Non ho mai chiesto troppo – La domenica delle cose non dette
Ecco il primo capitolo del romanzo Non ho mai chiesto troppo di Lino Esposito!
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La domenica delle cose non dette
La chiesa era fredda, nonostante il sole brillasse alto e ostinato nel cielo limpido, come se volesse ricordare a tutti che fuori esisteva ancora una stagione diversa dalla compostezza. Il banco di legno, ruvido e impassibile, pizzicava le gambe nude di Matteo sotto il vestito elegante che sua madre aveva scelto con cura, e lui lo sapeva bene: non doveva dondolarsi, non doveva muoversi, non doveva attirare l’attenzione. Sua madre gli aveva sistemato il colletto quattro volte prima di entrare, con gesti rapidi e silenziosi che sembravano voler mettere ordine non solo nell’aspetto, ma anche nei pensieri. Ora sedeva con le mani giunte in grembo, strette come quelle delle statue che popolavano le nicchie, e anche lei, nel suo silenzio marmoreo, sembrava scolpita nel freddo.
Il parroco parlava con una voce cantilenante, monotona e distante, e le sue parole, amplificate dal microfono, rimbalzavano nell’aria come se uscissero da un barattolo chiuso, ovattato, privo di vita. Matteo ogni tanto alzava lo sguardo verso l’altare, non per fede o devozione, ma per osservare le candele tremare, perché erano le uniche cose che sembravano davvero vive in quel luogo immobile. Lui, invece, si sentiva trasparente, come un oggetto dimenticato, come una cosa fuori posto nel banco sbagliato, in una scena che non gli apparteneva.
Accanto a lui, suo padre restava immobile, rigido come il legno su cui era seduto, e solo le dita si muovevano, tamburellando piano sul ginocchio, come se stesse contando i minuti che lo separavano dalla fine, o forse da una fuga più profonda. Matteo pensò che la messa non fosse l’unica cosa da cui suo padre voleva scappare, e quel pensiero gli fece stringere le spalle.
Una signora, seduta due file più avanti, si voltò a guardarli con uno sguardo che non cercava Matteo, ma i suoi genitori, come se volesse leggere qualcosa nei loro volti, un’indicazione, un’ammissione, una crepa. Lucia si irrigidì subito, sollevò la schiena con eleganza forzata, sistemò la borsetta con un gesto controllato e preciso, e il suo sorriso, che si disegnò sulle labbra, non sorrideva davvero, ma sembrava solo una maschera ben allenata.
«Stai fermo, tesoro», sussurrò, senza voltarsi, senza guardarlo, come se la sua voce fosse un comando che doveva bastare.
Matteo abbassò lo sguardo, notando che i lacci delle scarpe erano storti, ma non poteva sistemarli, perché avrebbe fatto rumore, e il rumore, in quel luogo, era proibito. Ogni tanto pensava che in quella chiesa nessuno sentisse davvero niente, che tutti fingessero, proprio come a casa, dove le parole si dicevano solo per dovere e mai per verità. Il tempo sembrava sospeso, come se anche lui fosse costretto a trattenere il fiato, e le vetrate colorate proiettavano macchie di luce sul pavimento, disegni che nessuno guardava, che nessuno sembrava notare. Matteo immaginava che quelle luci fossero portali, vie di fuga per chi aveva il coraggio di attraversarle, ma lui quel coraggio non lo aveva, e restava lì, fermo, come gli era stato insegnato.
Dietro di loro, un bambino tossì. Un suono piccolo, quasi innocuo, ma sufficiente a far girare tre teste con la stessa severità. Matteo si chiese se anche lui potesse tossire, solo per vedere se qualcuno lo avrebbe notato, se qualcuno si sarebbe accorto di lui. Ma non lo fece. Rimase immobile, invisibile, come una presenza che non disturbava.
Il parroco continuava a parlare di perdono, di grazia, di redenzione, parole grandi, troppo grandi per entrare nel cuore di chi aveva smesso di ascoltare, e Matteo le sentiva rimbalzare contro le pareti, come palline di gomma che non trovavano mai un posto dove fermarsi. Si chiese se anche le parole potessero sentirsi sole, abbandonate, inutili.
Quando la signora si voltò di nuovo, Matteo sperò, per un istante, che dicesse qualcosa, qualcosa che facesse fermare tutto, che rompesse il silenzio, che cambiasse il corso delle cose. Ma, come sempre, nessuno disse niente. E anche il tempo, in quel momento, sembrò voltarsi.
Restare immobile era come svanire, e quando svaniva, nessuno sembrava accorgersene. Ma Matteo, ogni tanto, avrebbe voluto essere guardato come si guardano le cose che contano, quelle che non si dimenticano.
Fuori, il sole continuava a brillare, ostinato e indifferente. Ma dentro, nessuno sembrava accorgersene.