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Glory days

Ecco il primo capitolo della raccolta di racconti di Maurizio Tempestini.

Il libro uscirà ufficialmente il 25 ottobre ma è già partita la prevendita sul nostro sito: approfittatene per avere in omaggio la versione ePub subito scaricabile!


Glory Days

Uno

La puntina si poggiò sul piatto. Seguì il fruscìo. Pochi secon- di, sempre quelli, in cui il piccolo aratro piezoelettrico solcava il tondo nero del vinile: l’attesa… Doveva essere il 1978. Uno degli amici, Nello, era volato in America con suo padre che lavorava nell’import-export ed era tornato pieno di dischi nuovi. Una sera mi ritrovai tra le mani una copertina 12×12 ancora avvolta nel cellophane: un tipo allampanato, reduce da una notte insonne o sveglio da poco, con su una maglietta a v mezza rotta, mi guardava tra il provocatorio e l’ebete. Sul retro si era anche tolto il giubbino di pelle da James Dean così così. Alle sue spalle solo un avvolgibile e carta da parati a fiori che faceva molto provincia. Ma quel nome l’avevo già sentito, nei lunghi dopocena alla radio con il libro aperto a far finta di studiare. Forse a Supersonic, dischi a mach 2, lanciato da Gigi Marziali o da Antonio De Robertis. Sì, un paio di anni prima, ad avventurarsi nelle trasmissioni notturne, quelle tipo Pop- off, dove la musica si faceva pericolosamente vicina alla politi- ca dell’ultrasinistra, era facile imbattersi in un pezzo che pare furoreggiasse laggiù negli States. Ma io ero troppo piccolo per prenderlo sul serio, e mi rovinavo i polpastrelli sui Re-La-Sol della Canzone del sole, cercando di mantenere accordata la mia Eko da trentamila lire.

Forse era una sera di settembre. Il piatto stava in alto, sul bordo dell’armadio-scrivania in simil-ciliegio, di fronte al let- to a castello dove dormivamo io e mia sorella, nella camerina. Dalla tivù al piano terra, accesa sul primo canale, salivano in- tanto su per le scale coretti e svisate di sax: la sigla di Happy days che, come ogni sera, cominciava (o finiva). Un’America caramellosa di vent’anni prima precedeva il telegiornale. Ri- cky e Fonzie erano pure simpatici, ma che c’entravano con me? Io mi muovevo un po’ da straniero nel paesotto di finta Brianza dove ero piovuto al mondo, sempre lc in tasca ed eskimo addosso per fare l’alternativo. E la loro Milwaukee in- vece chi l’aveva mai sentita nominare? Una specie di Voghe- ra yankee. Ma lo sapevano quei tipi impomatati che mentre ruzzavano da Arnold’s, altrove, in Corea o in Vietnam, succe- devano certe cose? No, non potevano saperlo: erano troppo democristiani! Ma c’erano altre Americhe invisibili in tivù: la Grande Mela del punk schitarrante alla Ramones e quello più smagato in stile Devo, o la west coast dall’altra parte, con i vec- chi CSN & Y sempre a fare da numi tutelari un po’ stanchi: il ribellismo dolce e lisergico di dieci anni prima si era come im- borghesito; sul Pacifico ormai dominavano gli sdilinquiti Ea- gles, o gli America, roba buona per le classifiche di Billboard.

Tante Americhe, per tutti i gusti: potevamo solo scegliere quella che somigliava di più a noi, provinciali di una turbo- lenta provincia dell’impero piena di sedicenti comunisti.

Fuori invece, in quella strada di campagna-periferia fatta di terratetti abusivi con magazzini sul retro, c’era il rumore di fondo dei telai: la percussione delle leve a squassare le spole dalle punte di acciaio, e il rotolìo della cinghia di trasmissione che infondeva energia nel metallo dei poderosi marchingegni. Quello era la mia soundtrack, la normalità acustica sei giorni e mezzo su sette, e anche per buona parte della notte il batti e ribatti della trama con l’ordito si perdeva laggiù, verso l’argine del fiume, tra i casali in rovina abbandonati dagli ultimi contadini, dove finalmente regnava il silenzio della natura…

Io, dunque, mentre la puntina faceva i suoi bravi giri, ebbi il tempo di salire la scaletta arancione e sdraiarmi sul letto. In panciolle, le mani dietro la testa, attesi che le casse ai due lati dell’armadio cominciassero a sputar suoni. Non dimenticherò mai la sequenza rullante-grancassa, gli schiaffi al timpano che tiravano dentro, nel mondo sensibile, doppi accordi di chitar- ra, saturi, color rosso-fuoco, e insieme a loro note come mazzi di fiori offerti dal pianista volteggiavano per l’aria e spandeva- no il loro profumo. Poi venne fuori una voce rauca, profonda come una metropoli, e cominciò il suo racconto:

Lights out tonight trouble in the heartland got a head-on collision smashin’ in my guts, man I’m caught in a cross fire that I don’t understand

Davvero, lo diceva una canzonetta, la mia stanza non ave- va più pareti, si era scoperchiata, e dal letto a castello vede- vo la skyline di New York, le sue strade sporche attraversate dal taxi giallo di Travis Bickle (il film l’avevano dato pochi mesi prima all’Alter Cine). Quel suono, esaltante come tut- te le cose assolute, si trasformò restando lo stesso di pezzo in pezzo, e poi, quando finì il lato A e il braccio riportò indietro la puntina, mi risvegliai liceale sedicenne né carne né pesce, in uno sputo di periferia della più brutta, ma più ricca, città della Toscana. No! No! Il prodigio doveva continuare: volai giù dalla brandina e, come avessi in mano una reliquia, con altrettanta devozione, voltai il tondo di vinile… Di nuovo: due colpi di batteria e addirittura un’armonica dylaniana si accoppiava ora alla linea del basso, ancora quella voce scalava l’edificio musicale per gridare dall’alto malinconie e speran- ze (proprio come le mie!) e alla fine sempre un assolo di sax inondava col suo fiotto di luce quel chiaroscuro sonoro. Io a quel tempo ero pieno di livore nei confronti dei melomani, dei buoni borghesi che piangevano alla lagna del Va’ pensiero o cercavano il relax nell’inizio di quella sinfonia in minore, i goliardi delle medie, insofferenti all’ora di educazione musi- cale, l’avevano spregiata ben bene inventando un testo pieno di parolacce: Oh signor non ci rompa le palle/e consulti le pagine gialle/se poi non le risponde nessuno/chiami Roma 3131… Le sviolinate, i fagotti, i clarinetti o gli acuti dei tenori grassi e sudaticci: noia, pacchianeria, e che distanza dal clan- gore delle spole. Alcuni amici avevano trovato la loro musica nei motori, nel rombo di un fuoristrada, nei carburatori da smontare e da truccare per far ruggire anche un Ciao: il mo- tore-protuberanza insomma, che virilizzava un giovane ma- schio di periferia più e meglio dello scozzonamento al casino. Adesso, cioè quella sera, anch’io avevo trovato un suono in armonia col martellare delle macchine tessili; forse anche nel natio New Jersey (così leggevo nella busta del disco, sforzan- domi di tradurre i testi) c’erano telai e lui aveva voluto uma- nizzare il loro urlo d’acciaio; solo molti anni dopo avrei sa- puto che proprio laggiù era approdato in cerca di fortuna un mio concittadino, anarchico e tessitore, per ripartire più tardi con l’idea, poi messa in atto, di far fuori il re d’Italia.

Ci sarà stata un’interruzione, uno strillo dal basso che la cena era pronta. Io avrò sceso le scale ubriaco di quel sound, e anche a tavola, con i genitori a fare la staffetta perché le mac- chine non dovevano fermarsi mai, aspettavo a gloria di risalire nella camerina: dovevo precedere mia sorella o il suo sonno di giovinetta mi avrebbe impedito di ascoltare ancora e ancora il regalo americano.

Ma come saperne di più? Una volta spulciata la busta in ogni dove non restavano che le riviste musicali, sì, qualche ar- retrato di «Ciao 2001» forse poteva aiutarmi con un’inter- vista, una recensione, una lettera al direttore. Ma periodica- mente un raid della mamma faceva pulito senza distinguere, e montagne di carta finivano nella spazzatura; magari il nuovo

«Popster», mensilone patinato che mi costava una settimana di risparmi, il mese prossimo (o l’aveva già fatto il mese scor- so e non me n’ero accorto?) sarebbe uscito proprio con quel disco in copertina, e magari Carlo Massarini ci avrebbe fatto su uno dei suoi articoli-fiume che io adoravo, ben altra cosa da quelli raggelanti di «Lotta Continua», tutti marxismo e militanza anche nel recensire un ellepì, da leggere per darsi una posa ma sempre con disagio, senza capire bene per quale società alternativa si stesse nel caso lottando, mentre le strade erano insanguinate da gambizzazioni quotidiane e i ventenni appena un po’ più grandi di me continuavano a sprangarsi tra loro e con la polizia, anche adesso, dopo quella cosa incom- prensibile che era stato Moro raggomitolato senza vita nella bauliera della Renault rossa, appena quattro mesi prima.

