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Era una notte buia, pericolosa, brulicante di bestie feroci e spiriti maligni… o forse no. Forse i rumori della foresta erano dei topini che cercavano qualcosa da rosicchiare oppure dei cerbiatti che cercavano il latte dalla madre. Forse gli alberi che brillavano grazie alla coltre di neve sui rami rimanevano tali anche quando la luce scompariva. Forse gli spiriti non esistevano, né maligni né benigni. Forse la luna era un’amica che ci raccontava delle storie e delle leggende perché ne sapeva tante, era là da tanto tempo e ci guardava.

Nel bosco camminava un uomo, non aveva paura, anzi si sentiva a suo agio, trovava di che sfamarsi e di che vestirsi, era padrone del fuoco e della luce. Camminava svelto ed era inquieto. Pranko, questo era il suo nome, pensava a quella mattina, quando fu svegliato presto dalla compagna, che gli aveva fatto trovare bacche dolci e miele e noci e semi grassi da mangiare e latte di capra fermentato da bere; non aveva ancora finito di sfamarsi che la donna gli aveva messo addosso le pelli di daino e la pelliccia d’orso, i calzari di cervo imbottiti di paglia fresca. A quel punto Pranko cominciò a sospettare che ci fosse qualcosa dietro a tutta quell’insolita gentilezza. Ma certo! Voleva che andasse a trovare sua mamma, non quella di lui ma quella di lei, la suocera insomma, anche se ufficialmente non era ancora stata inventata. Era quello che gli stava ripetendo da qualche giorno, ma chi le stava a sentire le femmine! Lui non voleva andare, la vecchia mamma era insopportabile, prepotente, lagnosa, pettegola e poi ci volevano un giorno e una notte di viaggio, aveva paura di non fare in tempo per la grande festa del solstizio d’inverno.

– Allora vedi che ho fatto bene a svegliarti in tempo! – Gli aveva detto la pelosa compagna e, con un paio di spintoni e dei grugniti, lo aveva incamminato in direzione delle montagne.

Pranko camminava a testa bassa, lamentandosi e sbuffando, calciando via dei ciottoli e dei ramoscelli. Passando accanto all’ultima capanna del villaggio vide il suo amico Zerghio che stava lavorando dentro una carcassa di mammut.

Guardandolo, mise il broncio: – Uffa! Lo sapevo! Quest’anno fa il mammut ripieno.

Aumentò il passo, doveva farcela! Cammina cammina era arrivato nel bosco: era tranquillo, lo conosceva bene. I suoi rumori gli erano tutti conosciuti. Tutti? Sì, proprio tutti. Quel rumore era dell’orso. Ma non doveva essere in letargo? Pranko si mise a correre come un matto, un orso sveglio in quella stagione era affamato. Si nascose in un anfratto, riusciva a vedere il plantigrado: quanto era grosso! Lo vedeva girare avanti e indietro. E quanto ci metteva per andarsene! Appena l’orso desistette, Pranko ricominciò il cammino; era notte ma non voleva fermarsi, non voleva ma… giusto cinque minuti appoggiato a quell’albero.

Si svegliò che era mattino inoltrato. Proferendo frasi di gusto discutibile nei confronti degli avi degli spiriti del sonno, ricominciò la sua corsa forsennata. Arrivò dalla suocera con un palmo di lingua. E raccontò come sta la sua piccina. E raccontò come stanno i nipotini. E bevve un po’ di succo di bacca fermentato. E mangiò un po’ di coda grassa di castoro. E fu sera e fu mattina. Era in ritardo, doveva partire, ma la vecchia non mollava la presa: – Non venite mai a trovarmi, non vedo mai i nipotini, non mi portate mai al mare.

Al mare?

Tramortendola con una testata, riuscì a incamminarsi. Seguiva il fiume, ma il ricordo dell’orso lo indusse a salire sui monti: ci voleva di più, ma sarebbe sempre stato meno dell’eternità nello stomaco di un plantigrado. Senza intoppi arrivò ai piedi del grande ghiacciaio. Camminava di buona lena, da lontano vide un altro uomo avanzare con lentezza. Lo conosceva.

– Ciao, Otzi. Come va? – Gli chiese vedendolo un po’ affaticato.

– Bene – gli rispose l’altro. – Ho sonno però. Ora mi stendo qui e voglio fare una dormita di almeno cinquemila anni! – E rise della propria battuta.

Pranko corse a perdi fiato, arrivò alle prime capanne, entrò nel villaggio gridando: – Auguri! Auguri! Buon solstizio d’inverno! – Anche a lui suonava strano come augurio.

