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Vite addomesticate: Luciano

10 racconti, 10 storie di vite addomesticate dalla pandemia e connesse da fili a volte impercettibili ma dalla forza inaspettata.

Ecco la prima delle dieci “vite addomesticate” raccolte nel volume curato da Irene Renni, in uscita per la nostra collana di narrativa, con racconti di Eleonora Firinu, Francesco Manuele Purita, Andrea Solfanelli, Federica Micciché e David Gallarello.


Capitolo primo
Luciano

Non riesco a distogliere l’attenzione dal ticchettio, lui non si ferma, il suono è implacabile e nel silenzio si fa insopportabile. Quest’orologio mi ha accompagnato per tutta la vita ha sempre scandito impegni e scadenze. Sono stato perennemente in ritardo e ora, cosa scandisce? Conto i secondi nell’attesa che passi un minuto, un’ora, e questo intervallo infame. Lo so, sono un codardo, mi lamento ma non esco perché ho paura. Non posso fare altro. Ma questa sospensione mi fa sentire già morto.

Dicono che il vuoto possa creare le condizioni per guardarsi dentro, a me il vuoto fa venire la nausea e basta. In questa condizione viene meno la progettualità insita nell’uomo. Sono quando faccio, è questo che guida l’essere umano, altrimenti il mondo non sarebbe quello che è.

La mia psicoterapeuta ha passato una vita a dirmi di essere me stesso, di togliermi la maschera, di svelarmi all’altro. Solo stronzate. Dal giorno dopo, togliersi la mascherina è una mancanza di rispetto. Non voglio pensare a quanti soldi ho buttato. Chissà la mia psicoterapeuta cosa sta facendo adesso? Starà ascoltando se stessa o sempre gli altri? Ma sì, starà colmando i suoi vuoti con quelli degli altri. Tutto ciò è paradossale. Sicuramente starà bene.

Ho fame. Sono le tre di pomeriggio, spettinato, barba incolta e ancora in pigiama. Mia madre avrebbe da ridire.

Seduto al tavolo della mia cucina, davanti a me un uovo al tegamino. Perché non ho mai imparato a cucinare? Per giunta è insipido perché al supermercato il sale è introvabile. Quante capre andranno al supermercato? O tutte nel mio, non so.

Mi passa la fame. Preparo un caffè, mi sento ancora intorpidito, sto dormendo male. Caffè amaro, come non piace a me. Anche lo zucchero è introvabile. Tutti i pasticceri acquistano lo zucchero nel mio supermercato, anche questo è paradossale, o tutti hanno imparato a cucinare. Tranne me.

Sono inquieto, infastidito. Ma queste non sono sensazioni nuove. Non posso attribuirle alla reclusione. In fondo mi hanno sempre accompagnato. Sono sensazioni conosciute, la mia famiglia potrei dire. E come tutte le famiglie, insopportabilmente imprescindibili da sé.

Mi affaccio alla finestra, è una bella giornata di sole. Il sole e la primavera si beffano dell’essere umano, che, recluso o no, non ha mai avuto occhi per osservarli, per amarli. Come genitori ingrati, che trasformano i colori in cemento. L’unica specie che distrugge e si autodistrugge. Forse dovremmo solo estinguerci.

Smettila di autocommiserarti, dovresti uscire! Sto parlando con me stesso, non è un buon segno.

Taci! Spaccherei questa parete per respirare più aria. Ho lavorato tutta una vita per comprarmi una casa senza un balcone, ma perché? Ero in cerca di un nido? Di un guscio protetto? Di mia madre?

Faresti bene ad uscire, stai farneticando! Sono le quattro e tredici. Va bene, esco. Mi rendo presentabile per i pochi fantasmi che incontrerò, ed esco.

Ubriaco di desolazione esco dal portone, mi sto disabituando alla prospettiva, non capisco niente. L’aria è più viziata di quella di casa mia. Lo spirto vitale sa di aglio e morte. La mascherina me lo ricorda e mi opprime.

