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Quando hai perso tutto e non hai nemmeno dove dormire la notte, le stazioni delle città sono un buon modo per ripararti dal freddo e dalla pioggia, aspettando che un altro sole sorga sulla tua vita di espedienti e difficoltà.

Anche per me è così. Sono orafo specializzato in microfusione per una delle maggiori ditte di Valenza. Anzi, ero. Ho perso il lavoro due anni fa. Con l’arrivo della crisi nel 2009 l’intero settore orafo del basso Piemonte aveva iniziato ad andare in affanno, fino a che anche la mia impresa, dove ero assunto da una vita, aveva dichiarato fallimento. La sera in cui mi avevano comunicato la chiusura dell’azienda, durante il tragitto in macchina da Valenza a casa, appena fuori Alessandria, mi sentivo come se mi avessero calciato alla bocca dello stomaco. Avevano lasciato me e altri 22 dipendenti disoccupati. Tutti a casa, senza prospettive.

Come spesso accade in questi tempi malati, non sono più riuscito a rientrare nel mondo del lavoro: troppo vecchio, non adatto alla mansione, con poca esperienza nel settore, semplicemente non abbastanza piacente… quante volte mi sono sentito ripetere queste cose. È il mondo che gira così, lo so, non mi sto lamentando: un giorno sei dentro alla società, il giorno dopo quella ti sputa fuori come fossi un oggetto vecchio e te ne devi fare una ragione.

Dopo lo sfratto, avevo imparato ad arrangiarmi. Nelle città di provincia come la mia, essere un barbone è più difficile che nelle grandi metropoli. Sarà che a Milano o Torino la gente non ti vede neppure, invece qua ti guardano per bene e riesci a percepire il disprezzo, la paura, la derisione. Quante volte ho pensato che io stesso mi comportavo così, prima di piombare in questa situazione. Arrangiarsi significa vivere senza soldi; vivere senza soldi significa adattarsi a condizioni che spesso (quasi sempre, in realtà) non avresti mai nemmeno immaginato durante la tua vita borghese.

Ed eccomi qui, anche questa notte, mentre cerco di non congelarmi, dormendo sui cartoni e coprendomi con pulciose coperte recuperate non ricordo dove, in un cantuccio un po’ appartato della stazione di Alessandria. Fa un freddo incredibile, siamo a febbraio e questo centro in pianura ha uno dei climi peggiori che io conosca.

Cerco di mantenere la mente concentrata su cosa farò domani per recuperare qualcosa da mangiare: il vecchio Carlo potrebbe avere da raccogliere le foglie e tagliare l’erba, è un po’ che non ci passo, sicuramente qualcosina da fare me lo rimedierà. Sento il freddo pungere le mie ossa stanche; penetra sotto gli strati di coperte e vestiti sporchi e mi aggredisce, nonostante mi sia fatto il più compatto possibile per disperdere meno calore.

La stazione è deserta, eccezion fatta per altri come me che qui hanno cercato riparo. So che fino a domattina presto treni non ne passeranno più. Il primo treno è quello delle 4:12 per Torino; alle volte lo prendo per stare più riparato, ma dipende se mi sveglio, altrimenti rimango lì fino a che il viavai dei pendolari mattutini non mi riporta alla realtà. A mente, provo a indovinare l’ora: saranno all’incirca le due del mattino. Un silenzio sospeso e quasi disturbante aleggia su di me e gli altri fagotti che scorgo coricati per terra.

A un tratto, dall’altoparlante riecheggia forte una voce di servizio: – Il treno 22435 di Trenitalia è in arrivo al binario 1. Allontanarsi dalla linea gialla.

Che strano. A quest’ora treni non ce ne sono mai. Dove sarà diretto? Non mi pare che l’annuncio ne abbia parlato.