Ammutolì. Ad accoglierlo c’era la piazza vuota, le ossa spolpate di un mammut ripieno cotto a puntino e un potente russare che si levava in coro dalle capanne. Nonostante tutta la sua fatica, era arrivato in ritardo.

La luna continuava a guardare e il tempo passava, passava.

Un certo Francus, un perdigiorno, era partito come legionario per non sposare la figlia di un produttore di vino che lo voleva mettere a lavorare nelle vigne. Nella legione si era imboscato in cucina e si era specializzato a spennare un pollo, uno solo, nell’arco di una giornata di lavoro. Aveva finito il servizio legionario quando si trovava d’istanza in Tracia e là era rimasto. Cercava di sbarcare il lunario vivendo a sbafo di chiunque gli passasse a tiro.

In quel momento passò Sergius. Francus si mostro subito amichevole per prendere confidenza e farsi offrire il pranzo. Ma il colpo gli era andato male, Sergius era più povero di lui.

– Vieni con me – gli propose. – Seguo quella stella con la lunga coda, mi condurrà presso un grande re, lui ci porterà in un paradiso dove i fiumi sono di latte e di miele, dove nessuno soffre la fame o il freddo, dove…

Francus si era già allontanato, si era già stancato di ascoltarlo. Purtroppo quello era un brutto periodo, la gente era in viaggio per un grande censimento e non avevano soldi da regalare, così lui cominciò a soffrire la fame. Un incubo lo svegliò in piena notte, aveva sognato di lavorare per guadagnarsi il pane!

Ancora sgomento pensò di seguire il consiglio di Sergius e si mise in cammino seguendo la stella cometa. Povero Francus, si stancava facilmente e doveva spesso riposarsi sotto qualche pianta di fico o di datteri. Quando arrivò alla meta si rese conto che forse era un poco in ritardo: ormai non c’era più nessuno, anzi, a quanto sembrava, i soldati del re aveva combinato qualcosa di tremendo. Non sapendo come fare andò alla prima caserma dei legionari a chiedere dove fosse il re che prometteva a tutti un paradiso dove non si sarebbe più lavorato e dove c’era abbondanza di cibo. Il legionario di guardia chiamò il decurione; il decurione chiamò il centurione; il centurione andò da Pilato, il quale disse: – Il nostro amico, re Erode, ci ha chiesto di imprigionare tutti quelli che chiedevano del nuovo re. Via, allora! Conducetelo nelle prigioni e mettetelo in catene!

Francus aveva l’aria alquanto perplessa quando lo trasportarono legato come un salame in galera. Non riusciva a capire cosa fosse successo, qualcosa gli sfuggiva, ma dopo qualche tempo cominciò a rallegrarsi perché in prigione non lavorava e mangiava tutti i giorni, aveva raggiunto il paradiso.

Mentre il tempo continuava a passare imperterrito, la luna vegliava sempre sulle umane vicende.

Un gran trambusto si notava a Roma, delegazioni da tutta Europa avevano viaggiato per giorni o mesi per essere presenti tutte insieme quel fatidico giorno. Il più grande re riceveva la corona imperiale nella più importante cattedrale del mondo cristiano. L’oro si sprecava sulle vesti e sugli arredi, le sete brillavano alla luce delle candele, tutto il lusso possibile di quegli anni era presente quel santo giorno. La cerimonia toccò le più alte vette di sacralità e di mondanità, solo apparentemente incompatibili, contemporaneamente. Nei giorni successivi i cortei si formarono e partirono per tutte le direzioni. Quando ormai la calma era tornata a Roma, uno squillar di trombe e un batter di tamburi accompagnò una carovana di soldati e dignitari che entravano in pompa magna nel centro religioso della città eterna. Arrivati nella piazza vuota, i dignitari e i membri del corteo si guardarono attorno attoniti.

– Forse siamo arrivati per primi – dicevano tra loro.

Il capo della scorta reale si recò presso un chiosco, che vendeva il mosto cotto per prevenire gli acciacchi della stagione fredda, e chiese: – Romano, non c’è nessuno che accoglie le delegazioni dei potenti regnati che convengono qui per l’incoronazione del Grande Carlo?

– Eccome no? C’ereno, c’ereno, ma mo’ se ne so’ iti.

Il generale era sorpreso: – Ma non è possibile! Se ne sono andati anziché accoglierci?

– Chine?

– I funzionari pontifici e imperiali!

– Ah! No, quelli ce stanno ancora. Se ne so’ iti li eserciti, li regnanti, li delegati e anco l’imperatore. E puro er pontefice, lui senn’è annato ar cardo, verso sudde.

– Ma la grande incoronazione?

– Quella c’è stata, sì. Ma ormai saranno dieci giorni.