Torno a casa. Apro il portone del palazzo. Apro la porta di casa. La richiudo dietro di me. Attraverso il corridoio e apro la porta del bagno. Abito in un appartamento di muri e porte. Ieri le ho contate, sono otto. Nessun balcone e otto porte. Più del necessario.

Esco dal bagno, richiudendo la porta dietro di me. Chissà perché. Mi siedo sulla poltrona e mi ritrovo costretto a guardare ancora il mio orologio. Non ho mai prestato così tanta attenzione a nessuno. Ne riconosco ogni dettaglio e se dovesse fermarsi ne soffrirei. La spalliera della poltrona che generosamente ospita il mio culo è appoggiata alla parete.

Il mio vicino, senza volto e senza nome, deve aver deciso di appendere un quadro alla parete. Condividiamo una parete da dieci anni, dieci centimetri di spessore sono i miei e gli altri dieci i suoi, ma non so neanche che voce abbia.

Non ci posso credere, ha fatto un buco nel muro.

Di lui non so niente, solo che adesso ha bucato anche i miei dieci centimetri.

Gli unici contatti fra di noi avvengono in genere la sera. Mentre io sono intento a leggere un libro sulla mia poltrona, lui è evidentemente seduto sul divano. È allora che sento filtrare un brusio dal suo salotto. Per pochi attimi le nostre diverse solitudini finiscono per sfiorarsi. Ma ora è pomeriggio e, del tutto inaspettatamente, sono costretto a interagire con lui.

La debita distanza imposta dalle pareti sfuma proprio adesso. Sento imprecare oltre il muro.

«Mi scusi davvero, sono desolata. Penso di non aver mai cercato di appendere un quadro al chiodo e si vede. In queste giornate di reclusione vengono strane idee. Provvederò a ripararlo quanto prima, credo dovrei comprare dello stucco… sa se al supermercato si trova? È che esco poco, sono sola con mio figlio e cerco di non portarlo al supermercato con me».

Anche un bambino in cattività, non ci avevo pensato ai bambini. Ancor più degli adulti, sembrano essersi smarriti tutti.

«Non si preoccupi, ognuno riempirà i propri vuoti, lei stucchi la sua parte, io stuccherò la mia». Silenzio dall’altra parte.

Cinque passi e sono in cucina, chiamo Giovanni, oltre alle reciproche lagnanze gli racconto della breccia in salotto. Mi accendo una sigaretta, mi verso del vino, ci facciamo due risate e per un attimo non penso al tempo, al mio orologio, alle porte e al balcone che non ho mai acquistato. Colmo per un po’ questo ancestrale silenzio.

Tutto è rimasto fermo, eppure io scivolo via, ancor più oggi che è il giorno del mio compleanno. Ripenso alla telefonata che puntualmente ricevevo dai miei genitori. Non più di 60 secondi di connessione che trasudava amore nella formalità e nell’impaccio emotivo.

Ho amato molto i miei genitori, soprattutto mio padre. Baffi castani molto curati, labbra carnose, naso greco, occhi scuri tanto da dover cercare le pupille. Viso lungo e sguardo pensoso e intelligente. Era altissimo mio padre, elegante, e parlava con una foga irresistibile. Quando sorrideva lo faceva con tutti i muscoli del volto.

Negli ultimi suoi giorni ha vissuto raggomitolato nella poltrona, pareva non vivesse se non nel viso fattosi pallidissimo, quasi bianco; anche le labbra gli si erano scolorite per la paura, ma gli occhi, apparentemente assenti, mandavano una fiamma straordinaria.

Era poco presente ma mi amava. Quanto l’ho osservato mio padre, volevo essere come lui, muovermi come lui, esprimermi come lui. Lo spiavo per rubarne gesti e movimenti. E ci sono riuscito. Oggi, anche se non vado molto fiero di ciò che vedo, quando mi guardo allo specchio, lo vedo.

