fbpx

Il peso della distanza – Le mie radici

Ecco il primo capitolo del romanzo Il peso della distanza di Gaetano Ferrara!

Puoi sostenere questo progetto fino a mercoledì 11 febbraio!
Inserisci il prodotto nel carrello e completa l’ordine come per un normale acquisto. L’importo del libro verrà addebitato soltanto alla fine della campagna se sarà raggiunto l’obiettivo di copie per la pubblicazione.

Sostieni il progetto!


Le mie radici

Sono nato in un piccolo paese della Basilicata, in provincia di Potenza, affacciato sul Mar Tirreno: Maratea. Un luogo dove il tempo sembra scorrere con un ritmo tutto suo, più lento, più umano.
Un paese in cui le persone si salutano ancora per strada, anche se non si conoscono. Dove i bar non sono solo posti in cui prendere un caffè, ma veri e propri salotti di paese, centri di incontro tra amici, luoghi dove le notizie si mescolano ai ricordi, e le chiacchiere al profumo del caffè.

Maratea è fatta di vicoli silenziosi, di scalini che salgono e scendono tra il mare e la montagna, di scorci improvvisi che ti tolgono il fiato, come apparizioni. È il blu profondo del Tirreno che ti accompagna ovunque, e la statua del Cristo Redentore, che dall’alto veglia su tutto come un guardiano gentile, familiare e rassicurante. È la luce dorata dei tramonti d’estate, il suono delle campane che scandisce le ore con dolcezza antica, il sapore del pane caldo appena sfornato e dei fichi colti con le mani tra i rami sotto il sole.
È il profumo del rosmarino selvatico che si mescola alla salsedine, è il suono delle onde che si infrangono contro la costa rocciosa, è la voce discreta della natura che accompagna ogni gesto.

Ma Maratea non è solo bellezza naturale: è anche la città delle 44 chiese, un mosaico di spiritualità e arte incastonato nel verde e nella pietra, in cui ogni quartiere, ogni angolo, racconta una storia diversa. Passeggiare tra quelle chiese, una diversa dall’altra, è come attraversare le pagine di un libro antico, dove fede, cultura e tradizione si fondono in un incanto senza tempo.

Le mie radici non affondano solo nella terra, ma nei silenzi delle sere d’estate passate seduto su un muretto, a guardare il mare e ascoltare i racconti degli anziani.

Cresciuto tra quei profumi, quei suoni e quei silenzi, ho imparato che casa non è solo un luogo fisico, ma un insieme di gesti, sguardi, emozioni e memorie che ti restano dentro anche quando sei lontano.
Nella malinconia delle piogge d’inverno, quando tutto rallenta e ci si stringe attorno ad un camino.
Nel modo in cui mia madre mi chiamava semplicemente per dirmi che era pronto a tavola.
Nella voce di mio padre che, ogni giorno, mi chiedeva come stavo, senza mai perdere la sua calma.

Radici che si intrecciano anche ai volti degli amici di sempre, molti dei quali oggi vivono lontano, sparsi tra il Nord Italia e l’Europa, spinti, come me, da sogni, opportunità e necessità.
Altri, invece, hanno deciso di restare, scegliendo la stabilità del paese, le abitudini rassicuranti, i luoghi che conoscono da sempre. Alcuni hanno messo su famiglia, altri hanno preso in mano l’attività del padre o aperto qualcosa di loro. E anche se le strade si sono divise, qualcosa ci tiene uniti, come un filo invisibile fatto di ricordi, affetto e radici comuni. Eppure, ognuno di noi porta dentro lo stesso senso di appartenenza, la stessa nostalgia che ci fa sentire legati, come se fossimo ancora lì, insieme, seduti su una panchina a parlare del nulla fino a notte fonda.

Ricordo le serate infinite passate per strada, tra una chiacchiera e una risata, con la sola compagnia dei motorini appoggiati ai muri. Spesso trascorrevamo le giornate a giocare in piazza con il pallone, fino allo stremo, per poi tuffarci in mare e restare lì fino al tramonto, immersi in un silenzio che sapeva di libertà.
Le estati erano fatte di sagre di paese, di strade illuminate a festa, di risate sincere tra un panino alla salsiccia e un ballo improvvisato sotto il palco.

E poi c’era la palestra, quella piccola palestra spartana in cui il tempo sembrava essersi fermato. Ogni attrezzo portava i segni dell’usura, ma anche l’odore familiare del sudore e della tenacia. Sempre le stesse persone, gli stessi volti che sapevano di quotidianità. Una seconda casa. Un posto dove si rideva, ci si sfidava, ci si allenava e ci si confidava, con quella sincerità che esiste solo nei luoghi semplici e autentici.

Quelle radici non si strappano. Sono parte di te, della tua esistenza.
Si allungano, si adattano, si piegano al vento delle scelte e delle necessità, ma restano.
A volte fanno male, altre volte evocano sorrisi nei momenti più bui. Ma ci sono sempre.
Ti ricordano chi sei, anche quando tutto il resto sembra cambiato.