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Impressioni sul racconto fotografico Song of moUrning 

di Marco Maroccolo 

 

Possiamo ancora vedere la luce di stelle che non esistono più da secoli.
Così ancora ti riempie e folgora il ricordo di qualcuno che hai amato per poi vederlo andar via.
– Khalil Gibran

Un caro amico, un fotoreporter della vecchia scuola, incontrato per caso a Parigi in uno di quegli autunni così belli, mi racconta di un suo recente viaggio in Borneo nel quale, presente subito dopo la notizia della morte di una persona, vede le donne, vestiti gli abiti del lutto, che si inginocchiano e iniziano un drammatico canto funebre, eseguito tra profondi singhiozzi. E, sciogliendosi i capelli, si coprono il viso. “Questo atto è per non turbare con le lacrime il defunto, nel suo nuovo stato di quiete” gli rivelano quelli accanto a lui. Questa immagine mi colpì e affascinò molto.
Mia madre mi aveva lasciato non molto tempo prima, un lutto che mi costrinse a riflettere su questa perdita nella quale smarriamo anche noi stessi, un dolore che è cosa bestiale e feroce, che toglie significato, banale e gratuito nella sua naturalezza e rende il mondo desolato e senza senso. Eppure nel dolore delle nostre perdite, per l’inesorabile scorrere del tempo e la brevità della vita, diventiamo più consapevoli della meraviglia dell’esistenza umana e della sua grande fragilità. Una meraviglia di cui si nutrono i poeti, sia quelli che fanno nascere parole sia quelli che danno luce a immagini.
È la stessa meraviglia che pervade il nuovo viaggio di Arianna [Lanzuisi, ndr] e Francesca [Del Mar, ndr], un percorso nel quale incontriamo immagini e parole, forme poetiche impalpabili, necessarie alla vita come l’aria e l’acqua, manifestazioni misteriose che grazie a forze invisibili ci permettono ancora di provare stupore per la bellezza del mondo.
Nella loro opera non è offerta la partecipazione alla sofferenza come testimonianza che troviamo in alcuni lavori di Pellegrin, Abas e Nolte, perché questo canto non è segno documentario ma un respiro leggero che rievoca uno dei tesori dell’ombra di Borges o i commoventi alberi di Raghu Rai o ancora la dolcezza delle rappresentazioni di Laura Stevens.
In Song of moUrning scopriamo una poesia che non migliora le cose, ma fa qualcosa di molto più decisivo: le modifica, in un racconto che abolisce il tempo e la storia, un lungo cammino interiore dove esiste anche dolore, non uno che tormenta, ma uno che matura. Si tratta sempre di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Ma questo avviene se non ci facciamo distruggere da esso.
Insieme alle autrici percorriamo quindi strade di una città muta, che misuriamo dall’ampiezza della sua visione e dei suoi sogni. Incontriamo uomini che vorremmo saggi, ma che ci fanno solo odorare un profumo residuo sopra onde di nulla e scopriamo come, quando a corto di argomenti, la religione ripiega sulle lacrime. Lungo il percorso ci ritroviamo in un “incubo al contrario”, perché l’unica possibilità di sopravvivenza, se la realtà diventa incubo, è proprio rifugiarsi nel sogno. Il racconto prosegue, fra presagi di sventura (antico bisogno dell’uomo), strade incantate, favole oscure… sino a scorgere una strega che incarna i desideri, i timori e tutte le tendenze della nostra psiche, incompatibili con il nostro io. Ma se, come dice Voltaire, le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle, con la mancanza di credulità in tutte le cose distaccate dalla carne ci ritroviamo in un’epoca più illuminata, il chiaroveggente e la strega non hanno più valore. Gli spiriti non possono darci nulla di più. Un’altra perdita, un altro lutto.
E alla fine del canto l’incantesimo si rompe, anche quello più pericoloso di tutti: la magia della lingua, che ci lascia nella luce del giorno.
Il termine di questa misteriosa e intensa poesia – che non è la scienza esatta di Flaubert, ma il modo di prendere la vita alla gola di Frost: un canto che sale da una ferita sanguinante o da labbra sorridenti – è la fine di un viaggio che unisce l’emozione delle immagini, un pensiero e delle parole. Un viaggio che ho percorso con piacere, in questa fredda mattina, al riparo offerto da una locanda su Keizersgracht, accanto al canale, scaldandomi con il mio jenever e con in testa le parole del vecchio Hank, che tra un sorso e l’altro raccontava che scrivere poesie non è difficile, difficile è viverle.

Marzo 2018

 

[Marco Maroccolo è fotografo, editor fotografico, inoltre fornisce consulenze a musei, gallerie e fotografi per l’analisi e la selezione d’immagini per progetti fotografici e la realizzazione di mostre e pubblicazioni. Sito web www.marcomaroccolo.com, ndr]

 

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