La sua morte è un dolore arruffato annidato dentro di me.

Quando stava male lo percepivo assente, chissà dov’era. Forse in realtà era più presente a sé stesso, come un mistico che si prepara al distacco. Confesso che ho desiderato che morisse. È importante prestare attenzione a ciò che si desidera. Anche questa reclusione, mi ricorda quante volte ho desiderato riappropriarmi del mio tempo, rallentare, respirare e ora, sono più in apnea di prima.

Si parla tanto di sospensione ultimamente. Sono in tanti a sentirsi come sospesi, appesi ciondolanti. In attesa. In attesa di un cambiamento, in attesa di tornare alla vita di prima, in attesa di nuove disposizioni, in attesa di notizie, di altre decisioni, dall’alto, dell’altro. Neanche adesso ci prendiamo la responsabilità del nostro presente, penso. Traduco il pensiero, visto che è il mio, in prima persona per la mia psicoterapeuta: neanche adesso mi prendo la responsabilità del mio presente.

Cazzo, detto così ha un sapore diverso. È più vero. Ma non sono pronto a sciogliere il grumo. Credo mi serva a ricordare di essere un impasto mal amalgamato. Alla fine mi piace autocommiserarmi un po’. Esercito la libertà di autocommiserazione stasera. Sono la vittima di mia madre, sono la vittima di mio padre, sono la vittima del mio capo, del mondo intero e del sistema tutto. Ooohh si, ora si che mi sento meglio.

Seduto sulla poltrona, sono in attesa del discorso di Conte, dell’altro, dall’alto.

Pare che riapriranno le librerie. Sono contento, mi è sempre piaciuto molto leggere, immergermi completamente, quando sono fortunato, nel mondo di qualcun’altro che prende forma nella mia immaginazione.

Una grande opportunità dall’alto quindi, l’opportunità di trasformarci, oltre che in irrefrenabili podisti, prima in ambiziosi cucinieri e poi in avidi e accaniti lettori! Spengo la TV, sospiro, stasera c’è una grande luna piena, una grande pupilla cieca nel cielo nero e sordo. Siamo soli, io e la luna. In ritiro spirituale con il peggior nemico che ci sia dato incontrare, noi stessi. Chissà la luna come se la cava.

Ripenso a mio padre, al fatto che ho sempre cercato di soverchiare il dolore con il rumore e al desiderio che non morisse così da non tradire la mia immagine di papà. L’uomo raggomitolato non era mio padre, ma era mio padre. Che si faceva uomo davanti a me e che mi costringeva a diventare uomo a mia volta.

Ho dovuto tradire l’idea grandiosa di quell’uomo altissimo. Ho dovuto rinunciare all’idea di integrità che avevo prima di allora. Non ho accolto il dolore ma la rabbia sì e mi sono ribellato a quell’idea di uomo a cui avevo tanto teso. Anche per questo non mi sono mai legato davvero ad una donna e non ho avuto figli. Se così deve essere, che almeno nessuno lo veda.

Oggi credo che l’abbia avuta vinta la paura di non esserne all’altezza, la vergogna per non essere abbastanza. Credo di non aver avuto il coraggio. Non sono mai stato coraggioso, intraprendente sì, ma non coraggioso. Mi ricordo quando da bambino andavamo in vacanza nella casa di campagna della zia Tonia. Tutti mi esortavano ad approfittare dell’aria buona e mi spingevano a esplorare il boschetto con il ruscello di fronte casa. Ma dietro quelle siepi io immaginavo solo mostri e bruti e draghi sporchi di fango con fauci enormi e non vedevo l’ora di ritornare in città.

Nonostante tutto stasera brindo a me con la luna.

Squilla il telefono. «Pronto»

«Buon Compleanno zio, hai visto che luna ti ho regalato?»

Accenno un sorriso. «Si, non potevi pensare ad un regalo migliore. Stavo giusto brindando con lei. Grazie per il pensiero, mi piace sentire la tua voce. Come stai?»

