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Guardava il suo riflesso allo specchio

Ecco il secondo capitolo di Fermo istante, il romanzo di Emma Formigli, in uscita a gennaio per la collana Narrativa.


Fermo istante. capitolo II

Ormai sedeva in treno da poco più di due ore, stava guardando le foto delle vacanze estive sulla galleria del telefono e dall’altoparlante le giunse una voce che le annunciava d’essere arrivata all’aeroporto. La solita tiritera era ricominciata, ma questa volta la destinazione era diversa. Anche se in fondo la direzione è sempre diversa, perché è il viaggiatore a essere diverso; quindi un viaggio, anche se ripetuto cento volte, non risulterà mai uguale a un altro.

Guardava il suo riflesso nello specchio del bagno: Alba puoi farcela, tira fuori la tua cazzo di grinta e fai il botto! Cercava d’imporsi.

Atterrata a un altro aeroporto, in un altro Paese, dove le stelle e il cielo erano gli stessi, iniziò a chiedere indicazioni in giro. Era perplessa, sentiva una lingua attorno a sé che non capiva. Si trovava all’interno di una bolla fluttuante. Avrebbe voluto appoggiare i piedi per terra, toccare il suolo con i palmi delle mani ma non poteva farlo, stava galleggiando su e giù. Non era capace di controllare la situazione. Era preoccupata per la lingua: aveva preso qualche lezione di spagnolo poco prima di partire, ma non erano sufficienti affinché fosse capace di instaurare un dialogo con un’altra persona. Cercava di farsi capire usando parole italiane laddove non conosceva quelle spagnole. La gente sembrava gentile, le sorrideva, si faceva ripetere il tutto un paio di volte e poi cercava di spiegarle molto lentamente e usando parole semplici cosa avrebbe dovuto fare.

Era riuscita così a capire come arrivare in centro, da là avrebbe preso la metro. Le sarebbe piaciuto poter prendere un taxi, ma era per lei importante afferrare le dinamiche di una città fin da subito, per poi riuscire a sentirsi, il prima possibile, a proprio agio e non come un pesce fuor d’acqua stramazzante al suolo.

Appena arrivata a Plaza Catalunya, mandò all’aria il buon proposito. Del resto, il taxi se l’era trovato proprio in fronte a sé, come sarebbe potuta andare contro le voci dell’universo? No, proprio non si poteva fare. Senza pensarci ancora un secondo, si trovò già spiaccicata tra quei sedili che puzzavano di marijuana, non molto puliti ma decisamente comodi. Inutile fingere, più alla folla che a sé stessa, di volersi affidare al caso: semplicemente non aveva voglia di fare la trafila della metro. Voleva solo raggiungere quello che sarebbe diventato il suo appartamento e fare finalmente una lunga doccia calda, considerando che tra l’aereo e il treno e i tempi morti aveva passato l’intera giornata in mezzi di trasporto.

Durante quei viaggi aveva imparato a nascondersi i suoi veri pensieri e le sue paure; preferiva lasciarle in un angolo, far finta che non esistessero. S’infilava le cuffiette e si perdeva, vedeva una veranda ricoperta dal glicine, con vista su un mare cristallino e sabbie bianche. Stava là, a cantare e ballare con addosso parei colorati: il sole che sorrideva, la pelle che sentiva il calore solare, la tiepida vicinanza di quella palla incandescente nel cielo, come una mano che dolcemente, su e giù, accarezzava la schiena. Non era piacevole? Così sensuale, speciale. Una leggera brezza marina che arruffava i capelli, sussurrava all’orecchio: andrà tutto bene, guarda come sono gradevole, abbi fede…,rasserenante, cantilenante, catartico e anarchico. Annichiliva e portava alla serenità interiore. Che bello, la veranda è in fiore, viola come non mai, il mare ci sorride, vero tesoro? Pace mentale, cuore spensierato, spirito libero, un dondolo che cullava dolcemente e trasportava verso il mondo dei sogni. Più felici di così, in pace con il proprio io e col mondo, si potrà mai essere?Vivo nella mia mente e nel momento.

Se un giorno avesse deciso di sparire, sapeva che l’avrebbero trovata a danzare in cima a uno scoglio. Poi si sarebbe svegliata, e in agguato avrebbe trovato l’inevitabile irruzione d’incertezza e senso di solitudine pronti a travolgerla.

