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La notte scendeva dolcemente

Ecco il primo capitolo di Fermo istante, il romanzo di Emma Formigli, in uscita a gennaio per la collana Narrativa.


Fermo istante. Capitolo I

La notte scendeva dolcemente, nell’aria una canzone, un giradischi che girava, mobili antichi laccati, radiosi di luce sotto immensi lampadari di vetro colorato. Lampadari che facevano riecheggiare i gloriosi tempi passati nei corridoi di parchè intarsiato dell’immensa tenuta.

Una ragazza con un vestito rosa e bianco seduta su una poltrona di pelle scura, un libro in mano e gli occhi persi, fissi nel vuoto. Una sigaretta alla mano, l’altra che passava per vizio tra i soffici capelli castano mielato. Il vizio del vizio.

La ragazza si trovava in quella che avrebbe dovuto essere casa sua. Non la era. Non la sentiva come tale: girovagava da un posto all’altro alla ricerca di quel soave sapore che in genere la gente associa alla parola casa. Quand’era bambina, al pensiero del nome casa, le balzavano alla mente due immagini indelebili e gioiose: la mattina di Natale e le torte ricolme di mele che le preparava la mammale venivano in mente le torte ricolme di mele che le preparava la mamma e la mattina di Natale. I due fermo istante erano sinonimo l’uno dell’altro, entrambi simboleggiavano un quadro dolce e armonico. Ora che Alba era cresciuta, quella parola, casa, aveva assunto una connotazione diversa e, credendo di non potersi esprimere come le sarebbe piaciuto, si sentiva ristretta. Si era accorta che lei non conosceva i suoi genitori e che loro non riconoscevano lei, la loro stessa figlia; si erano persi un tratto di strada ed erano rimasti a quando lei non era che una ragazzina all’inizio dell’adolescenza. Dal suo punto di vista i suoi genitori avevano perduto il loro ruolo, diventando due entità a sé stanti. Il farsi vedere più da vicino dalla figlia avrebbe significato un cambiamento radicale che li avrebbe portati a perdere la loro aura da genitori, acquistando invece quella da comuni mortali. Era proprio questo il motivo per il quale, inconsciamente, faticavano a farsi conoscere, dato che le figure parentali vengono, generalmente, idealizzate.

Era solo l’inizio, oppure la fine, non le era ben chiaro. Ad Alba era sempre risultato difficile separare i due tempi, semmai erano una continuazione l’uno dell’altro, una sorta di continuum, spesso indesiderato e, tante volte, apparentemente, privo di logica.

Era spaventata, non si sentiva pronta a far rigirare il nastro su di sé. Un nuovo posto, una nuova cultura. L’ennesima, ripetuta, pesantezza di ritrovarsi a dover parlare una lingua non sua, padroneggiandola a tentoni. Si sentiva esausta, la forza l’era scivolata via e chissà quando sarebbe tornata ad alleggerirle le spalle. Aveva scoperto ben presto che per affrontare la vita almeno un po’ di grinta ci vuole. Perché è proprio la grinta che porta a buttarsi in nuove esperienze, cogliere opportunità, non dare per scontato ciò che tende ad apparire come tale. Per Alba, la grinta era alla base della ricerca della felicità, diventava quindi intrinseca di un senso comune perché tutti, grandi o piccoli, appagati o depressi che siamo, ci ritroviamo anche involontariamente, talvolta, alla ricerca di una piccola dose di dopamina che ci faccia provare un sospiro di sollievo.

Ad Alba non piaceva stare in disparte e non sentendo d’essere capace a mostrarsi così com’era realmente, si sentiva a disagio. Il fatto del non palesarsi a pieno, di celare parte di sé, era stata una scelta presa senza rendersene conto, probabilmente dettata dal desiderio di ritornare bambina, di mettere un fermo al moto circolatorio della crescita. Adesso, che aveva capito il capriccio della sua mente, non ne era contenta. Avrebbe dovuto accettare il cambiamento, capire la normalità e la bellezza della metamorfosi, sua e degli altri. Sarebbe dovuta andare in contro a quella trasformazione senza stare là, a rimuginarci troppo sopra. Così avrebbero dovuto fare anche mamma e papà.

Ad Alba piacevano i sorrisi genuini, le guance arrossate dal tanto correre e le risate sguaiate. Sfortunatamente però, spesso, sotto questi piccoli gesti, che ci rendono così incredibilmente speciali e unici, risiedono anime tormentate, persone che sentono tutto e forse troppo. Queste anime, che provano e che sentono, hanno lottato e trovano sulla rotta del sapere il modo per rimettersi in piedi, si trovano a dover affrontare la necessità del reagire per non soccombere. Nella loro ricerca della comprensione, di sé stesse e del mondo che naviga attorno, diventano empatiche, anche se frequentemente incoscienti d’esserlo. In lotta tra un tempo esterno e uno interno che cercano di combaciare. Queste, per Alba, erano le belle persone, le persone vere, che si faceva sempre più fatica a scovare.

