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Beautiful Italy – Quando tutto ebbe inizio

Ecco il primo capitolo del romanzo Beautiful Italy di Massimo Conti!

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Quando tutto ebbe inizio

Ricordo molto bene come andarono le cose quel giorno: conservo nella mia mente, e non solo lì, ogni dettaglio. Da sempre ho la mania, ma è improprio chiamarla così, di appuntarmi in una specie di diario quello che accadde intorno a me, anche se non mi coinvolge direttamente. Perché lo faccio? Non lo so di preciso; mi viene spontaneo e non posso farne a meno. Per questo motivo di quel giorno ho ricordi nitidi e pagine di note e commenti. Ero stato assunto all’ICOMOS, un organismo dell’UNESCO, da poco più di un anno, dopo un dottorato di ricerca a Cambridge: un incarico, il mio, di basso livello, ero poco più di un galoppino, un portaborse. Lo stipendio però era discreto e avevo garantito anche il vitto, mentre l’alloggio dovevo, in parte, pagarmelo.  Potevo dunque considerarmi soddisfatto: ero un giovane rampante con qualche prospettiva di carriera all’interno di un’importante organizzazione internazionale, dove non ero l’unico italiano, per cui, alla fine di quella lunga giornata di trattative cui assistetti, eravamo quasi una decina di compatrioti a festeggiare in uno dei miglior bistrò del VII arrondissement di Parigi, ritrovo degli italiani. Quelli del mio livello erano stati esclusi dal gran galà organizzato dal governo italiano nel palazzo settecentesco dell’ambasciata italiana di Parigi, l’Hotel de La Rochefoucauld-Doudeauville, al 51 di rue de Varenne. Nei vasti saloni dell’antica dimora circolavano con i calici in mano più di duecento invitati: personalità di spicco dell’entourage del presidente francese, tutti i ministri del nostro governo, gli ambasciatori italiani in EuRussia e, più un codazzo di sottosegretari, esponenti politici, presidenti di associazioni di categoria, gente più o meno famosa del mondo dello spettacolo. Si aggiravano tra i tavoli stracolmi di prelibatezze della gastronomia italiana, anche faccendieri, lobbisti di ogni sorta e trafficoni vari imboscati: un gran theatro.

Noi, gli esclusi, nel nostro bistrò prendemmo una memorabile sbronza. Ci trovammo a cantare tutti quanti a squarciagola Fratelli d’Italia, con i calici colmi di Prosecco in mano. Uno dei più esagitati, un torinese magro con un taglio di capelli all’Umberto, mi volle accanto a lui: «Pierantoni vieni qua. Sei il solito timido. Dai balliamo!» mi disse invitandomi a salire sul tavolo dove era appena salito, finché uno dei camerieri del locale lo aveva convinto a scendere prendendolo in braccio per poi deporlo a forza su di una sedia.  Il proprietario, aveva chiuso un occhio non facendo intervenire la polizia, perché sapeva, come tutta la città e il mondo intero, che quello che stavamo festeggiando meritava la nostra smodata euforia. Tant’è che lui, di origini italiane, aveva appeso al muro una grande bandiera verde, bianca e rossa. La voce del successo italiano si era presto diffusa e nel bistrò erano affluiti molti abitanti italiani residenti nel quartiere, ai quali si erano aggiunti, attirati dalla chiassosa esultanza, anche dei turisti romani. Strofe dell’inno italiano cantate con tono di voce strappalacrime si alternavano al rumore del cozzare dei calici di spumante che venivano offerti a chiunque entrasse. Nessuno di noi si stava preoccupando di chi, alla fine avrebbe poi saldato il conto. Le numerose bottiglie vuote sul tavolo erano allineate e per ognuna portata via dal cameriere, altre due, piene, le rimpiazzavano.

Un ignaro turista, con il calice in mano, chiese: «Che cosa festeggiate di così importante?»

«L’Italia…l’intera Italia è diventata patrimonio mondiale dell’umanità. Tutta quanta: dalle alpi alla Sicilia» rispose il mio collega torinese con gli occhi lucidi. Barcollando si avvicinò alla bandiera con il calice alzato, ingollò l’ultimo sorso di Prosecco e si accasciò su di una sedia abbracciando un anziano parigino che fin dall’inizio della baraonda, forse perché mezzo sordo, aveva osservato con distacco tutta quella gente infervorata.