Due

A ottobre, anche quell’anno ricominciò la scuola. La terza si- gnificava ormai essere tra i grandi, i leaderini dell’ultrasinistra che mi avevano incantato con la loro veemenza di oratori du- rante le assemblee e le occupazioni erano ormai all’università: provavo un senso di vuoto, e l’imbarazzo per la responsabili- tà non scritta di cominciare a sostituirli; i collettivi studen- teschi, dove quelli di quinta dettavano stancamente la solita linea di protesta mobilitazione manifestazione si fecero più rari e meno frequentati; perse qualche colpo anche il volantinaggio di fronte all’ingresso, con le sue proposte di adesione a ogni sciopero purché fosse.

Sentivamo ormai alle porte il decennio degli Ottanta, e dentro di lui avremmo vissuto i nostri vent’anni… come sareb- bero stati? Qualcosa del genere forse se lo chiedevano anche i miei nonni, entrambi nati col secolo, sempre più ritirati in un paio di stanze della nostra casa dove la periferia cedeva alla campagna, o forse no, erano consapevoli di inoltrarsi tra poco lungo l’ultimo tratto di vita.

Una mattina, all’inizio di novembre, ci ritrovammo in clas- se uno nuovo. Presentato in quattro e quattr’otto da quella di italiano si sistemò nell’ultimo banco senza una parola e senza mai togliersi dalla faccia un sorrisetto spocchioso. Natural- mente anche lui, come quasi tutti, viaggiava dentro un eski- mo, versione beige, così liso che aveva l’aria di essere una spe- cie di seconda pelle. Piuttosto alto, l’avresti detto del sud per la carnagione olivastra, come di un indio, eppure il viso aveva dei tratti dolci, quasi femminei, e i capelli lunghi, lisci, sempre sgaruffatissimi, che poggiavano sulle spalle in due bande, raf- forzavano questa impressione: in fondo al registro accanto a un asterisco comparve insomma il nome di Gusmano Raine- ri, misterioso come colui che lo indossava, quel nome.

A Gusmano la scuola gli importava il giusto, almeno così mi pareva. Quando, di rado, era in classe, rifiutava con cortese fermezza le interrogazioni che a un certo punto diventarono ineluttabili, e siccome era passata l’era del 6 politico si bec- cò senza scomporsi una gragnola di impreparati. Ma spesso non c’era proprio, in una settimana lo vedevi due o tre volte, sempre solo all’ultimo banco, col suo sguardo mobile e ironi- co a fargli da maschera. Invece nei corridoi, all’intervallo, era stranamente loquace con i grandi, con quelli di quinta ancora superimpegnati, che bazzicavano l’ambiente dell’Autonomia, i più contigui alla frontiera della lotta armata. A volte, men- tre giocavamo a calcio sul pianerottolo con una palla fatta di cartacce o con una lattina di Coca, si metteva in un angolo a discutere con i figgicciotti, juniores del pci e in quanto tali colpevoli del compromesso con l’aborrito scudo crociato.

Nell’ora di religione ognuno si faceva gli affari suoi o sfi- dava a battaglia navale il compagno vicino. Quella mattina mi ero ritrovato in fondo alla classe: a forza di salti durante la ricreazione il mio banco di fòrmica si era spezzato in due, e il bidello l’aveva trascinato via sacramentando il giorno prima. In quelle retrovie mi vidi accanto a Gusmano, col quale dal suo arrivo non ero andato oltre rari saluti con gli occhi. Men- tre don Fossi, dalla cattedra, dissertava inascoltato su non so quale tematica a partire da un libro di non so quale teologo, io tirai fuori il mio diario, così, giusto per scarabocchiare qual- che pagina come si fa quando si muore di noia. Era il diario di Jacovitti, pieno di buffe vignette che però avevo coperto con ritagli di giornale: musica, cinema, poca politica, ancora meno sport, un journal intime in mezzo ai compiti per casa. Mentre lo sfogliavo notai Raineri sbirciante, stranamente incuriosito. Fu la prima volta che mi rivolse la parola. – Dei compagni di Londra hanno visto il concerto all’Hammersmi- th, un paio di anni fa, mi sa che quella immagine viene da lì. – Guardai la foto in bianco e nero appiccicata col vinavil sulle due pagine di mezzo: c’erano un piccoletto barbuto, ve- stito alla zingaresca, che brandiva la chitarra come fosse un mitra, e la puntava verso un enorme nero, elegantissimo nel suo completo bianco, intento a soffiare dentro un sax teno- re che rimpiccioliva a soprano tra le sue mani di gigante. Gli risposi: – Sì, è un articolo che ho trovato su un vecchio nu- mero di «Rockerilla», era la prima volta che il Boss e i suoi venivano in Europa… ti immagini che fortuna a esserci! – E lui: – Pare che i suoi concerti siano una cosa mai vista, meglio di Woodstock, dell’Isola di Wight, durano anche più di tre ore, e il pubblico impazzisce. – E io, stupito da quella sintonia fuori programma: – Tu l’hai sentito l’ultimo LP? Io ce l’ho, ma mi sa che da noi ancora non si trova, è il regalo di un amico tornato dall’America: se vuoi domani te lo porto così lo ascolti in anteprima italiana. – A questa offerta, Gusmano si rifece guardingo e rispose che non gli interessavano le multinazionali del disco, lui era per la musica gratis, per sfondare ai cancelli dei posti dove si tenevano i concerti, e menare anche, se le teste di cuoio del servizio d’ordine non lasciavano entrare: – Io l’anno scorso ero a Milano, al Palasport, insieme agli autoriduttori che non volevano dare soldi a quel sionista di Zard; abbiamo preso a sassate i celerini e ci siamo beccati un mucchio di lacrimogeni e manganellate, ma alla fine loro se la sono svignata e I Santana hanno suonato comunque, e noi dentro senza sborsare una lira!

