Serve fortuna – 15 Marzo
Ecco il primo capitolo del romanzo Serve fortuna nuotare di Roberto Gastaldo!
Puoi sostenere questo progetto fino a mercoledì 22 luglio!
Inserisci il prodotto nel carrello e completa l’ordine come per un normale acquisto. L’importo del libro verrà addebitato soltanto alla fine della campagna se sarà raggiunto l’obiettivo di copie per la pubblicazione.
15 Marzo
Mi aprono la porta, dietro c’è una stanza, sarà un tre metri per quattro, più o meno come la mia cucina, in mezzo alla stanza c’è un tavolo con attorno quattro sedie, e seduto su una delle sedie c’è Marco. Lo conosco da una decina di anni ormai, anche se negli ultimi tempi ci siamo frequentati poco, ma questa è la prima volta che lo vedo vestito bene, addirittura in giacca e cravatta, ma soprattutto è la prima volta che non ride, e questo mi fa sorridere, anche se non mi sfugge l’incongruità della mia ilarità.
Mi vado a sedere di fronte a lui, e sento che alle mie spalle il secondino chiude la porta. Marco mi scruta il volto, in parte coperto dai capelli.
«Non ci sono segni.» gli dico «Ce n’è qualcuno all’altezza dei reni, fanno un po’ male ma non più di tanto, non credo ci sia nulla di serio.»
«E’ già qualcosa. Dell’accusa cosa ti hanno detto?»
«Niente.»
«Ok, tu ti sei fatto un’idea?»
«Resistenza, non penso possano metterci altro.»
«Va bene. Raccontami dall’inizio.»
«Ieri mattina stavo andando in ufficio, facevo la solita strada, all’uscita dalla tangenziale era tutto bloccato. La coda era già un po’ lunga, ho capito in fretta che proprio non ci si muoveva, così sono uscito dalla macchina e sono andato avanti a vedere cosa succedeva»
«E hai trovato quelli di Ultima Generazione.»
«Si. Stavano bloccando la strada, seduti per terra, cercavano di spiegare il perché a quelli che erano scesi dalle macchine ma nessuno li ascoltava davvero, molti li insultavano, qualcuno li strattonava, ho sentito qualcuno che si lamentava. Forse è volato qualche calcio.»
«E tu ti sei messo in mezzo.»
«No. Sarebbe stato giusto, e mi vergogno abbastanza di non averlo fatto, ma me ne sono rimasto lì a bordo strada. Mi dicevo che sarei intervenuto se gli automobilisti si fossero scaldati di più.»
«E poi?»
«E poi è arrivata la polizia, uno della digos è andato a dire ai manifestanti di andarsene, loro gli hanno risposto che avrebbero dovuto portarli via di peso, allora quello se n’è andato e mentre ancora si stava allontanando ha chiamato la carica. La celere è partita subito a manganellare quelli che erano seduti a
terra, e poi quando sono caduti a prenderli a calci, in pochissimo tempo.»
«E a quel punto ti sei mosso.»
«Si. Gli altri automobilisti si erano già allontanati, qualcuno faceva il tifo per i poliziotti ma la maggior parte sembravano spaventati, magari pensavano che avrebbero potuto finirci in mezzo anche loro. A un certo punto ho visto un celerino che lasciava perdere uno dei ragazzi e veniva verso la ragazza che mi era più vicina, forse perché lei stava cercando di rialzarsi per prendere meno calci. La distanza sarà stata di due o tre passi, lui li ha fatti come se prendesse la rincorsa, e poi è partito con una manganellata a tutto braccio, sembrava il movimento di quelli che fanno il lancio del giavellotto, e mirava alla testa. Io ero a un metro, ho allungato la gamba e gli ho dato un calcio al braccio per deviare il colpo. Il calcio ha funzionato, la ragazza la manganellata l’ha presa, però credo sulla spalla, comunque non alla testa, in compenso prima che potessi anche solo rimettermi in equilibrio mi hanno spinto e sono finito di faccia su un cofano e con un dolore a tutti e due i reni. Lì mi hanno ammanettato, senza altre botte, e mi hanno portato via.»
«Ok. Il calcio com’era?»
«In che senso?»
«Che movimento hai fatto? Come lo hai colpito?»
«Ho allungato la gamba, l’ho preso con la suola, credo sull’avambraccio.»
«Ed è stata l’unica cosa che hai fatto?»
«Si. Mossa stupida vero?»
«Forse sì e forse no, dipende da come avrebbe preso la ragazza. Da un punto di vista egoistico tuo certamente non una buona mossa, ma forse nemmeno terribile, vediamo cosa viene fuori. Per il momento ti serve qualcosa?»
«Si, servirebbe che qualcuno chiamasse la mia ditta e gli spiegasse perchè sono due giorni che non lavoro, e che non so bene quando potrò riprendere.»
«Ci penso io, dammi il numero.»
Glielo dico, Marco se lo annota insieme al riferimento di chi farsi passare, poi mi chiede ancora
«A loro che versione do?»
«Quella vera, tanto verrà fuori. Secondo te quanto dovrò stare qui?»
«Probabilmente dopo il riesame ti faranno uscire, tra un paio di giorni. Di sicuro avrai delle restrizioni.»
«Che mi lascino libero fino al processo non se ne parla?»
«Guarda, così su due piedi non ne so abbastanza per dirti qualcosa di affidabile, ma la vedo dura. Però potrebbe essere anche solo un obbligo di dimora.»
«Abito a Condove e lavoro a Torino. E soprattutto tra tre mesi avrei una gara importante, in Colorado.»
«Una gara? Che gara?»