San Cugat era più distante da Barcellona di quanto si fosse immaginata. Sua madre, che come sempre si era occupata di tutto, le aveva detto che l’università si trovava là, ma che in quindici minuti di metro sarebbe riuscita ad arrivare in centro; con grande probabilità quel quarto d’ora sarebbe in realtà risultato il doppio. Non aveva saputo con certezza che sarebbe andata a studiare a Barcellona fino a un mese prima. Non aveva le idee chiare sul che cosa studiare all’università, pensava di iscriversi a medicina, era già stata presa in un collegio inglese ma l’idea di rimanere inchiodata a un banco d’università per i prossimi sei anni, come minimo, la torturava. Se si fosse iscritta a quella facoltà, avrebbe fatto un torto a sé stessa e a quella che più che una professione è una missione. In più non aveva voglia di tornare a vivere in Inghilterra, aveva scoperto di essere meteoropatica, quindi il clima inglese non la faceva stare molto bene.

Un giorno la madre era entrata in camera sua e le aveva detto che doveva assolutamente pensare a un piano B, Biomedicina poteva essere una buona via di mezzo; le aveva già fissato un’intervista all’università per valutare il suo accesso. Il colloquio sarebbe stato in spagnolo, lingua di cui all’epoca non sapeva niente; con l’aiuto di un amico messicano si preparò un discorso da fare, era consapevole di come si svolgessero queste cose, la boarding school che aveva frequentato l’aveva preparata per bene. Bisognava puntare tutto sull’inclusione, il carisma, il mostrarsi vogliosi di fare, un cittadino globale per un mondo in espansione. Non aveva problemi con nessuna di queste cose: sapeva vendersi, non si mostrava come una finta intellettuale, andava in fondo alle cose, toccava i punti salienti e non li schivava. In più sapeva capire le esigenze della gente, per farlo si doveva semplicemente entrare in uno stato mentale comune. Probabilmente con queste qualità sarebbe potuta diventare una grande attrice, volendolo.

Alla fine del colloquio, la professoressa le disse punto stante che l’università si sarebbe sentita onorata se lei avesse preso in considerazione di immatricolarsi là. Il semplice pensiero che si fosse dovuta affidare a un piano B le incuteva tristezza. Aveva sempre creduto che immischiarsi in un piano che costituisse un giubbotto di salvataggio togliesse energie da sfruttare invece per la riuscita del piano A, unico piano realmente valido. Così facendo, le possibilità che la vera idea, il piano A, potesse tramutarsi in realtà, si affievolivano. Ma lei in questo caso non aveva il piano A, non aveva nessuna idea, forse non voleva nemmeno averne una, e questo pensiero l’angosciava. Chi non desidera prendere in mano il proprio fato?

Sbuffando, guardò l’edificio che nel giro di pochi minuti sarebbe diventato il suo alloggio. Fece poca attenzione all’appartamento e si fiondò subito verso la doccia rinchiusa tra le umide pareti di un piccolo bagno. Poi si mise a dormire, per svegliarsi solo il giorno seguente.

I sentimenti e le emozioni sono un’arma a doppio taglio in grado di dare una carica di energia pura ma anche di stancare, opprimere, buttar giù.

Merda! Era il primo giorno, ed era già in ritardo. Si fiondò giù in strada, senza sapere dove dirigersi, ma non era preoccupata, non le importava granché di ciò che avrebbe fatto. Quelle strade, quei piccoli vicoli fatti di pietrini rossi non le sussurravano nulla, erano ancora prive di un qualsiasi significato. Un po’ come quando una persona invecchia e con l’età ciascun oggetto, ciascuna dinamica, assume un certo valore dettato dall’esperienza; quelle strade, invece, dovevano ancora assumerlo.

Vedeva le cose, sì, le guardava, le toccava, le sentiva dentro, ma avrebbe preferito non farlo. Era scocciata e si chiedeva cosa diamine stesse facendo. Là fuori c’era il sole, doveva uscire, beccarsela un po’ di vitamina D, respirare, amare. Amare prima sé stessa e poi innamorarsi di chi o quello che più avrebbe gradito.