Quel pomeriggio, guardando i compiti per l’indomani, vidi un foglietto messo a segnalibro proprio nelle pagine con la foto del concerto all’Hammersmith: Gusmano (in effetti l’avevo visto scrivere qualcosa, prima di essere interpellato da don Fossi per un parere su quanto da lui esposto nel corso della lezione) mi lasciava il suo numero di telefono e si diceva disposto a venire da me per sentire quel disco: «A casa mia non è possibile» concludeva «perché non ho lo stereo e vivo con mia madre in un bilocale nel quartiere Gescal».

Tre

Quell’anno dalle assemblee e dai collettivi, che procedevano sempre più stancamente, emerse Musetta. Faceva la quarta ed era rimasta abbastanza defilata fino a pochi mesi prima, ma poi, come in preda a una doppia fioritura, fisica e intellettuale, aveva cominciato a intervenire in ogni occasione, con autore- volezza via via maggiore. Era magra, bruna e ricciuta, indos- sava sempre delle camicione spiegazzate sopra jeans sdruciti dall’uso, aveva un volto strano, asimmetrico e angoloso: come una di quelle donne dipinte da Picasso cambiava fisionomia a seconda del punto di osservazione. Era una bellezza cubista e forse cominciava anche a esserne consapevole, in quell’epoca di femminismo ormai oltre lo zenit. La mia classe per l’appun- to era allo stesso piano di quella di Musetta. In passato con lei non avevo scambiato che poche battute, magari proprio all’inizio o alla fine di uno di quei collettivi in cui io di solito facevo scena muta. Una timidezza invincibile mi pietrificava: come far colpo su una come lei? A esagerare ti beccavi del fal- locrate, ad andarci di fioretto finivi per essere invisibile! Una volta, per tentare un approccio sul filo della cultura, provai a uscire nel corridoio durante la ricreazione con in mano, ben visibile Porci con le ali. A me quel libro non era piaciuto, forse per invidia verso i due pariolini Rocco e Antonia, i loro pa- temi infarciti di stereotipi alla moda sinistrese, il loro sesso a go-go con alla fine anche un po’ di sentimentalismo grat- tugiato sopra, poi il fatto che gridavano nelle manifestazioni

«il potere deve essere operaio» ma vivevano nei palazzi dei ricchi, quelli con l’attico in cima e il compagno portinaio al piano terra. Però, pensandoci meglio, ce n’erano tanti anche lì nella mia scuola di tipi come loro: adesso li vedevi in eskimo, tutti barba e capelloni, ma chissà, forse in seguito, incravatta- ti, avrebbero sostituito i loro padri in quelle professioni che al momento gli facevano schifo, presi com’erano dalla prospet- tiva della rivoluzione.

Musetta era accanto all’uscio della sua classe, sbocconcel- lava un panino e chiacchierava con un’amica grassa dai capel- li a treccia tipo squaw. Io camminavo verso di lei col mio li- bro-lenza bene in vista, e lei, gettando il suo sguardo obliquo dalla mia parte, a un tratto liquidò l’amica e si mosse verso di me a passi lesti, con un sorrisone sul suo volto cubista. Già benedicevo Rocco e Antonia, inaspettati paraninfi, pronto a cambiare idea sui loro amorazzi e a discuterne con Musetta, magari alludendo guardingo a possibili sviluppi inter nos, ma lei, lungi dal fermarsi al mio cospetto, mi passò accanto igno- randomi proprio. Lo sguardo picassiano era per qualcun altro dietro di me.