Valuto il da farsi. Il freddo di questa notte di febbraio è insopportabile. Sono scosso da tremori ormai incontrollabili e sento le dita dei piedi indurirsi a una rapidità allarmante. In breve decido: dentro al treno starò sicuramente meglio; ci sarà il riscaldamento acceso e, ovunque mi porterà, sarà al massimo Torino. Di notte so che i capitreno non fanno controlleria molto spesso e ci sono buone probabilità che io riesca a recuperare qualche ora di sollievo da quest’inferno di ghiaccio senza essere sbattuto giù dalla carrozza.

In un istante sono in piedi. Mi pare di sentire le ossa scricchiolare malamente ad ogni movimento. Sono pieno di dolori: questo secondo inverno passato all’addiaccio si sta rivelando davvero difficile. Raccolgo le mie poche cose e mi dirigo, intirizzito e tremebondo, al binario 1.

Nessuno sta aspettando questo treno. La banchina è deserta. Anche sugli altri binari non vi è anima viva, tutto è silenzioso e statico e si sente solo un ronzio elettrico provenire da qualche parte.

– Il treno 22435 di Trenitalia è in arrivo al binario 1. Allontanarsi dalla linea gialla.

Osservo una nuvoletta di vapore acqueo salire davanti ai miei occhi e distrattamente rifletto su quanto tempo impieghi il corpo umano ad assiderare. Di certo non moltissimo, a queste temperature polari; muovo le dita dei piedi nel tentativo di riscaldarle un poco.

Finalmente, in lontananza, vedo apparire i fari della locomotiva che, come portatori di salvezza, mi appaiono rincuoranti. Tiro un sospiro di sollievo e pregusto già il calore che di lì a poco mi si irradierà nelle membra.

Lo stridore dei freni e infine il sibilare delle porte: sono dentro. Il treno è deserto e cambio qualche carrozza, dirigendomi verso il fondo, ma non incrocio nessun passeggero. Per un istante vengo percorso da un senso di straniamento, però guardo fuori dal finestrino, ripenso al duro pavimento della stazione, al gelo maledetto e mi dico con tranquillità che quel tepore basta come argomento per convincermi a non tornare a terra. Infine trovo un sedile che mi ispira e mi siedo, avvolgendomi nelle logore coperte.

Il treno riparte lentamente. Per un po’ osservo le luci della città scorrere fuori dal finestrino, ma quando raggiungiamo la campagna il caldo confortante e il dondolio mi cullano dolcemente, fino a che mi addormento.

Vengo destato da qualcuno che mi scuote gentilmente. La prima cosa di cui mi accorgo è che sono ancora in viaggio. Getto una rapida occhiata al finestrino, ma il buio di fuori unito al riflesso delle luci interne sul vetro mi impedisce di capire dove sia arrivato il treno. Osservo chi mi ha svegliato.

Davanti a me sta un signore con la divisa da capotreno, dall’età non facilmente intuibile. Il suo sorriso è affabile, ma il viso ha qualcosa di beffardo che mi disturba un poco: un’espressione comprensiva e al tempo stesso ferma. Da seduto come sono, torreggia sopra di me: è un individuo alto e molto magro, tanto da farmi subito pensare a uno spaventapasseri.

– Buonasera, mi scusi se l’ho disturbata… – mi dice, continuando a sorridermi. Ha gli occhi penetranti di uno strano grigiastro e la sua voce è profonda e cavernosa, quasi provenisse da lontano… o dalle viscere della terra.

– Mi fa vedere il biglietto?

Io sono ancora intontito dal sonno e blatero qualcosa di probabilmente incomprensibile, poiché per un istante sul suo viso si dipinge un’espressione di dubbio; ma è solo un’ombra, perché subito dopo torna il sorriso caloroso e gli occhi smettono di essere ombreggiati dalle folte sopracciglia cespugliose.

– Ah, ho capito, ho capito. Non ha il biglietto. Nessun problema. – Con movimenti precisi, ma che sembrano al tempo stesso al rallentatore, estrae un blocchetto e una penna da una tasca della divisa.