La notizia esplose come una saetta. Da un punto di vista un poco distante si sarebbero potute vedere le teste che si voltavano e le bocche che trasportavano l’informazione dal capo del corteo fino al centro. Là, nella sua carrozza reale, re Serge si stava annoiando ascoltando le strenne natalizie che il suo menestrello cantava suonando un liuto. Appena il suo fido ciambellano recò la notizia, il sovrano s’infuriò e, alzatosi in tutto il suo metro e cinquanta d’altezza, urlò come quando andava in battaglia da ragazzo: – François! Che François si palesi! Dov’è il calendarista di corte! Portate a me quel dannato gnomologo!

Immediatamente gli uomini di scorta partirono alla ricerca. Lo trovarono quasi subito, stava contrattando con un pizzicagnolo l’acquisto di una grossa fetta di panforte. Lo presero di peso e lo portarono al cospetto del re.

– Malnato! Cosa diavolo hai combinato? – Urlava re Serge. – L’incoronazione è già stata fatta! Ho fatto la peggiore figura dell’impero!

François tremava di paura. Balbettando chiese: – Ma non doveva svolgersi il 25 dicembre?

– Esatto!

– Il 25 dicembre è domani – rispose il calendarista.

Immediatamente il re mandò i suoi servitori a chiedere in giro che data fosse. Tutti tornarono con la medesima risposta: il 4 di gennaio.

François tremava senza più controllarsi, ma un lampo di genio lo fece calmare.

– Ho capito! – Gridò. – Loro usano ancora il calendario sbagliato!

Re Serge, che rischiava un colpo apoplettico, sbottò: – Cosa dici?

François era ormai più sicuro e cominciò a parlare con una certa aria di superiorità: – Ma sì, re. Io ho fatto dei calcoli e ho, un poco alla volta, aggiornato il nostro calendario. Noi seguivamo ancora il computo giuliano dei giorni, ma era sbagliato. Così ho rifatto i calcoli e ho corretto il nostro calendario, quindi ora posso affermare con sicurezza che oggi è il 25 dicembre dell’anno 800.

Dopo un momento di stupito silenzio, il sovrano cominciò con qualche sbuffo d’aria, qualche risatina e, infine, si lasciò andare a grasse risate.

– Ah, ah, ah… quindi noi… ah, ah, ah… siamo gli unici in tutto l’Impero a essere nel giorno giusto. Ah, ah, ah… e io dovrei andare a dire a Carlo il Grande: “Scusa, Imperatore. Dovresti rifare tutto perché hai sbagliato giorno”. Ah, ah, ah… Soldati! Vedete questo genio? – Indicò il calendarista che ora sorrideva fiero. – Lui ha cambiato i giorni e ha corretto gli anni. Come premio prendete una catena di cinquanta libbre, mettetegliela bene tutt’intorno e accompagnatelo a piedi a correggere, secondo il calendario imperiale, tutti i calendari del nostro regno!

Il povero François, più perplesso che mai, venne portato via in catene. Il re chiamò il suo ciambellano e ordinò: – Presto, fai mettere via le trombe e i tamburi. Di’ a tutti di fare gli indifferenti. Come se niente fosse, giriamo e torniamocene a casa, magari non si accorgono della figuraccia. Ah… scrivi un bel biglietto colorato con tutte delle belle decorazioni in oro. Lo mandi all’Imperatore con “Tanti cari auguri. Scusami ma ero raffreddato e non sono potuto venire”. Poi impacchetti un bel regalo con la carta colorata e il fiocco e glielo porti.

Forse fu proprio re Serge che fece il primo regalo di Natale.

Ancora molti anni passarono e la luna rimaneva sempre vigile e attenta al suo posto.

Nubi di dolore e sofferenza stavano oscurando l’Europa e velocemente si diffondevano sul mondo. La guerra. Dei folli volevano la guerra, alcuni la esaltavano come fosse giusta e necessaria. I pacifisti erano tacciati di codardia. I governi celebravano i giovani che marciavano contenti e baldanzosi, ansiosi d’imbarcarsi per quella che loro credevano fosse una magnifica avventura. La crudele realtà svegliò con un violento schiaffo quelle menti ottenebrate dalla propaganda i giorni del primo Natale di guerra. I ragazzi delle opposte trincee si riconobbero come uguali, come fratelli, come inviati ignari del motivo per cui si trovavano in quella situazione. Spontaneamente ne nacque la cosa più semplice e naturale: una tregua per festeggiare insieme il Natale. Si alzarono canti in tedesco a cui rispondevano cori in inglese, poi furono gli inglesi che si alzarono dalle trincee e andarono incontro ai tedeschi senza armi, ma con piccoli regali improvvisati nella terra di nessuno. E tra giovani nel pieno degli anni cosa poteva avere inizio in quella strana atmosfera se non una partita di calcio? Quindi via! Tutti dietro a un pallone. Forse tutto questo poté avvenire perché quasi tutti gli ufficiali erano a festeggiare a casa (non potevano certo accettare di stare in trincea) o forse perché il giorno di Natale possiede un’energia particolare. Fatto sta che avvenne uno dei tanti miracoli che succedono ogni 25 dicembre.