Ma in quel momento si sentiva una marionetta: non era lì per sé stessa, era lì per puro caso, perché sua madre l’aveva esortata, perché le seccava dir di no, perché la retta era già stata pagata senza che lei venisse consultata. Si sentiva arrabbiata con sé stessa perché, alla fine, faceva sempre quello che doveva, non quello che le sarebbe piaciuto fare.

Guardando il paesaggio svolgersi davanti ai suoi occhi indifferenti vide l’università, un enorme edificio a mattoni rossi con vetrate da nave da crociera che, con una banale illuminazione da hotel, riportava “Hospital General, Universidad Internaciónal de la Catalunya”. Presto si accorse che in pochi parlavano bene l’inglese, la maggioranza degli studenti era spagnola ed era l’unica del suo corso ad avere una lingua madre differente. Questo pensiero la fece sentire sola, sperava di riuscire a trovare una persona a lei solidale, che venisse anch’essa da un luogo differente, con cui potersi confidare, su cui poter fare affidamento.

Era stato così anni prima, quando per le sorti della vita era finita a studiare su un’isola nel bel mezzo del Mar d’Irlanda. Là si era accorta che poteva confessarsi, che aveva molto più in comune con le persone che venivano da altri Paesi anziché con quelle provenienti dall’isola. Si trovavano tutti sulla stessa barca. Lontano dai loro luoghi comuni, dai loro cari, dai loro microcosmi da sempre conosciuti dove la vita scorre pressoché uguale, impregnata da quelle abitudini cui li hanno iniziati i loro genitori, cui furono a loro volta iniziati dai loro padri. A pensarci uno si sente comodo, in grado di stiracchiarsi le gambe a modo proprio, come gli pare e piace, senza che nessuno risponda in una lingua non sua e dica che così non si fa, che così le cose non vanno fatte, che qui si fanno in questa maniera qua… Non troppo tardi scoprì che alla fine tutto il mondo è paese, che gran parte delle persone sono solo ipocriti con la bocca che difendono un qualche loro presunto diritto dimenticato da Dio o mai neppure esistito.

Gli studenti si erano radunati nel cortile dietro l’aula magna. Alba non aveva voglia di parlare con nessuno, ma non aveva neanche voglia di rimanere in disparte a guardare nel vuoto. Continuava a ripetersi che era pur sempre un’opportunità per scoprire nuove cose, nuove sfaccettature del suo carattere e di quella cultura a lei finora estranea. Doveva tirare fuori un po’ d’animo, e dopo avrebbe sicuramente visto la faccenda con una percezione diversa.

Mentre teneva queste conversazioni mentali con sé stessa, le si avvicinò un ragazzo e si presentò: si chiamava Eric, disse di non essere spagnolo, veniva dal Venezuela. La sua famiglia era fuggita dalla tirannia di Maduro, portandosi appresso solo una valigia ciascuno per non dare nell’occhio; ad Alba sembrò un tipo interessante e fecero presto amicizia. Forse aveva trovato una persona che aveva sofferto, che aveva subito più sconfitte che vittorie, che aveva dovuto lasciare casa, famiglia, amici di un’intera vita, che con grande probabilità non avrebbe più rivisto. Pensava di poterlo capire, lui sarebbe riuscito a capire lei.

L’unico problema che aveva riscontrato era la sua timidezza, si era costruito un guscio di protezione difficilmente penetrabile, probabilmente per pura difesa personale, come spesso accade in questi casi. Però Alba gli leggeva negli occhi e nelle sue piccole rughe di cruccio sulla fronte che doveva essere una persona che viveva.

Alba viveva per vivere, non semplicemente per esistere. Sono due cose profondamente diverse: esistere non implica necessariamente anche il vivere, mentre il vivere contiene al suo interno anche l’atto di esistere. È molto meglio soffrire ma vivere, che vivere in una bolla priva di un qualsiasi slancio emotivo. La passione, in qualsiasi cosa, è il fulcro della vita.

Tornando a casa vide uno studio di yoga e decise di andare a iscriversi. Un passatempo non fa mai male, apre e distende la mente, rendendo una persona più tonda. Non aveva mai fatto yoga prima ma gliene avevano parlato molto bene, dicendo che aiuta a rilassarsi, a spaziare dai pensieri fissi. Era curiosa. Nel corso delle lezioni, però, avrebbe scoperto che l’insegnante era una biondona russa dal carattere gentile ma autoritario, e più che un’ora di rilassamento, era un’ora di tortura che la vedeva in mille pose difformi, tutte sorprendentemente stancanti.

