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Beautiful Italy – Noi

Ecco il secondo capitolo del romanzo Beautiful Italy di Massimo Conti!

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Noi

Indossano camici bianchi lunghi a coprire le gambe fino alle caviglie. In testa una cuffia, anch’essa bianca, le braccia scoperte. Lei ha i lunghi capelli neri raccolti dentro un copricapo immacolato. Hanno entrambi le mani arrossate: non portano guanti in lattice come da regolamento; con quelli indosso si lavora male, manca la sensibilità alle dita; i superiori lo sanno e lasciano correre. Ai capi importa solo che la produzione rispetti tempi e quantità stabilite dal piano economico: questo interessa al sovraintendente e ai suoi sottoposti dell’area produzione. Perché poi, ogni sei mesi, devono inoltrare rapporto ai dirigenti di livello superiore, responsabili verso il governo del Distretto, il quale ne dovrà poi riferire ai presidenti degli enti e delle organizzazioni delle macroaree. Il caldo lì dentro è appena sopportabile, l’aria è densa e sa di latte, anche se gli aspiratori stanno funzionando al livello massimo della loro potenza: ruggiscono, fischiano e turbinano. Nei calderoni il latte bolle. La ragazza e il ragazzo ogni tanto si devono togliere la mascherina di seta dalla bocca per prendere un po’ di respiro: lo fanno senza però fermarsi. Hanno già usufruito dei dieci minuti di pausa loro concessa. Le guance, il naso e il mento sono circondati da un’aureola rossa.

Il latte è arrivato la sera prima dalle due fattorie convenzionate con il loro caseificio. Il tecnico di laboratorio ne ha misurato i parametri, registrandoli poi nel data base con il nome del fornitore, giorno e ora di consegna e altri dati della filiera. Il latte è rimasto a riposo dentro due grandi vasche. In superfice è emersa la parte grassa che presto sarà separata dal resto per poi diventare burro. Suonano al portone sul retro. Il mastro casaro più anziano apre, pronto ad accogliere gli allevatori che hanno da consegnare, come ogni mattina, i contenitori di metallo con il latte intero appena munto da aggiungere a quello scremato della sera prima. Con l’aiuto di un altro casaro versano il tutto dentro una caldaia di rame a forma di campana rovesciata. Il giovane aiutante porge loro un piccolo contenitore. Il mastro casaro più esperto pesca dal vasetto del caglio di vitello e il siero d’innesto, ricco di fermenti naturali, e li versa dentro la caldaia. Inizia subito il processo di fermentazione sotto l’occhio attento dei due mastri casari. Dopo un poco, come succede ogni giorno da più di mille anni, avviene il miracolo: iniziano a formarsi i primi agglomerati caseosi.

Dall’alto parlante una voce femminile annuncia l’imminente inizio dell’evento clou del mese: la consegna del premio Maestro dell’arte della cucina, XXXV edizione. 

«Ricordiamo a tutti i presenti» dice la giovane voce «che saranno premiati con una medaglia di bronzo i sei cittadini che, sono le parole del ministro della tutela del Made in Italy, del Sovranismo enogastronomico e del Paesaggio rurale, “si siano in maniera encomiabile distinti nel campo della gastronomia e, con la loro opera, abbiano esaltato il prestigio della cucina italiana illustrando la patria e contribuendo a valorizzare l’eccellenza nazionale”. Alla cerimonia saranno presenti dal vivo il sottosegretario Cimurro, il vicepresidente della Macroregione Le Eccellenze Nordiche ed è previsto un collegamento in ologramma con il ministro Duilio Cassabubole.  Presenterà l’evento, il conduttore televisivo Ciro Effrè e i premi saranno consegnati dalla madrina della cerimonia, l’influencer Sonia Petto. Gli inviati sono pregati di recarsi al padiglione A per mostrare al personale il pass d’accredito».