«Diciamo bene, mi annoio un po’ con loro sempre in casa, ma mi distraggo con le lezioni online di scuola. Papà è entusiasta del tempo condiviso e mamma è divorata dall’ansia, ma va bene, a patto che non si prolunghi troppo questa situazione. Tu come stai? Beato te che stai da solo!»

«Beata solitudo, sola beatitudo dicevano… sarà… buonanotte tesoro mio. Grazie per la telefonata e per la luna. Fatti sentire presto».

Amo molto Elisabetta, mia nipote.

Non ho mai voluto addossarmi le responsabilità genitoriali e soprattutto non avrei mai voluto educare nessuno. Educare è un po’ ammaestrare e solo il termine mi fa rabbrividire. In fin dei conti, siamo ciò che ci hanno detto di essere e i nostri genitori sono ciò che, a loro volta, qualcun’altro gli ha detto di essere… e così all’infinito si perpetua una lunga catena d’obbedienza beffarda e artefatta.

In compenso, ho voluto essere uno zio straordinario. Ci sono sempre stato. L’ho accolta con rispetto e affetto, coccolata e viziata. Con lei ho sempre parlato di tutto senza preoccuparmi dei messaggi subliminali che avrebbe dovuto, forse, secondo le regole non scritte della casa, assimilare inconsciamente.

Ora che è adolescente è tutta un continuo guizzare e inabissarsi d’ombre, di luci e di colori, d’oscurità crepuscolari e di bagliori autentici, di minacce di tempesta e sfumature tenui e femminili. Tutto quel movimento ha un non so che di misterioso e affascinante.

Quanto è bella Elisabetta. Ha un’intelligenza acuta e grandi occhi neri che guardano in faccia il mondo con insistenza interrogatrice. Mi ha sempre un po’ intimidito avere quegli occhi vispi su di me, ma mi facevano sentire importante. Facevo le smorfie più strane per attirare la sua attenzione e farla ridere. Quanto rideva quando era ancora sdentata. Nessun’altra donna mi ha mai trovato così tanto divertente.

La sua voce mi ha fatto bene, accenno un sorriso malinconico pensando che mi piacerebbe tanto rivederla presto. Mi lascio distrarre dal ticchettio dell’orologio e mia sorella si è già infiltrata nei miei pensieri.

Io e Agata abbiamo in comune gli stessi genitori, il naso e null’altro. Non abbiamo mai condiviso niente, se non i pasti in casa fino a quando si è sposata giovanissima con l’uomo più fetente e meschino che abbia mai conosciuto.

Lui abitava a un tiro di schioppo da casa nostra, veniva da noi il sabato mattina perché mia madre gli faceva le ripetizioni di latino. Mia madre aveva una buona parlantina ed era una donna empatica che avrebbe fatto parlare anche i sassi. Lui, che era già allora un bifolco, apprezzò l’attenzione che lei gli riservava. Lui parlava, la lusingava e lei si gongolava. Quella specie di pupazzo dal volto roseo e dal sorriso meccanico, per traslazione avrà pensato che la figlia fosse uguale alla madre e cominciò a corteggiare mia sorella. E mia sorella, che è sempre stata una donna goffa e insicura, fu riconoscente per quelle attenzioni e si lasciò infinocchiare.

Dopo una breve frequentazione decisero di sposarsi in pompa magna. Si sono amati per quattro mesi, hanno litigato per anni e si tollerano ormai da quaranta anni. L’unico momento che hanno forse realmente condiviso è stata la nascita di Elisabetta. Non mi capacito all’idea che anche lui abbia contribuito a generare quella creatura nobile. Mi piace immaginare che mia sorella in un colpo di testa abbia scelto un più valido compagno per mandare avanti la stirpe.

Suona il citofono. «Sì?!»

«Ha ordinato una torta?»

«Sì grazie, quarto piano».

