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Dicerie e dubbi

Eccovi il secondo capitolo di Danzando con il demonio, il nuovo romanzo di Maria Angela Damilano. Il libro è in uscita il 15 marzo, ma è già disponibile in preordine sul sito!


Dicerie e dubbi.
Danzando con il demonio
Capitolo secondo.

Antonio era l’oste quella sera, addetto alla mescita delle bevande. Lo conoscevo da tempo e con lui facevo volentieri due chiacchiere ogni volta che passavo di lì. 

Tugnin, come lo chiamavano tutti per il suo fisico esile, era un tipo allegro a cui piacevano i suonatori come me. Era assai curioso e dai musicisti girovaghi cercava di avere notizie, di raccogliere storie che poi avrebbe raccontato nella sua osteria. 

Non mancava, però, di restituire il favore raccontando le novità del posto, su cui era sempre bene informato.

Doveva avermi osservato per bene mentre suonavo e nel contempo seguivo il ballo scatenato della rossa fanciulla, perché appena poté rivolgermi la parola mi abbordò strizzando l’occhio: – Ti piace l’Agnesa, eh?

Abbassai lo sguardo, bofonchiai qualcosa e Tugnin senza aspettare la risposta mi stuzzicò: – Ci ho preso, ti piace, ti piace proprio!

– E se anche fosse? – Risposi, dandogli una spallata. 

– E se anche fosse… magari te la faccio conoscere, ma prima devi sapere un po’ di cose su di lei. 

– E cosa sarebbero queste cose?

– Su di lei girano voci strane.

– Strane?

– Eh sì, quel modo di ballare lì mica è normale.

– Certo che come balla lei non ho mai visto nessuno.

– È lì il fatto, qualcuno dice che se l’è presa il demonio.

– Il demonio? Dici davvero?

– Oh, io dico quello che ho sentito, poi non so.

– Saranno tutte storie. Sai, la gente parla perché ha la lingua in bocca.

– Può essere, ma qualcuno dice che ha uno strano neo[1] sulla schiena, un neo nero nero e che quello è il segno del diavolo, il demonio è passato di lì quando se l’è presa.

Per un attimo l’immagine della schiena e di quel neo si impadronirono della mia mente, quella schiena dritta e capace di inarcarsi con movimenti in grado di turbare chi la guardasse come me con ammirazione.

Mi scrollai dagli effetti della mia immaginazione perché Tugnin mi guardava interrogativo.

– Non ci credi? Guarda che a me è simpatica e io non ci bado troppo a queste storie, ma senti anche questa: c’è chi dice che sia una stria e che con altre donne vada a striazzo[2] per incontrarsi ognuna col suo diavolo e che sia proprio lì che ha imparato a ballare in quel modo, che proprio lì siano iniziate le sue danze sataniche.

– Tugnin, queste storie raccontale nella stalla della tua osteria d’inverno, non raccontarle a me, io a queste belinate[3] non ci credo.

In effetti io sono uno che non crede a niente e che ha paura di poco. Dico paura di poco perché non è che io sia poi così fuori dal normale, ma in generale sono abbastanza coraggioso.

Se così non fosse non avrei potuto fare questo mestiere che mi porta in giro per monti e valli, alla ricerca di luoghi e momenti in cui esprimere la mia arte, la mia musica. 

Di avventure me ne sono capitate tante, più che delle belve che popolano i boschi, devo temere dei miei simili che spesso sono anche peggio di quelle creature selvatiche, i cui occhi, a volte, mi spiano dai cespugli.

Me la sono sempre cavata, fortuna mia e gambe in spalla, ma la prudenza non mi abbandona, storie di gente ammazzata e lasciata lì a marcire ne circolano tante, basta ricordarselo sempre, ogni volta che ci si mette in cammino. 

Soldi con me ne ho sempre pochi, anzi quasi niente, spesso mi pagano con cibo, bere e un posto per dormire nella paglia, magari una forma di pane, un pezzo di formaggio e una fiaschetta di vino per il viaggio, niente di più.

La mia ricchezza è il mio strumento e la musica che ho in testa, quella non me la può rubare nessuno.

Nei miei viaggi su per le mulattiere e nelle selve è la musica che mi tiene compagnia, non ho tempo per pensare a macabre storie di fantasmi, scheletri, demoni, streghe e folletti maligni. 

Mi butto giù a dormire in qualche casotto, in qualche rifugio naturale. A volte sono così stanco che crollo nel sonno accompagnato da qualche nuova aria che canticchio come una ninna nanna e che mi fa scivolare dolcemente nel mondo dei sogni come tra le braccia d’una madre.

Quella sera, però, mentre mi buttavo nella paglia dello stallotto a fianco dell’osteria, avevo uno strano stato d’animo. 

Da una parte sentivo il rimescolio del sangue che mi aveva provocato l’incontro con Agnesa, dall’altra mi riecheggiavano le frasi di Tugnin che me la dipingevano come una stria, una stria potente e posseduta dal demonio. 

Cercai di tranquillizzarmi con il mio solito trucco, canticchiando piano una canzone che di solito contribuiva a tranquillizzarmi.

Non fu facile, ma piano piano la stanchezza ebbe il sopravvento e caddi in un sonno popolato da gambe che saltellavano vorticosamente.


[1] Nei processi per stregoneria si era soliti cercare sul corpo dell’accusata il cosiddetto segno del diavolo, cioè un neo, una voglia, una macchia, una cicatrice che testimoniasse che il diavolo era passato di lì per impossessarsi della malcapitata. Inutile dire che il segno in questione si trovava sempre.

[2] Termine dialettale per indicare il sabba. Deriva dal termine stria, che a sua volta si origina dal termine latino strix che originalmente aveva a che fare con gli animali notturni e poi per estensione passò alle donne della notte che praticavano la magia. Ecco perché le civette e gli animali rapaci in genere vengono associati alle streghe.

[3] Essendo il personaggio un suonatore girovago frequentatore del territorio delle Quattro province e quindi anche della Liguria, ho pensato che potesse essere venuto a contatto con espressioni dialettali e popolari come questa.