Da una porta laterale entra, con un foglio tra le mani, il capo reparto, Antonio, e i due ragazzi, svelti, si rimettono a posto le mascherine. Lui li guarda con benevolenza come avesse capito. Di solito è severo nei confronti degli operatori del caseificio ma oggi mostra chiari segni di contentezza per via dei buoni risultati raggiunti dal suo reparto; è da qualche tempo in attesa di una promozione che tarda ad arrivare. La produzione di quell’ultimo semestre e la qualità del prodotto, ha detto il responsabile del settore latticini ad Antonio, è la prova lampante che per lui il passaggio di grado è solo questione di settimane. E, soprattutto turisti e visitatori sono molto soddisfatti e quando torneranno al loro paese, faranno pubblicità e altri ne arriveranno. Nel piccolo caseificio, parte di uno più ampio, sono in sei. Lavorano come fossero dentro un acquario: alzando gli occhi vedono la gente passare davanti alla grande vetrata, fermarsi e dopo un poco proseguire. Alcuni di loro, forse, entreranno a far visita guidati da un esperto e conosciutissimo, anche all’estero, gastronomo. Il quale, con dovizia di particolari, illustrerà ai presenti le tecniche di produzione guidandoli tra i pentoloni ribollenti e racconterà, citando testi antichi e ricette del passato, la storia millenaria del prodotto, vanto della cucina italiana. Ognuno poi, uscendo allo spaccio ne comprerà uno o due pezzi sottovuoto, con il certificato di garanzia, da regalare ad amici e parenti una volta rientrati al proprio paese con la prova lampante, assieme a tanti altri ricordi, souvenir e foto, autenticata dall’ente turismo, di aver visitato la Beautiful Italy. Con la preziosa confezione di formaggio in mano i visitatori sciameranno poi verso il laboratorio di salumi poco distante. Antonio ha visto sfilare nel caseificio che dirige, quattro visite giornaliere della durata di un’ora e almeno duecento turisti presenti; ha di che essere soddisfatto, perché ha ritirato il bollettino giornaliero delle vendite; quasi cinque quintali di Grana Emiliano venduto, tra spaccio interno del caseificio e il banco delle specialità fresche italiane; certo non tutto è prodotto lì, ma l’attività del caseificio ha contribuito, complice l’assaggio di una scheggia di formaggio al termine della visita, a incrementarne in maniera non trascurabile la vendita.  Da un collega e amico, responsabile amministrativo di quinto livello, area contabile dell’Italian’s Food, sede centrale della macroregione Eccellenze Nordiche, Antonio ha saputo che il suo caseificio, di cui da dieci anni è responsabile operativo, è tenuto in grande considerazione. Deve già pensare a come festeggiare la promozione. In quel momento però entra nel suo piccolo ufficio per riporre nella cartellina l’ultimo report sull’andamento della produzione e la qualità del formaggio. Domani dovrà provvedere a farlo contro firmare dal tecnico caseario. Sovra pensiero, fissando il calendario digitale appeso alla parete davanti a lui, si accorge di essersi scordato il compleanno del nipotino che ieri, 26 settembre, ha compiuto dieci anni. Deve rammentarsi di fargli visita domani, suo giorno libero, con il regalo che gli ha comprato.  Guarda l’orologio: tra dieci minuti inizierà l’ultima visita della giornata. La guida gastronomica è già all’ingresso. Dietro di lui una ventina circa di turisti con il loro accompagnatore e interprete che tiene in alto e ben in vista una bandierina con i colori verde e oro del Brasile. Antonio apre il suo armadietto nell’ufficio e si guarda allo specchio: con il pettine mette in ordine i capelli, poi controlla di avere il grembiule pulito. Vi passa la mano aperta sopra ed esce, aprendo la porta a vetri per controllare che nel piccolo laboratorio caseario, che lui chiama un po’ pomposamente caseificio, tutto sia in ordine per accogliere nel migliore dei modi i visitatori.   Il ragazzo e la ragazza stanno mescolando il latte con le grosse pale di legno.  Tra non molto la cagliata, ridotta, con lo spino, in piccoli frammenti dai due mastri casari, cotta a cinquantacinque gradi farà sprofondare i granuli caseosi che si agglomereranno formando la grande forma del peso di trentacinque chilogrammi. I due giovani smettono di mescolare ed estraggono, muniti di un telo tenuto per gli angoli, una massa di parmigiano per avviarla alla stagionatura in un apposito locale, anch’esso meta della visita che è appena iniziata. Antonio, i maestri casari e i due ragazzi devono lavorare come se i turisti non esistessero. Il laboratorio è stato progettato perché le attività dei due, distinti gruppi, vacanzieri e lavoratori, non s’intralcino a vicenda. Nel tempo si sono rese necessarie delle migliorie nella gestione delle visite, come, per esempio percorsi delimitati da due righe gialle, e ora tutto funziona alla perfezione. Antonio ha acceso il grande schermo che occupa l’intera parete principale del laboratorio. La guida gastronomica ha selezionato, con il telecomando, la lingua portoghese. Sul monitor di due metri per tre scorrono le immagini, in bianco e nero, di quasi centocinquant’anni prima: mucche al pascolo, contadini nei campi con la falce o il forcone, intenti ad accatastare il fieno; fanciulli scalzi e dalla faccia sporca; bambine con le giare d’acqua sopra alla testa. Appaiono poi grandi capannoni, con le altissime cataste di forme di parmigiano impilate le une sulle altre. Alcuni turisti scattano delle foto. All’uscita, accostando il Qphone o la macchina fotografica a un sensore ottico, verranno, automaticamente, validate solo se conformi alle leggi italiane, molto severe, che regolano il possesso d’immagini coperte da copy right.