«Non posso salire, scenda lei»

«La lasci pure davanti all’ascensore allora, grazie».

Prendo le chiavi, penso che un po’ di moto mi farebbe bene e decido di scendere le scale a piedi.

Prendo il pacchetto finemente confezionato e chiamo l’ascensore. Il palazzo svociato ascolta per la prima volta l’accennato canto dell’ascensore che arriva fiero al piano.

Riapro la porta, mi dirigo in salotto. Apro con accortezza il pacchetto. Una superba sacher torte, il mio dolce preferito. In barba alla buona educazione, afferro il cucchiaio e affondo nel centro. Cioccolato e confettura di albicocche, poetica accoppiata, questo sì che è un buon matrimonio penso.

A proposito di matrimonio, chissà se anche mio cognato approfitterà della riapertura delle librerie. Mi piace pensare che la gente come lui, costretta presso le proprie abitazioni, oltre che nelle proprie vedute, pur di uscire, inizierà a riversarsi in libreria e, dovendo giustificare la presenza in loco, acquisterà i primi libri. Dapprima osserverà gli oggetti alieni interrogandosi sulla loro possibile destinazione, ma, in percentuale, qualcuno comincerà a leggerli. Col tempo, la nuova abitudine alla lettura darà vita a un nuovo modo di pensare e le nozioni ricevute dai libri alleneranno le capacità di interrogarsi, di riflettere, correlare concetti nel tempo, fare memoria del passato, creare connessioni causa/effetto, interpretare la realtà e forse anticiparla. Sarebbe bellissimo quanto incredibile.

Quando inizierà la fase 2, al bar, con distanziamento di un metro e mascherina, la gente come mio cognato discuterà della Critica della ragion pura di Kant e della Fenomenologia dello spirito di Hegel, creando così percorsi dialettici per la rinascita di una nuova società.

***

Erano giorni che Tommaso, il figlio segregato dell’ignota vicina, un po’ per noia e un po’ per curiosità, si arrampicava sul divano, approfittando della fessura nel muro, e giocava a fare il detective osservando di nascosto l’anziano signore. Ne conosceva ormai le abitudini e ne prevedeva i gesti. Ma quella mattina notò qualcosa di anomalo.

«Mamma, il signore oggi dorme più di Cleo». Cleo era la loro gatta.

«Il signore chi?»

«Il nostro vicino, il signore nel buco».

«Sarà stanco amore, lascialo riposare e smettila di spiarlo, è pronto il pranzo».

Mangiò con la mamma nel tinello e l’interesse per il vicino addormentato scivolò via come, per lo meno in apparenza, scivola tutto velocemente a quell’età. Dopo mangiato ritornò a curiosare e il vicino che era ancora lì, seduto sulla sua poltrona, addormentato, con un sorrisetto sornione e sporco di cioccolata.

«Mammaaaaa, il signore dorme ancora!»

«Tommaso, ora basta! Oggi pomeriggio andremo a comprare lo stucco!»

Ma dentro di sé la mamma cominciò ad allarmarsi.

Trovarono un po’ di vecchio stucco nello sgabuzzino e tapparono il buco interrompendo così la connessione.

La mamma aspettò che il figlio si addormentasse e, lasciando socchiusa la porta del suo appartamento provò a bussare alla porta del vicino. Provò e provò e riprovò ancora. Il suono del campanello fece orchestra con i violenti e corti battiti del suo cuore che sembrava essere stanco di sentirsi costretto in quella gabbia toracica.

Non seppe mai né la causa né il giorno preciso della morte del vicino che morì, come tutti, tante volte. Morì quando venne alla luce dal grembo materno, morì quando la parola vinse sul tatto, morì quando assaggiò il primo gelato, morì quando si toccò con piacere per la prima volta e morì quando fece l’amore per la prima volta, morì per un amore non corrisposto, per una passione mai esplorata, morì quando suo padre morì e morì quando il suo cuore smise di battere.