Frank e Franc erano rispettivamente un tedesco e un inglese, entrambi fanti, che erano riusciti, ognuno per par loro, a ottenere una licenza per passare le feste nei campi della croce rossa. Non si erano divertiti, entrambi pensavano che ci fossero numerose giovani crocerossine pronte per loro, invece si trovarono degli omaccioni della sussistenza e delle anziane signore che li annoiavano con nenie e sermoni di mezzanotte. Appena tornarono alle trincee, trovarono i loro commilitoni che si divertivano insieme. Scesero di corsa dai rispettivi camion e cercarono di recuperare il tempo perduto, ma niente! Gli ufficiali erano tornati anche loro e cominciarono a urlare ordini, a riportare la normale paura del nemico e l’odio che induce a uccidere senza ragione. Frank e Franc stavano cominciando a dare qualche calcio al pallone, quando una serie di truppe fresche e agguerrite li prese in consegna e li portò al campo di rieducazione, ognuno nei rispettivi schieramenti. Gli ufficiali riuscirono a reprimere quella meravigliosa ondata di pace che, diciamocelo chiaro, non avrebbe portato del guadagno a nessuno. A nessuno di quelli che, al sicuro nei loro palazzi, incoraggiava i giovani a uccidersi tra di loro senza sapere il motivo.

La luna guarda ancora il mondo.

Oggi è un giorno speciale, ovunque le luminarie colorano le strade sia imbiancate di neve sia illuminate dal sole estivo, le cucine sono in fermento e vi si preparano piatti tradizionali e nuovi sapori, piatti grassi e caldi, o freschi e leggeri, di pesce e di frutti esotici, con spezie e intingoli di tutto il mondo. Ogni persona sorride e saluta lieta, alcuni si commuovono perché ricordano i Natali passati accanto a persone care che ora non ci sono più, ma è un dolore che si accompagna a un sorriso, perché i ricordi sono lievi e dolci. Che sia lo spirito del Natale o la gioia della rinascita della natura o la fede in un Dio che rinasce bambino per noi, in questo giorno ci sforziamo un poco di essere in comunione con il nostro prossimo, di sentirci fratelli, di riconoscere l’altro un po’ più simile a noi. Ci rallegriamo della gioia di chi riceve i nostri doni e siamo grati per i doni che riceviamo.

In una sala ampia sembra che il tempo si sia fermato, la luna sorridente sbircia da una delle finestre. All’interno è tutto pronto ma non è ancora arrivato nessuno, sembra che sia una sala piena di ritardatari, quel che è certo è che è enorme e deve per forza esserlo, perché vi deve trovare spazio un tavolone rinforzato che sorregge un enorme mammut ripieno, cotto a puntino per chi è andato a trovare i parenti anche se non sono simpatici, uno spazio adatto a chi si vuole riposare perché non riesce ad accettare che il mondo segua solo la ricerca avida di denaro, un calendario su cui calcolare con precisione i giorni e le ore per tutti quelli che non si stancano di creare e che vogliono donare al mondo le loro piccole e grandi scoperte, un ampio prato per tutti quelli che preferiscono giocare in pace piuttosto che fare la guerra.

Un momento! La luna si illumina ancora di più, vede qualcuno entrare nella sala. Le porte si spalancano e accolgono un uomo coperto di pelli che scherza e ride con un antico romano, un giovane studioso con ricche vesti in seta e oro che sorride insieme a due soldati con divise di diverso colore, ma con tutto il resto uguale. La gioia entra con loro, la luce entra con loro, la vita entra con loro. Sono in fila pronti a gioire, mangiare, condividere. Se si vuole, è possibile vederli. Pranko, Francus, François, Frank e Franc, seguiti da Zerghio, Sergius e Serge e da una moltitudine di uomini e di donne, a loro volta seguiti da tutti coloro che hanno deciso di portare nella loro vita il Natale e di viverlo ogni giorno.

– Auguri – sussurra la luna a chi è in grado di sentirla.

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Racconto inedito di Gianluigi Repetto, autore del volume Bruno e le fate del Natale, realizzato con la collaborazione di Francesca Mazzarello e Sandra Bisiani Martinson, 2016, collana I Gerbilli.

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