«Guarda com’è grasso quello, si mangerebbe una forma intera e senza neanche ruttare» sussurra Francesca all’orecchio di Rahmaan Jr. , facendo finta, indicandogli il pentolone, di stare parlando di lavoro e di farlo a bassa voce per paura di disturbare i visitatori assorti ad ascoltare il gastronomo.

«Stattene zitta, vuoi finire per caso a spalare merda gratis per una settimana in una stalla assieme ai Sikh e con un turbante in testa?» gli risponde Rahmaan Jr..

«Perché faresti la spia?» gli chiede, sorridendo, senza ottenere risposta, perché il mastro casaro ha fatto loro cenno di avvicinarsi. È un omone buono, gentile ma silenzioso: ha passato la settantina, un millenial, così ha detto ai due garzoni di esser considerato dai più giovani; uno nato a cavallo del secolo. Non parla mai della sua gioventù: può essere pericoloso, una parola fuori luogo e l’OTRA di spedisce in un campo di rieducazione. Francesca e Rahmaan Jr.  gli si avvicinano passando accanto ai visitatori. Antonio con occhio vigile controlla che tutto fili liscio. Si muove nel piccolo caseificio dando l’impressione di chi stia facendo al meglio, con passione e scrupolo, il compito che gli è stato affidato: una persona fidata ed efficiente, professionalmente serio, dedito alla causa e, cosa assolutamente da non trascurare, onesto. Mentre Antonio accompagna i visitatori verso l’uscita una voce suadente di donna, diffusa dagli altoparlanti, recita con il sottofondo di un’aria verdiana:

 “Mangiare Grana Emiliano è glorificare a tavola la storia d’Italia. Il lavoro dei mastri formaggiai, il paesaggio dov’è prodotto, le nostre millenarie tradizioni, l’esaltazione del gusto, l’amore per l’italicità che ha conquistato il mondo. Il Grana Emiliano è ora anche sulla tavola degli astronauti della base lunare cinese Hóng yué”.

Il turno nel caseificio è finalmente terminato. È l’ora di pranzo: è stata una mattinata faticosa per tutti, come sempre. Ma si lavora, ed è questa la cosa importante. «Pochi ma buoni» ripete spesso Francesca, parlando della paga: «Molto pochi» chiarisce Rahmaan Jr.  ogni volta che sente la sua amica e collega parlare del loro lavoro nel caseificio dell’Italian’s Food. Non si sentono certamente realizzati, aspirerebbero ad altro, ma non sono pienamente coscienti di cosa gli manchi: viaggiare, ecco cosa vorrebbero fare ogni tanto, quello sì; incontrare giovani di altre nazioni, visitare le città dove vivono e fare anche loro la vita da turista ma in luoghi non affollati, via dalla pazza folla.

