Non ho mai chiesto troppo – Le forchette del silenzio
Ecco il secondo capitolo del romanzo Non ho mai chiesto troppo di Lino Esposito!
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Le forchette del silenzio
La chiesa era ormai alle spalle, dissolta nel riverbero del sole pomeridiano, ma il silenzio, quello vero, quello che non si spegne con le campane, continuava a camminare accanto a loro, come un’ombra discreta che non chiede permesso.
I tacchi di Lucia scandivano il passo sul selciato del sagrato con un suono secco e regolare, simile al battito di un metronomo stanco che misura un tempo che non vuole passare, mentre Marco avanzava di poco in testa, senza voltarsi mai, con il profilo teso e contratto, come se anche il vento potesse spezzarlo se solo osasse toccarlo. Matteo, invece, arrancava qualche passo dietro, sfiorando con la mano le colonnine basse che correvano lungo il muro della chiesa, contandole senza davvero pensarci, come se ogni pietra potesse offrirgli una protezione silenziosa, fatta di gesti piccoli, ripetuti, e per questo rassicuranti.
Alla curva che conduceva verso casa, incrociarono il signor Nanni, il vicino con il cane, che li salutò con quel tono gentile ma formale che si usa quando si conosce già la risposta alla domanda che si sta per porre. «Tutto bene?» disse, e Lucia, con la prontezza di chi ha indossato il sorriso come si indossa un cappotto stirato per le occasioni, rispose: «Benissimo, grazie. Matteo, saluta.» Ma Matteo non disse nulla. I suoi occhi erano fissi in quelli del cane, che lo ricambiava con uno sguardo immobile, privo di aspettative, privo di domande, privo di giudizio. E a Matteo bastava. In quello sguardo c’era una quiete che non cercava nulla, che non pretendeva nulla, e che non aveva bisogno di essere spiegata. Marco, intanto, si sistemava l’orologio al polso, come se il tempo potesse essere regolato dall’esterno, ignorando che dentro, nel cuore delle cose, nessuno sembrava sapere davvero che ore fossero.
Pochi passi ancora, e il cancello di casa apparve davanti a loro. Il portone si aprì con il solito cigolio, un suono che sembrava lamentarsi ogni volta, come se anche lui avesse qualcosa da dire ma non trovasse mai le parole. All’interno, l’aria era satura di odori familiari: il sugo che bolliva da ore, le tovaglie stirate la sera prima, il pranzo che doveva sembrare felice anche quando non lo era. Ogni aroma sembrava cercare di coprire qualcosa, di mascherare ciò che non si poteva dire, ciò che non si voleva nominare.
In salotto c’erano già i nonni, due zie, lo zio Carlo e la cugina Anna. Tutti parlavano a bassa voce, come se le parole avessero paura di inciampare, come se il brusio stesso fosse un modo per non disturbare l’equilibrio precario della giornata. Quando Matteo varcò la soglia, il tono delle voci cambiò impercettibilmente — non si spensero, ma si adattarono, come se anche le parole sapessero che bisognava fare attenzione.
«Eccolo il nostro ometto!» disse la nonna, tendendo la mano verso la sua guancia con un gesto affettuoso che rimase sospeso a mezz’aria, come una nota che non trova la sua melodia. Matteo non si mosse. Lucia lo indirizzò al suo posto con un cenno leggero, quasi invisibile, mentre Marco si sedette con uno schiocco asciutto, come se anche il legno della sedia fosse stanco di recitare la sua parte.
Il sugo era denso, i piatti colmi, e le forchette affondavano piano, con una cautela che sembrava dettata non dalla fame, ma dal timore di rompere qualcosa. Matteo spezzava un grissino in tre parti uguali, lentamente, con precisione quasi rituale, come se ogni frammento fosse una parte di sé che doveva essere divisa per poter restare in silenzio. Ogni pezzo era un pensiero che non poteva essere detto, una parola che non trovava voce.
Di tanto in tanto sollevava lo sguardo, ma non per incrociare quello degli altri: seguiva le gocce che scivolavano sul vetro, il riflesso del cucchiaio che oscillava nella mano della zia, i movimenti invisibili del silenzio che si muoveva tra le persone. C’erano gesti che dicevano più delle parole, e Matteo li osservava come si osservano le stelle: da lontano, senza toccarle, senza disturbarle.
«Non ti piace il sugo oggi, Matteo?» chiese la nonna con voce gentile, ma Lucia intervenne subito, con tono altrettanto dolce ma più deciso: «Ha già mangiato qualcosa prima.» Una risposta pronta, cucita in fretta, come una toppa su una verità che non si voleva mostrare.
Lo zio Carlo parlava del furgone nuovo, la zia Monica rideva forte, e le risate sembravano troppo alte per quel salotto, troppo piene per quel pranzo. Nessuno diceva davvero ciò che pensava, e Matteo lo capiva, non con le parole, ma con lo stomaco, con gli occhi, con quel grumo sotto il petto che gli veniva ogni volta che intuiva di essere il motivo per cui gli adulti evitavano certe frasi.
Non capiva tutto, ma sapeva questo: quando gli adulti tacevano, era perché c’era qualcosa che non volevano guardare. E spesso, quel qualcosa… era lui.