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Amalia pensò di uscire a comprare dei fiori.

Le sei del pomeriggio del 24 dicembre, con la loro surreale calma e con il buio non ancora rischiarato dal calore della famiglia, ma solo a tratti illuminato dalle luci intermittenti dell’albero, dovevano certamente essere esistite da qualche parte nei romanzi di Virginia. E se anche ciò non fosse stato vero (non lo ricordava ma non era importante in quel momento) era sicura che fossero esistite da qualche parte nel suo modo di sentire.

Aveva dunque, per un attimo, giocato a confondere se stessa con Mrs Dalloway.

Dalla finestra della cucina, comunque, si vedeva che il fioraio era ancora aperto. Nel paesino dove erano nati i suoi genitori, e dove da quarantotto anni trascorreva il Natale, i negozi sarebbero stati aperti fino a tardi quella sera. Era sempre stato così e lei lo sapeva perché, nella dolce e stagnante lentezza del Sud, pur essendo cambiate alcune insegne, e anche se adesso era il figlio a dirigere il bar in piazza, mentre il padre se ne stava seduto all’ingresso come un monumento solido ma inutile, tutto si conservava come era sempre stato.

La perfezione del silenzio che regnava in casa, a ogni modo, la convinse finalmente a restare dov’era, precisamente appoggiata a quel finestrone dove poteva fumare e monitorare i movimenti che sarebbero avvenuti all’interno e all’esterno.

Nell’arco di un’ora sarebbero arrivati i suoi fratelli con le cognate e i nipoti; suo marito sarebbe rientrato forse leggermente più tardi con la piccolina che, come ogni anno, aveva portato al cinema. A tavola avrebbero chiacchierato, si sarebbero lanciati frecciatine, si sarebbero raccontati le novità. La piccola sarebbe passata dalle ginocchia di uno zio a quelle di una zia; tutti, come sempre accadeva, avrebbero lodato il suo carattere dolce e ubbidiente. La sua secondogenita era una bambina molto riposante e poco impegnativa: andava d’accordo con chiunque e dimostrava un livello di autonomia sorprendente per i suoi cinque anni.

A lungo aveva sperato che anche Tommaso sviluppasse quel genere di autonomia quando era bambino, ma il figlio nato dal suo primo matrimonio, al contrario, aveva creato problemi fin da quando era venuto al mondo.

Provò un certo imbarazzo nel rendersi conto di aver dimenticato che ci sarebbe stato anche lui a cena e che probabilmente in quel momento era l’unica persona a trovarsi in casa oltre a lei. Da quando avevano divorziato, Tommaso passava le vacanze con lei o con il suo ex marito, così quell’anno era lì. Non che le dispiacesse, naturalmente, Tommy era suo figlio, lo amava, ma quel suo sguardo serio l’aveva sempre messa un po’ a disagio. Dopo una gravidanza senza grossi problemi e anzi affrontata con la gioia e l’energia di una giovane coppia di trentenni benestanti e molto spensierati, era arrivato quel bambino che sembrava non aver fatto altro che piangere per tutto il suo primo anno di vita. Eccezion fatta per lo sguardo, appunto, che non apparteneva a nessuno della famiglia, Tommaso le assomigliava in maniera impressionante. Aveva occhi giganteschi e marroni come il bosco, che parevano insieme un mare morto e un fuoco vivo, che si facevano severi, spietati, che si puntavano sopra le cose e dentro alle persone. Inoltre, dal momento che il suo mestiere le consentiva di lavorare da casa, per i primi anni avevano sostanzialmente vissuto in simbiosi, con il risultato che il figlio aveva ereditato e riadattato da lei la struttura del parlare, alcuni intercalare e certi piccoli tic che ne facevano una mini fotocopia di sesso opposto.

Fino alla terza elementare non aveva brillato. Amalia faceva del fatto di non essere una madre competitiva un punto d’orgoglio e rideva con le amiche affermando che, se Tommy non era bravo a scuola, magari avrebbe fatto l’idraulico, guadagnando comunque più di un professore universitario. Ciò nonostante, alle riunioni con le maestre aveva immancabilmente dovuto sorbirsi la tiritera secondo la quale il bambino era intelligente, anzi forse più intelligente della media, ma non si applicava.