Oggi tocca a Francesca occuparsi della compilazione del diario giornaliero delle consegne. Ogni squadra di lavoro condivide un suo personale, piccolo, taccuino elettronico, dove annotare i problemi che hanno dovuto affrontare, eventuali anomalie riscontrate durante il turno di lavoro o suggerimenti da dare per migliorare il rendimento del reparto. Il resoconto dell’attività giornaliera va sempre firmato da uno dei componenti della squadra che si occupa anche di passarlo agli addetti che subentrano; quel giorno sono Michelangelo e Maria. Si scambiano un saluto, poi Francesca e Rahmaan Jr.  escono e si ritrovano risucchiati dalla marea di gente che percorre su e giù, instancabile, i due grandi viali paralleli, lunghi mezzo chilometro, su cui si affacciano le cinquecento rivendite di vino e cibo tra negozi, vinerie, bar, osterie, punti di degustazione e ristoranti del Pellegrino Artusi Italian’s Food.

«Ieri ho inviato la domanda» dice rompendo il silenzio Rahmaan Jr.   Lui e Francesca sono seduti a sorseggiare un fresco vinello bianco. Hanno dovuto aspettare mezz’ora prima di trovare posto e solo grazie a Cesare, un loro amico, cameriere in quell’osteria. Alternano i sorsi sbocconcellando delle succose olive verdi. Quello è il più bel momento della giornata, quando stanchi dopo otto ore di lavoro, con sveglia alle cinque, si godono un po’ di riposo guardando la folla di turisti carichi di cibarie sciamare lungo il viale, entrare e uscire dai ristoranti, con la pancia piena ed ebbri di vino, con il pensiero che corre già alla prossima meta.

«Alla fine, ti sei deciso. Ma fai sul serio stavolta?»

«Certo che faccio sul serio».

«E dove?» chiede Francesca depositando un nocciolo di oliva nel piattino.

«Al Cristoforo di Messi Sbugo».

«Quindi nel distretto Lombardia».

«In quell’Italian’s Food hanno diversi caseifici, mi hanno detto che ci sono buone possibilità di essere assunto: cercano aiuto casari. Sarei più vicino a casa».

«Non di molto. E di quel nostro progetto che ne facciamo? Non siamo più soci?».

Due agenti della polizia turistica sono fermi accanto alla norcineria, dall’altro lato del viale traboccante di ogni ben di dio, a colloquio con due tizi che paiono gemelli: sicuramente appartengono all’OTRA; tipi come quelli non passano certo inosservati; li riconosceresti ovunque, soprattutto quando tentano di spacciarsi per gente qualunque come in quel momento. Ogni tanto l’agente, che pare il più annoiato, guarda nella direzione di Rahmaan Jr.  e Francesca come se li volesse interrogare con gli occhi. Lei ricambia le sue occhiate per nulla intimorita, anche se anni prima aveva dovuto subire un interrogatorio per una frase antitaliana che, a detta loro, avrebbe pronunciato in pubblico. L’agente quasi infastidito sussurra qualche parola ai colleghi e si dirige, con le mani in tasca, verso Rahmaan Jr.  e Francesca. Accenna a un saluto sfiorando con due dita l’ampia fronte, come fosse un gesto automatico. Infila poi una mano nella tasca interna della giacca ne estrae il distintivo dell’Organizzazione Turistica Repressiva Attiva, e lo mostra ai due giovani domandando loro i documenti.

Rahmaan Jr.  Rishcaudinarom non fa troppo caso al distintivo di riconoscimento dell’agente in borghese dell’OTRA: a nessuno verrebbe in mente di falsificarne uno. Il loro amico cameriere Cesare alza gli occhi dall’ordinatore elettronico e guarda con un po’ di preoccupazione la scena che si sta svolgendo al tavolo dove siedono Francesca e Rahmaan Jr..

