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Non aveva mai visto la neve, ragion per cui, quando alla missione facevano il presepe e poi lo spolveravano di farina bianca, non riusciva a capire cosa fosse quella coltre candida che ricopriva i tetti delle case, le montagne e tutto il resto.

Immaginava fosse una cosa buona, visto che con la farina ci si facevano focacce e cibi caldi e croccanti, ma più di tanto non poteva immaginare.

Poi un giorno la mamma lo portò con sé dalla suora della missione e, insieme, gli fecero un lungo discorso. C’era una famiglia, in un Paese di nome Italia, che lo avrebbe preso in casa volentieri e lo avrebbe fatto studiare: questa “operazione” si chiamava affidamento.

La mamma gli ripeté un’infinità di volte che lei sarebbe stata per sempre la sua mamma e che si sarebbero tenuti in contatto, magari persino rivisti, in futuro.

Era piccolo, ma capiva cosa gli stava succedendo. Eppure non pianse.

Già gli occhi della mamma e anche un po’ quelli della suora erano lucidi, non avrebbe aggiunto altro strazio a quel momento. Prese il dolce fatto con la farina bianca e, silenzioso, andò a mangiarselo fuori, sulla panchetta, sotto il porticato di legno.

Il sole cominciava a calare e allora la mamma lo raggiunse per il ritorno a casa prima del buio. Ripensandoci anni dopo, non riusciva a ricordare quanto tempo fosse passato dalla notizia alla sua partenza, in fondo i ricordi di un bimbo di pochi anni sono sempre piuttosto confusi.

Fatto sta che venne il giorno dell’addio alla mamma e, con un piccolo bagaglio, fu accompagnato da un missionario alla corriera. Insieme partirono per la grande città.

Di quel viaggio non aveva dimenticato la polvere che si alzava al passaggio del vecchio mezzo sulla strada costeggiata da cespugli.

Arrivando in città, via via le baracche lasciavano posto a edifici più grandi e moderni; quando la corriera si fermò in una grande piazza vide un taxi con due persone in attesa.

La coppia, un uomo e una donna, avevano la pelle bianca come la suora ed erano vestiti in modo strano, i loro abiti erano diversi da quelli colorati della sua famiglia e degli altri abitanti del villaggio. Il missionario lo affidò ai due signori, spiegandogli che l’avrebbero portato con in Italia.

L’inizio non fu facile, comunicare non era una passeggiata. I due signori avevano un libretto dove cercavano le parole per esprimersi nella sua lingua, lui non capiva nulla della loro. Per fortuna era un bambino dai larghi sorrisi, sempre contento, entusiasta del buon cibo e delle coccole.

Ecco, fin da subito, la coppia non gli fece mancare nulla e pian piano si sviluppò una specie di calore familiare, anche se sovente attacchi acuti di nostalgia lo assalivano, facendo spuntare dei grossi lacrimoni nei suoi teneri occhi.

In Italia con la nuova famiglia il bambino viveva in una piccola città del Nord dove l’autunno e l’inverno erano molto freddi. Il freddo era per lui un’esperienza nuovissima, ma con abiti caldi tutto sommato si poteva sopportare.

E con i suoi abiti caldi iniziò pure l’avventura della scuola, un posto con tanti bambini, un po’ come alla missione.

I suoi compagni di classe erano tutti bianchi, le maestre erano bianche, i bidelli erano bianchi, ma per lui non era un problema, stava imparando l’italiano e quando non capiva suppliva con i suoi sorrisi irresistibili.

L’unico problema era costituito dai bambini dispettosi che non smettevano di dire che lui era nero. Un giorno uno di loro, dopo che avevano litigato per un giocattolo, gli disse “negro” e la maestra lo sgridò a lungo, perché era una parola brutta, da non dire.

Il bambino rimase perplesso e segretamente cominciò a pensare che la brutta parola fosse “bianco”, anche se alcune persone bianche non erano poi così male.

Si stava avvicinando il Natale e, sia a casa sia a scuola, iniziarono a mettere le decorazioni, le luci, ad allestire gli alberi e i presepi. Le lucine gli mettevano allegria e tutto era più lussuoso rispetto ai semplici decori della missione, come quel piccolo presepe spolverato di farina.

Venne una sera fredda fredda e la donna lo chiamò alla finestra dicendo: – Nevica!

Il bambino schiacciò il naso contro il vetro e con l’alito lo appannò tutto. La donna pulì il vetro e gli suggerì: – Guarda verso il lampione!

Guardò nel cono di luce e vide tanti fiocchettini che turbinavano, uno spettacolo quasi magnetico, poi la donna lo prese in braccio e lo portò a letto.

Chiuse gli occhi, ma quei minuscoli fiocchi continuavano a riempire i suoi pensieri finché il sonno lo accolse.

Al mattino, quando la donna si recò a svegliarlo aprendo le imposte, una luce fortissima gli colpì gli occhi. Corse alla finestra e sul viso gli si stampò l’espressione più stupita del mondo. Fuori tutto era bianco, tutto, proprio tutto, la strada, i tetti, gli alberi, tutto era di un bianco splendente, candido, altro che la farina del piccolo presepe della missione.

Imbacuccato raggiunse a piedi la scuola; i bambini sul piazzale erano come impazziti dalla gioia, un paio di loro corsero a prenderlo per giocare insieme. Mentre giocava a palle di neve, gli venne in mente che bianco e nero erano solo parole che aggiunte alle altre potevano significare qualcosa di bello o di brutto, dipendeva tutto dalla situazione: la neve, che era bianca, era bella.

La campanella li chiamò in classe, ma quella mattina ci fu nell’aria un’euforia strana. Il bambino imparò persino una parola nuova, fioca, che nel dialetto del posto voleva dire semplicemente “neve”.

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Terzo racconto natalizio inedito di Maria Angela Damilano, autrice dei volumi 1926. Attentato al Duce (2015) e Sante Pollastro e le storie del Borgo (2017), pubblicati nella collana di narrativa dedicata al territorio Chilometrozero.

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