– Le faccio io il biglietto, così può viaggiare tranquillo e tornare a dormire. Ovviamente, immagino non abbia da pagare, ma non c’è problema, per questa volta pago io per lei: ma che sia l’ultima, intesi?

Qualcosa, nel modo di pronunciare la parola “ultima” mi fa rabbrividire. Lui continua a compilare un biglietto e me lo porge, dopo averlo strappato dal blocchetto.

– Ecco fatto, le auguro buon viaggio! – E fa per andarsene.

Lo ringrazio, leggermente stupito da tanta comprensione e gentilezza; lo trattengo ancora un istante.

– Mi scusi – chiedo con voce arrochita dal poco parlare degli ultimi due anni – dove è diretto questo treno?

L’uomo mi osserva con un’espressione indecifrabile e per un attimo sembra assorto, distante. Poi, di nuovo quel sorriso, che sta diventando proprio fastidioso.

– C’è ancora un bel po’ di viaggio e poi questo treno giungerà al capolinea. Saprà di essere arrivato quando non lo sentirà più in movimento.

– Sì, ma io le ho chiesto dove…

Non faccio in tempo a terminare la frase che ormai il mio interlocutore si è voltato e se ne è andato. Per un istante rimango interdetto; però la consapevolezza di quanto mi sia andata bene a trovare un ferroviere così gentile e disponibile mi tranquillizza e mi fa tornare il buonumore.

Riscaldato, finalmente, e con nessuna traccia del freddo di poco tempo prima, mi rilasso nuovamente e socchiudo gli occhi. Mi è andata proprio bene. Un’intera notte in stazione, con questa temperatura glaciale, avrebbe potuto costarmi cara: quanti barboni muoiono nelle lunghe sere invernali? Scivolano via nel sonno, semplicemente, coperti poco a poco da un torpore freddo che ha quasi l’aria di una liberazione, senza che nessuno se ne accorga.

Mi è andata proprio bene. Il treno dondola e scivola nell’oscurità e sento che la sonnolenza sta per cogliermi nuovamente. Mentre sto per chiudere gli occhi e riaddormentarmi, un pensiero mi coglie, quasi una speranza forse. Mi è andata proprio bene… speriamo che questa sia l’ultima notte in cui patire un freddo tale.

 

***

 

 “La notte più fredda degli ultimi 50 anni”

Ad Alessandria registrati 21 gradi sotto lo zero, un senzatetto trovato morto in stazione

 

Una nottata glaciale ha ricoperto tutto il basso Piemonte lo scorso 23 gennaio. Da Tortona a Casale, passando per Acqui Terme, Ovada e Valenza, un mantello di gelo è calato sui tetti e sulle strade di tutta la provincia; ma è proprio nel capoluogo, Alessandria, che si sono registrate le temperature più basse. Il picco è stato raggiunto verso le 03:00, quando il termometro ha toccato i 21 gradi sotto zero. Danni alla pavimentazione dei marciapiedi, alle condutture idriche, alle linee aeree di energia elettrica e telefono sono stati causati dal ghiaccio creatosi ovunque e dall’atmosfera glaciale.

All’interno della stazione di Alessandria, rifugio di molti senzatetto durante queste dure serate invernali, è stato ritrovato il corpo senza vita di un ex orafo ormai disoccupato, G.P., morto congelato mentre dormiva sul pavimento della sala d’attesa. Sono in corso accertamenti da parte delle autorità per ricostruire una vicenda che però appare fin da subito come l’ennesimo caso di morte da assideramento di un senzatetto a cui la cronaca di questo rigido inverno ci ha tristemente abituati.

Un particolare ha però colpito gli agenti Polfer che hanno rinvenuto il cadavere: l’uomo stringeva tra le mani, ormai irrigidite, un biglietto ferroviario obliterato, senza data e con destinazione ignota.

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