«Abbiamo appena smontato dal lavoro: siamo aiuto casari nel caseificio del Grana Emiliano» dice Rahmaan Jr.  con il tono di voce più neutro possibile. Tiene gli occhi bassi: così come tutti suggeriscono di comportarsi al cospetto di un ispettore dell’OTRA. Francesca, invece, per nulla intimorita guarda fissa il funzionario come fosse in procinto di fargli una boccaccia. La cosa non sfugge all’ispettore.

«Noi due per caso ci conosciamo?» chiede alla ragazza, girando intorno al tavolo, dirigendosi dalla sua parte”.

«Non frequento persone del vostro rango» risponde Francesca fissando lontano un punto indistinto come se il corpo del poliziotto fosse trasparente.

«Guardami! Un’altra spiritosaggine e ti porto al commissariato. Non m’interessa che lavoro fate, avete fatto o farete o perché siete seduti qui, dovete solo mostrarmi la vostra Carta di Appartenenza. Semplice, no?»

La scena attira l’attenzione dei molti turisti che affollano il locale, anche se non afferrano il significato delle parole. Ma l’ispettore ha alzato il tono della voce che è divenuto minaccioso. I suoi colleghi dell’OTRA hanno buttato un’occhiata distratta verso di lui e lo lasciano fare; conoscono troppo bene l’agente, la sua aria da duro, strafottente quanto basta ma infallibile segugio. I camerieri si guardano l’un l’altro preoccupati. Quello che pare il capo sala sparisce nel retro. Dopo poco appare assieme a un signore dall’aria distinta, vestito con gusto, che sorridendo pare voglia tranquillizzare i clienti con la sua sola presenza. Ora anche l’ispettore sorride. Sa che non deve forzare la mano, soprattutto in presenza di turisti. Rahmaan Jr.  gli porge il documento di riconoscimento. L’agente avvicina la Carta d’Appartenenza digitale al suo dispositivo elettronico: sul display, un secondo dopo, si accende una luce verde; stessa cosa per la carta di Francesca.

«Buona giornata» dice accomiatandosi l’ispettore dell’OTRA, facendo tirare un sospiro di sollievo al proprietario dell’osteria il quale, però, prende nota mentalmente che ne dovrà parlare con il sovraintendente del Pellegrino Artusi. “Episodi come questo si devono evitare: occorre più discrezione nei controlli e questi si devono fare lontano dagli sguardi dei turisti” pensa, mentre, sempre con il sorriso sulle labbra, passa tra i tavoli fermandosi ogni tanto a parlottare con i clienti che ora, scordato tutto, pensano solo a ingozzarsi di cibo italiano.

«Che stronzo quello» dice sottovoce Francesca, scolandosi l’ultimo goccio di vino.

«Sì, pare che essere stronzi sia un requisito per entrare nell’OTRA. Ma è sempre meglio non farli incazzare».

Rahmaan Jr.  si è alzato e con lo sguardo invita l’amica a fare altrettanto. Due turisti asiatici sono pronti a rilevare il posto lasciato libero.  Rahmaan Jr.  passa la carta elettronica sul rilevatore pagamenti al centro del tavolo: una vocetta sintetica ringrazia e augura arrivederci. Anche Francesca ringrazia; la prossima volta sarà lei a offrire. Tra loro è diventata oramai una consuetudine pagare una volta a testa. Si conoscono da quasi due anni. Sono diventati amici fin da subito, anche se non hanno gli stessi interessi, anzi è forse proprio questo che li lega. Lei gli parla di letteratura, ama tantissimo leggere, e di cinema: lui di musica, è un vero esperto e di arte contemporanea. Quando sono assieme, raramente si annoiano: visitano mostre, vanno al cinema e ai concerti. Sono innamorati? Vedendoli camminare per la strada sottobraccio o scambiarsi dolci occhiate, seduti al tavolino di un bar si direbbe di sì. Probabilmente se qualcuno lo domandasse loro, risponderebbero in coro: certo che no. Chiedendolo agli amici si otterrebbe la medesima risposta ma forse perché è la domanda a essere posta in maniera sbagliata. Entrambi sono in quella fase della vita, dove l’amore è solo una delle tante prospettive che il futuro ti riserva, se per amore s’intende vincolarsi a qualcuno. Fanno sesso tra loro, ma anche con altri, quando sono un po’ alticci e poi tutto continua come prima.