La faceva arrabbiare ammettere di aver provato rancore nei confronti di suo figlio quando si era sentita obbligata a comportarsi come una madre standard, perché non le piaceva pensarsi così. Le piaceva invece vedersi come una rilassata e solare professionista ancora giovane che, oltre a portare avanti una brillante carriera e una vita sentimentale, aveva anche trovato il tempo di diventare mamma.

Il fatto era che Tommy era più intelligente della media, ma la sua precoce vivacità intellettuale, la rapidità che aveva nel comprendere, sintetizzare e rielaborare informazioni, individuare nessi causali e consequenziali lo rendevano ossessivo e incontentabile.

Spacchettava ogni problema gli si presentasse in milioni di piccoli pezzi, valutandone ogni aspetto e ogni possibile risvolto. E se tale approccio gli aveva consentito di ottenere risultati che avevano fatto urlare al genio i suoi insegnanti dalla quarta elementare fino all’anno precedente (quando d’improvviso aveva deciso che preferiva farsi le canne anziché andare a scuola), era anche il più grosso fattore di scontro tra di loro.

Tommaso pretendeva da lei lo stesso grado di attenzione per scegliere quali scarpe da ginnastica comprare, come risolvere un’equazione, decidere in quale liceo iscriversi. Di più: si comportava come se si trattasse sempre di decisioni dalle conseguenze potenzialmente disastrose.

Non lo amava meno della sua deliziosa e tranquilla secondogenita, ma era costretta ad ammettere che lui la sfiancava. Più tentava di comunicargli un approccio diverso, più lui si irrigidiva, accusandola di non essere veramente partecipe delle sue vicende, di non essere abbastanza interessata, di non saperlo guidare nelle cose piccole come in quelle grandi.

Per sedici anni aveva preteso di interloquire su qualunque argomento, alla ricerca della logica stringente che riteneva avrebbe dovuto sottendere a ogni decisione li riguardasse, sia come singoli individui sia come nucleo familiare. E mai una volta si era curato di quando e come tali interlocuzioni avvenivano, continuando a comportandosi come se fossero da sempre e per sempre soli in casa, seduti sul divano, a giocare al gioco dei perché e mangiare i biscotti. Non aveva preso male il secondo matrimonio né la nascita della sorellina, semplicemente aveva ignorato entrambi gli avvenimenti e le persone in essi coinvolti, come si trattasse di contrattempi.

Da ultimo aveva deciso di darle altre noie: una stupida crisi adolescenziale e la decisione di non andare più a scuola. Perché doveva essere così? Perché non poteva essere più semplice, magari meno brillante, ma anche meno esasperante? La piccolina, per esempio, ecco qua, dove la mettevi se ne stava, grata di essere al mondo, grata a lei di averla messa al mondo.

E certo, certo, non poteva non amarlo, era suo figlio, ma perché toccava proprio a lei reggere il peso di quel groviglio di nervi e neuroni? Fino a che punto essere una madre le negava il diritto di provare sentimenti negativi? Fino a che punto le negava il diritto di essere annoiata o perfino irritata da lui, garantendole invece solo quello di portargli un amore incondizionato?

— Che fai, ma’?

Tommaso le era comparso alle spalle, nella cucina deserta e buia, ancora in pigiama.

– Ciao amore — aveva detto Amalia, come risalendo in superficie dopo una lunga apnea. — Vieni alla finestra, guarda. Hanno acceso le luminarie in tutto il paese.

Tommaso aveva preso una delle sue sigarette e se l’era accesa mentre insieme guardavano le luci fuori dalla finestra. Mancavano pochi minuti alle sette e lui non avrebbe mai fatto in tempo a mettersi in ordine prima dell’arrivo degli ospiti.

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Racconto inedito della scrittrice Francesca Del Mar, coautrice (insieme alla fotografa Arianna Lanzuisi) del volume Song of moUrning, 2018, collana Portfolio.
Song of moUrning è la prima opera di The Songs Project, un progetto di più ampio respiro ideato da Lanzuisi e Del Mar, che racconta storie autoconclusive attraverso la fusione fra testo e immagine.

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