No, le belle persone non capitano e basta. Nulla è semplice se guardato attraverso una lente.

Chiuse il libro che si ritrovava tra le mani, tanto ormai, non accorgendosene, aveva perso il segno. Cambiò il vinile al giradischi, volume al massimo, e con Hotel California in sottofondo iniziò a buttare cose, libri, penne, scarpe, gioielli… tutto alla rinfusa nella solita grande valigia grigia. Meno di quindici minuti e aveva già impacchettato la sua vita. Nei suoi gesti s’intravedeva la forza dell’abitudine, quella forza che ci tradisce e, quando visti dal di fuori, ci rende poco meno d’automi privi d’emozioni.

Gettò un rapido sguardo verso il giardino, dove non metteva mai piede: la chitarra costantemente scordata appoggiata al muro, le fotografie di volti abbronzati e sorridenti alle pareti di una camera, che chissà tra quanto tempo avrebbe rivisto.

Fingendo d’essere pronti per i saluti, i genitori l’accompagnarono alla stazione. Nonostante quella circostanza fosse diventata una sorta di cerimoniale che, ogni volta, si ripeteva pressappoco nella stessa maniera, aveva sempre un certo sapore amaro. Sebbene si fossero salutati molte volte negli ultimi anni, Alba vedeva questo scenario sempre sotto una luce diversa.

La madre le stava sorridendo ma i suoi occhi le facevano intravedere un pensiero differente. Suo padre aveva le spalle strette e ricurve, come sempre quando si trovava in situazioni di disagio. Alba li abbracciò velocemente. Cercava di rendere, per tutti, quei momenti i più lunghi e i più brevi possibili. Non era facile per nessuno. Quando erano assieme Alba non si accorgeva di quanto, in realtà, dipendesse da loro, pur ritenendosi una ragazza molto indipendente. Quando era lontana le mancavano le piccole cose, come una carezza, un sorriso… Se prima non era in grado di apprezzarli a pieno, adesso capiva quanto i suoi genitori le stessero a cuore. Iniziava a capire e a esser grata per il ruolo fondamentale che avevano avuto nel plasmarla come individuo; cominciava a intravedere in sé stessa delle piccole espressioni caratteriali che aveva ereditato da loro. Era confortante rendersi conto di possedere una storia.

Purtroppo, talvolta, è necessario allontanarsi da qualcosa o qualcuno per riuscire ad apprezzarne la bellezza fino in fondo. Le cose brutte si spostano in un secondo piano, eclissate dalle tante cose belle di cui, tanto si è presi da un circolo di critica cinica, ci si dimentica, e la visione d’insieme finisce inevitabilmente con il cambiare forma. Si vede il mondo da un’altra prospettiva; anche le priorità finiscono con il cambiare e assumere un peso diverso.

Le esperienze sembravano aver rotto una crescita. Frammentata, frammentaria. L’adolescenza di Alba era stata stravolta, gli equilibri e le dinamiche completamente ribaltati. In Alba era andato a crearsi un effetto domino che lasciava turbate entrambe le parti.

Succedeva spesso che si guardassero negli occhi senza riuscire a comprendersi, che si parlassero senza raggiungersi per davvero. Troppo spesso le parti coinvolte dimenticavano che, pur avendo un vissuto diverso, avevano tutti senz’altro provato una sensazione simile, se non coincidente, a quella provata da una delle altre persone in una specifica situazione. Aprendo gli occhi, avrebbero potuto venirsi incontro vicendevolmente.

Il ruolo del genitore è difficile già di per sé, se poi i suoi canoni di riferimento vengono mutati, ci si ritrova senza alcuna guida; ma lo stesso vale per i figli che, prima del dovuto, capiscono la doppia faccia dei genitori e intravedono quella del loro vero io.

Forse Alba lo rimpiangeva un po’, sarebbe stato tanto più dolce avere un’adolescenza con un senso comune. Sarebbe stato decisamente più facile, non per questo più felice però, e probabilmente meno fitta di soddisfazioni. Quei due anni erano stati difficili, ma lei non si era mai sentita tanto viva come allora e i suoi occhi avrebbero potuto confermarlo. Aveva superato ostacoli, si era sporta oltre a una barriera a cui non credeva d’essere capace di arrivare. Sentiva di aver vissuto. No, non era pentita. Era fiera di sé, della persona in cui si stava tramutando. Anche se spesso non capiva, o sentiva di non venir compresa, o meglio, aveva il timore che la gente non riuscisse a cogliere i suoi pensieri, visto che lei stessa faceva fatica a inquadrarsi chiaramente. Ma aveva, dopotutto compreso che era normale e lecito sentirsi spaesati, e pensava d’essere riuscita a superare la paura dell’incertezza. Probabilmente era semplicemente stanca. Erano stati anni pieni, ma lo erano stati specialmente dal punto di vista emotivo: si sentiva mentalmente spossata, aveva bisogno di una pausa.


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