Ero tutto sudato, con la camicia sgualcita – la giacca finita chissà dove – nel sangue un tasso alcolico tale che avresti potuto versarlo di nuovo nelle bottiglie di spumante e nessuno si sarebbe accorto della differenza. Solo qualche ora prima, assieme ai miei colleghi, ero vestito di grisaglia con la cartella degli appunti sottobraccio, accanto al funzionario governativo che ascoltavo, con il cuore che batteva all’impazzata, il discorso sull’investitura dell’Italia quale unica Nazione al mondo divenuta patrimonio dell’umanità -World Heritage- dell’UNESCO. E io, seppur con un ruolo defilato, era stato artefice di quel successo; un obiettivo a cui si stava lavorando da più di venti anni.  Ma certo non potevo immaginare quali conseguenze avrebbe portato con sé quella storica decisione. La nostra cara patria, anno dopo anno, aveva visto riconoscersi dall’UNESCO sempre nuovi luoghi o singolarità che potevano fregiarsi del blasone di patrimonio dell’umanità: l’Opera dei Pupi, Il Canto a Tenore, Dieta Mediterranea, Saper fare liutario, le Processioni di Sassari, Viterbo, Nola e Palmi, le viti ad alberello di Pantelleria, la Falconeria, l’arte dei Pizzaiuoli, Arte del muretto a secco, Transumanza, Alpinismo, Perdonanza Celestiniana, l’Arte delle perle del vetro, l’arte musicale dei suonatori del corno da caccia, Cavatura del Tartufo, Allevamento dei cavalli Lipizzani, il distretto motoristico emiliano delle auto di lusso, il Sulcis-Iglesiente, Volterra, Orvieto, il Carsismo nelle Evaporiti e Grotte dell’Appennino Settentrionale, i Teatri Storici delle Marche, Pelagos Santuario dei cetacei, il Laghi Maggiore e d’Orta, le isole della civiltà punico-fenicia di Mozia, Lilibeo e Asinara, le Cascate delle Marmore, la Via Francigena, Civita di Bagnoregio, il Massiccio del Monte Bianco, la Via Appia, i Regi Tratturi, i Bacini marmiferi di Carrara, il Bradisismo dell’area Flegrea, l’Arcipelago della Maddalena e delle Bocche di Bonifacio, la Cattolica di Stilo, la Cittadella di Alessandria, i Giardini Botanici di Hanbury, l’Isola dell’Asinara, le Grotte Carsiche della Puglia Preistorica; e poi il Parco Paleontologico della Valle di Fraele, il Salento, la Valle dell’Aniene, le Murge, gli Insediamenti Benedettini, le ville della nobiltà Pontificia, le Domus de Janas, l’Eocene della Val D’Apone, le Alpi del Mediterraneo, i portici di Bologna, l’arte del pizzaiolo napoletano, Fano e la sua basilica di Vitruvio e infine la cucina italiana. Si era passati dai sessanta siti del 2025 ai cento e uno del 2060; a quel punto a molti addetti ai lavori fu chiaro che il prossimo obiettivo del governo italiano fosse far sì che l’intera penisola finisse, tutta quanta, sotto l’egida dell’UNESCO. La stampa francese e statunitense, i delegati dei loro rispettivi paesi presenti alla votazione si erano astenuti, non accolsero bene la notizia e iniziarono a indagare, aiutati, così si mormorava negli ambienti della diplomazia, dai servizi segreti; a nessuno era sfuggito la posta in gioco: si trattava di accaparrarsi il miliardo di turisti, asiatici e africani, che stavano, da ormai due decenni, infoltendo le folle in arrivo, per diletto e svago, in Occidente. I cronisti francesi di Fierté Français scoprirono un sordido giro di mazzette, finanziamenti cinesi a istituzioni poi rivelatesi scatole vuote, e uno scambio di favori, assegnazione delle sedi dei giochi olimpici e dei mondiali di calcio, che però coinvolgeva direttamente anche la proprietà del settimanale che aveva sollevato il caso. Così tutto finì con un’indagine interna all’UNESCO, in Place de Fontenoy, e la querelle lì si arenò senza approdare alle aule della giustizia internazionale. Niente e nessuno avrebbero potuto ormai guastare il ricordo della nostra festa di quella sera al bistrò di Parigi, dove, sbarazzatomi dell’ultima diga che frenava il mio egocentrismo, la timidezza, mezzo alticcio e barcollante su di una sedia, lessi ad alta voce la motivazione dell’incoronazione dell’Italia a patrimonio mondiale dell’umanità: “Riconoscere alla penisola italiana la sua unicità, frutto di più di due millenni di storia durante i quali popoli e genti di ogni provenienza, fondendo le rispettive culture e lingue e integrando stili di vita e costumi diversi, hanno contribuito a creare e plasmare, in un territorio dei più caratteristici e singolari al mondo, un paesaggio rurale e architettonico denso di suggestioni e ricco come non mai di monumenti civili e religiosi che fanno dell’Italia un bene supremo e inalienabile da proteggere e conservare per il bene dell’umanità tutta”.