Le alte volte che sovrastano il largo viale dell’Italian’s food amplificano l’assordante polifonia delle decine di lingue che si sovrappongono le une alle altre in una cacofonia di suoni. Gli odori del cibo cotto e delle prelibatezze gastronomiche esposte nelle centinaia di negozi non sono da meno. L’olfatto è saturato dagli aromi grassi della fontina, del provolone, del gorgonzola, del caciocavallo, e i pecorini, le caciotte; e poi i salumi con i prosciutti, che pendono a formare veri e propri tendaggi di prelibatezze, l’anduria, le soppresse: mortadelle dal lucido budello rosa lunghe come siluri, le più sofisticate galantine e l’austero aspetto della scura coppa di testa. Rahmaan Jr.  e Francesca hanno voglia di uscire al più presto da quella calca che quasi li soffoca. Nel “Villaggio del Pane e della Pizza” poco prima dell’uscita incontrano Michelangelo, che lavora come fornaio da “Antichi sapori delle nostra terra”.

«Ciao Miché» gli gridano, mentre l’amico sta sistemando una forma di pane pugliese grande come una ruota d’auto: è indaffarato e a stento risponde alzando il braccio. Nella grande hall tutta vetri le guide turistiche sono impegnate, prima di fare incamminare il loro gruppo di turisti nel viale, a illustrare le principali caratteristiche di quello che spesso indicano, con orgoglio, come “lo spazio espositivo enogastronomico più grande al mondo, dove il cibo è ambasciatore della cultura italiana”. Francesca e Rahmaan Jr.  si sentono orgogliosi di poter contribuire con il loro lavoro al risveglio dell’orgoglio nazionale: se solo fossero pagati un po’ di più, mugugnano quando l’entusiasmo è passato. Come in quel momento, in attesa della navetta monorotaia a lievitazione magnetica, vanto dell’industria nazionale, che li deve portare nel quartiere dove alloggiano.  Sulla loro sinistra, un muro di bus turistici disposti su tre file, forma un rutilante muro di cui non si scorge la fine. Accanto ad ogni mezzo ci sono gli operatori alla guida: due per pullman. Se li stanno coccolando: lustrano i finestrini e i vetri dei fari. Qualcuno ha tra le mani un’aspirapolvere; altri stanno rifornendo la cambusa o svuotando la latrina del wc. I pullman sono quasi tutti a due piani e di proprietà esclusiva di una società, la UsailBus. Ne partono e arrivano di continuo sotto la stretta sorveglianza della polizia turistica. Gli agenti hanno delle torce elettriche in mano per gestire il traffico. Ogni stallo ha un ricevitore elettronico che registra l’orario di arrivo e di partenza e i tempi di sosta che sono rigorosamente contingentati per gestire al meglio l’imponente flusso di turisti, oltra sei milioni di visitatori l’anno, che per 365 giorni l’anno invadono il Pellegrino Artusi Italian’s Food, la cui grande scritta, in diverse tonalità di verde e marrone, veste come un seducente abito la parte superiore dell’ampio ingresso.  Con un suono ovattato, due bus elettrici, con la carrozzeria rivestita dall’immagine di un tramonto nelle Dolomiti, il primo, e dei templi di Siracusa il secondo, uno appresso all’altro, transitano, di là della vetrata, davanti a Francesca e Rahmaan Jr. 

Quasi tutti passeggeri hanno tra le mani dei sacchetti e stanno ancora sgranocchiando qualche genuino cibo italiano. Uno, alza un momento gli occhi dal suo scartoccio e, chissà perché, saluta i due ragazzi masticando a bocca aperta. La hall è spaziosa come un campo da calcio, turisti che entrano ed escono. I due ragazzi imboccano il sottopassaggio che li condurrà alla stazione sotterranea della monorotaia.