Arrivata a casa iniziò a disfare le valigie e a organizzare l’appartamento. Si accorse subito che non le piaceva: aveva un terrazzo enorme ed entrava tanta luce, ma era piccolo e anonimo. Siccome era una ragazza viziata, anche se lo nascondeva con cura, e non aveva mai vissuto in una piccola casa, si sentiva a disagio; aveva paura che si sarebbe sentita intrappolata tra quelle mura strette. La colpa era dei suoi diciassette anni e del fatto che non tutti lasciavano in affitto un appartamento a una persona non ancora maggiorenne. Come se un numero anagrafico bastasse per descrivere una persona. Le dava fastidio quando, durante le presentazioni, le veniva chiesta la sua età. Lei non la chiedeva mai e non capiva perché la gente ne fosse ossessionata. L’età è data, soprattutto, dalle esperienze di vita di una persona, dalla sua predisposizione a comportarsi in una certa maniera piuttosto che in un’altra; non è un numero definito, e soprattutto non è molto difficile che sia un numero intero, completo. In ogni caso, si era dovuta accontentare.

Le sarebbe piaciuto aspettare, prendersi un anno sabbatico, viaggiare su e giù, in ricerca di qualcosa, un posto, che cogliesse la sua più piena attenzione. Odiava fare le cose così, tanto per farle, odiava le cose a metà, tutto ciò che le sembrava finto e inutile. E proprio perché non sopportava le cose finte e inutili, cercava un significato in tutte le cose; l’attrazione per lei era una questione mentale, ovvero la voglia di trovare un qualcosa che le suscitasse la sua benevolenza nelle cose, nelle persone. Per questo motivo cercava di guardare il dettaglio dietro ogni cosa, senza soffermarsi solo sul primo piano; era per questo che quando camminava per strada tendeva sempre a guardare in alto, verso il cielo, quasi volesse spiccare il volo. Da piccola sognava di tramutarsi in uccello e di guardare le città dall’alto. Non sognava di diventare un uccello qualsiasi, si figurava come un’aquila: da qui la sua smania di grandezza. Una delle sue più grandi paure era quella di diventare, nel crescere, una donna piccola. Eppure, era mediocre. Mediocre proprio per la paura d’esserlo.

In quel momento si sentiva piccola, non le dava per caso fastidio il suo volto riflesso nello specchio? Aveva o no, difficoltà ad accettarsi così com’era? Certamente. Le dava fastidio sentirsi stanca, con poca linfa che le fluiva per il corpo.

Stava ancora tirando le sue cose fuori dalle valigie, quando si accorse di una grande busta arancione nascosta tra i maglioni. Aprendola, scoprì facce conosciute che le sorridevano attraverso le fotografie. Un fermo istante, una risata rubata, una gamba tesa per ridicolizzare la posa e rendere il tutto più di un semplice qualcosa senza prosa. Dalla busta cadde un foglio verde con sopra poche righe: «Alba mi raccomando cerca di divertirti, comunque vada siamo sempre con te, i tuoi amici scemi». Non c’erano solo immagini degli amici provenienti dalla sua città natale, ma c’erano anche visi di persone che aveva conosciuto altrove, su un’isola dove aveva passato due anni per lei molto importanti. Due anni che l’avevano cambiata per sempre, che l’avevano resa ciò che era in quel momento: fragile e forte in contemporanea. Una contraddizione vivente. Aveva sempre pensato che quel posto, quella roccia nel bel mezzo del Mar d’Irlanda, non le sarebbe mancata. Ma ora, a guardare quelle fotografie, sentiva un retrogusto di nostalgia in bocca. Quel buio senso di desolazione che aveva provato in quei due anni le mancava. Ora era tutto un grande punto di domanda e anche se fingeva non le desse fastidio, la spaventava a morte. A quel tempo, per lo meno, le cose avevano un significato, c’era una linea dritta che le si srotolava davanti e lei non doveva far altro che seguirla passo passo. Lasciandosi trascinare dal peso del tempo.


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