii] Bruce Lee, La furia di Chen, Hong Kong, 1972, Concord production Inc.

[iv] Si tratta di un proverbio che risale ai secoli precedenti attestato ne I viceré di De Roberto. La scrittura in piemontese non è corretta e cerca di ricalcare i fonemi italiani. Il significato è “nessuna novità, buona novità”.