«Sono un paio d’anni che ho iniziato ad andar forte nel trail running, da qualche mese ho anche uno sponsor, sto provando a farlo diventare il mio lavoro. Perdere una gara importante come quella potrebbe essere un problema serio, perdere tutta la stagione vorrebbe sicuramente dire perdere lo sponsor.»
«Vediamo quel che si può fare.»
«Grazie. Se ti riesce fai anche una telefonata a Paolo per spiegargli, io non sapevo quanto tempo avevo e gli ho detto solo di chiamarti.»
«Va bene. Ci rivediamo tra qualche giorno, spero per allora di avere un quadro un po’ più definito. Ma cose pratiche, che ti servono qui?»
«Mi servirebbero spazzolino e dentifricio. E magari dei libri per passare un po’ il tempo. Se senti Paolo puoi dire a lui di portarmeli, ha le chiavi di casa mia, ne ho tre o quattro sul comodino.»
«Spazzolino e dentifricio te li ho portati, per i libri per il momento soprassiederei, al momento l’unico che può incontrarti sono io, e in un paio di giorni il tempo di andarli a prendere fino a Condove non credo di trovarlo.»
«Va bene. Grazie.»
«Figurati. Ci vediamo presto.»
Finito il colloquio mi riportano in cella.
La prima volta che ci sono entrato, due giorni fa, ho avuto un attimo di sbigottimento. Non che mi aspettassi chissà cosa, qualche informazione su come sia la vita in carcere l’avevo avuta, sia da internet sia dai racconti in prima persona di un paio di conoscenti che ci erano passati, ma da quel che ricordavo mi avevano detto che le celle per i nuovi arrivati erano quelle un po’ più larghe, e invece mi ero ritrovato in un cubicolo tre per quattro con due letti a castello e un tavolino che lasciavano uno spazio calpestabile così piccolo che non riuscivo a immaginare che ci si potesse stare in piedi in quattro. E ovviamente quattro eravamo, perchè con le carceri sempre riempite al di sopra della capienza di certo non ci si può permettere di lasciare un posto letto vuoto.
In realtà ho poi verificato che in qualche modo in quattro in piedi contemporaneamente ci si può stare, ma certo non è comodo, quindi alla fine si passa quasi tutto il tempo seduti o sdraiati sulla propria branda. Dopo il primo paio d’ore passato a fissare il materasso sopra di me mi sono tornate alla mente alcune pagine scritte da antifascisti incarcerati durante il ventennio, in cui raccontavano di passare dieci-dodici ore al giorno svegli sdraiati sulla brandina, e anche se le condizioni qui sono sicuramente meno peggio di quelle che avevano loro mi sono chiesto per quanto sarei riuscito a sopportare questa inattività forzata.
Speriamo che Marco abbia ragione sul fatto che mi terranno qui solo un altro paio di giorni, anche perchè altrimenti la mia condizione fisica perderà parecchio, io passo tutte le due ore d’aria a correre, ma girare in tondo nel cortile, forzatamente a ritmo basso perchè devi svoltare ogni pochi passi, come allenamento vale poco. Cerco di fare un po’ di tonificazione muscolare, e un po’ di potenziamento sfruttando un paio di gradoni che ci sono su un lato, ma cambi di ritmo e ripetute sono fuori discussione, per non parlare di salite o discese. Per tre o quattro giorni posso prenderla come uno scarico, o come se avessi una leggera influenza, ma se dura di più diventa difficile.
Per non parlare del lavoro, quello che, almeno per il momento, mi mantiene. Faccio il programmatore, mi sono laureato in informatica nel duemilasei e da allora ho sempre fatto quello, pur volendo sempre fare altro. Però tutto sommato è un lavoro non faticoso, pagato discretamente, almeno se lo si confronta con quel che passa il convento, specialmente da dopo il jobs act, e quindi ci si adatta. Col tempo sono riuscito anche a passare ad un’azienda un po’ meglio della media, dove non chiedono (ma sarebbe più corretto pretendono) che faccia dieci ore al giorno, quindi non posso lamentarmi. Il fatto che l’azienda sia un po’ meglio della media però non vuol dire che prenderà bene questa assenza senza preavviso, o che il capo possa vedere di buon occhio il fatto che mi sia schierato dalla parte di gente che cercava di inceppare gli ingranaggi di quest’organizzazione sociale che alle aziende sicuramente sta bene, molto più di quanto non stia bene a me.
E questo proprio quando sembrava che tutto si fosse instradato per il meglio, superando persino le mie speranze. Tutto per una reazione istintiva che chissà se ha portato qualcosa di buono.
Chissà come sta la ragazza. Forse se l’è cavata meglio perché i poliziotti si sono concentrati su di me, e magari si sono dimenticati di lei, però di sicuro sarà qui dentro anche lei, da qualche parte. Probabilmente ci saranno anche gli altri ragazzi che stavano facendo quella dimostrazione, magari ne ho anche incontrato qualcuno in cortile, ma un po’ perché li ho visti per poco tempo, un po’ perché non ho una buona memoria fotografica, non ne ho riconosciuto nessuno, ed è difficile che loro abbiano riconosciuto me, visto che avevano una folla intorno. Inoltre fino a quando non sono intervenuto non avevano motivo di notarmi, e dopo, sotto una carica della celere, non credo ne avrebbero avuto modo anche ammesso che lo volessero. Però visto che dovremo andare a processo insieme se domani in cortile sacrificassi una delle due ore d’aria per capire se ci sono e parlare con loro non sarebbe male.
Per adesso non resta che sdraiarsi di nuovo sulla branda, rispondere alle poche cose che i compagni di cella mi chiedono riguardo a quello che ho saputo dall’avvocato in modo molto laconico, e aspettare.