Alla fermata, anche se non è l’ora di punta, una moltitudine di stranieri attende l’arrivo della navetta per il centro città. Francesca e Rahmaan Jr. , come spesso accade ormai negli ultimi tempi, si rendono subito conto che sarà difficile salire sul primo treno in arrivo; poco male, le corse sono ogni cinque minuti. Su tutta quella folla scarmigliata e rumorosa, stordita dal vino, ben pasciuta e carica di borse di tela e confezioni regalo con il marchio del Pellegrino Artusi Italian’s Food, vigilano coppie di agenti della Polizia Turistica.

I muri della stazione sono tappezzati di colorati manifesti: “I borghi del nostro suggestivo entroterra: immersi nel verde, gente accogliente e calorosa, cibo genuino, spiritualità e musei”; “Le nostre spiagge, il mare incontaminato, il sole per dieci mesi all’anno: una vacanza al caldo tutto l’anno! L’Adriatico”; “C’è neve e neve: sull’Appennino del Rinascimento-Le Eccellenze quella più vera”. Una voce suadente di donna, con un poetico messaggio in più lingue, sopra il tappeto sonoro di un’aria verdiana, invitava i turisti a visitare le città del distretto Emilia mentre su di un grandissimo schermo 3D vengono incontro allo spettatore monumenti, palazzi, chiese, piazze, come volteggiasse sopra i tetti rossi delle città, planando tra vicoli, viuzze e portici.

Non manca la pubblicità: “Satisfying your palate is our mission; caciotta fresca dei colli only from Italy” dice sorridendo una bella ragazza dallo sguardo seducente, intenta ad addentare una fetta di formaggio seduta in un prato, scalza, le lunghe gambe nude, in mezzo a una mandria di mucche pezzate il grande capo chino a brucare. Una folata fresca annuncia l’imminente arrivo della navetta a levitazione magnetica. Il massiccio binario ronza e due grandi occhi di gatto appaiono nel fondo buio della galleria. Lo speaker annuncia l’arrivo della corsa, in perfetto orario, diretta a piazza Maggiore e invita i passeggeri a rispettare la fila e a non superare la linea rossa di sicurezza augurando a tutti buon viaggio e un arrivederci al Pellegrino Artusi Italian’s Food. Le fiancate dei vagoni rossi del treno sono decorate cascate di mele dorate, rosso sangue e verdi picchiettate di marrone, giallo paglierino venate di arancio e una grande scritta orizzontale: “Mela mangio e mela godo, mele emiliane IGP”.

Le porte della navetta con un leggero sibilo si aprono. Accanto ad ognuna di loro si schiera un addetto della compagnia di trasporto in uniforme verde, uscito dal vagone. Con voce monotona recita una litania, in inglese, francese, cinese e in italiano: «Prima scendere poi salire; fate attenzione, prima scendere poi salire» e lo fa gesticolando con le mani facendole ondeggiare. Gli agenti della polizia turistica, parlottando tra loro, stanno osservando un inserviente dal camice azzurro immacolato, uscire dal bagno pubblico della stazione. Un robot a ruote spinge il carrello con i detergenti, strofinacci, e scope elettriche. Tocca a loro: Francesca e Rahmaan Jr., per ultimi, come da regolamento, tassativamente da rispettare per non incorrere in un taglio di una giornata di stipendio, aspettano che tutti i turisti siano saliti prima di varcare la soglia d’ingresso del vagone. Entrato, per ultimo, il controllore del traffico, le porte si richiudono e la navetta con un sussurro e una leggera vibrazione prende velocità. Il convoglio sale con dolcezza verso la superficie, sbucando all’aperto viaggiando su degli alti piloni, nascosti da edera e rose rampicanti, a dieci metri da terra. I turisti non perdono tempo. Vogliono immortalare tutto ciò che passa sotto i loro occhi; fotografano dando di gomito ad amici e familiari indicando qua e là, sotto di loro o un punto lontano dell’orizzonte: bestie e greggi al pascolo, il serpeggiare di un fiume, coltivazioni, vigneti; un campanile lontano che spunta sopra un lungo filare di pioppi, i grandi casoni che punteggiano la campagna percorsa da trattori e carretti trainati da cavalli. Al passaggio della navetta i contadini alzano lo sguardo e salutano.