Mi voltai e vidi Gusmano e Musetta sorridenti, amichevoli, più che amichevoli! Lui le stava porgendo delle musicassette e lei lo ringraziava; addirittura gli passava la mano sui capelli scarmigliati: c’era confidenza tra quei due. La cosa mi fece un tantino rabbia perché quelle cassette a Gusmano gliele avevo registrate io grazie allo stereo nuovo di zecca di mio cugino. E impresso su quel nastro marrone c’era proprio il long playing che lui aveva snobbato quando gli avevo offerto di venirlo a sentire a casa mia. Ora usava il Boss per imbroccare: altro che Il capitale e i sacri testi del marxismo! Eppure, Gusmano era così invasato per la politica che si sforzava di trovare qualcosa di rivoluzionario, nel senso di rivoluzione comunista, anche nei dischi di una rock star del New Jersey, che il comunismo l’aveva forse sentito nominare a scuola per liquidarlo subito come una cosa dell’altro mondo.

Quando cominciammo a frequentarci, invece di fare i compiti Gusmano si dedicava all’esegesi del Boss, cercando nei testi conferme al suo teorema, cioè all’implicito anticapi- talismo del nostro eroe. Ogni volta che comparivano parole come work o factory o job lui increspava la fronte e picchiava un pugno sul tavolo, trionfante: – Ecco, lo vedi! Qui c’è un chiaro messaggio di sovversione del Sistema, un incitamento alla scelta della clandestinità, forse armata – e citava la sua ab- borracciata traduzione:

Lavorare nei campi
fino ad avere la schiena bruciata lavorare sotto le ruote
fino ad avere le tue idee chiare
piccola, ora le mie idee sono proprio chiare faresti bene a capirle cara

E poi riprendeva sempre più esaltato, io lo osservavo in- credulo data la imperturbabilità che si stampava in faccia a scuola – Dimmi tu se questo passo non denota anche la co- noscenza del materialismo dialettico, ascolta gli accenni alla fase del processo che porterà alla fine della lotta di classe, della storia addirittura: al Comunismo, finalmente!

Il povero vuole diventare ricco il ricco vuole diventare re
e il re non è soddisfatto
finché non ha il potere su ogni cosa voglio uscire questa notte
voglio trovare quello che ho…

Andavamo avanti così per ore, da me o da lui. Io cercando di rifare con la mia Eko da studio gli accordi delle Fender che uscivano da un qualche mangianastri, Gusmano dissertando sui testi, per arrivare a fine pomeriggio, con i libri rimasti nelle cartelle, alla stessa conclusione:

– Non c’è dubbio, il Boss è un compagno!

Ogni tanto io buttavo lì qualche riferimento a Musetta, ma lui non era tipo da raccontare le sue cose intime, diceva che tra compagni prima di tutto viene la politica e il Movimen- to, poi il privato. Mica bisognava ridursi come quelle coppie piccolo-borghesi che fanno le vasche in centro il sabato sera, con il gelato sgocciolante in mano lei, e lui con l’autoradio estraibile che pare una borsetta, portato a zonzo per evitare gli scassinatori.

Quattro

A quell’epoca la gente leggeva ancora i giornali. I più disimpe- gnati si accontentavano della «Gazzetta» o di «Stadio», che con i loro articoli alimentavano i miliardi di parole sprecate al bar nei dopopartita; due anni prima era nato «Repubblica», foglio borghese ma rispettato per la qualità e la storia delle sue firme; poi c’erano i quotidiani di area pci, «l’Unità», «Paese Sera», per i quali si provavano sentimenti contrastanti, tipo quelli verso i genitori: affetto ma anche insofferenza, ribel- lismo… veniva infine il pulviscolo delle rivistine extraparla- mentari, spesso nate e morte nel giro di pochi mesi ma che esordivano con editoriali di fuoco su come cambiare il mon- do. Esistevano però anche giornali proibiti, da disprezzare a prescindere in quanto servi del Capitale. Il più demonizzato era «La Regione», da alcuni ribattezzato La Bugiarda, il fo- glio del qualunquismo demo-fascistoide, delle quisquilie lo- cali in forma di notizia che rimpicciolivano a soporifero pae- sone una città quasi grande come la mia, eppure immancabile in ogni bar, in ogni tinello. Sì, è vero, la monotonia a volte era scossa da fattacci di nera come i delitti del Mostro: rare occasioni di autorevolezza per La Bugiarda. Ma poi le pagi- ne tornavano a riempirsi di schermaglie tra i notabili dei due partiti maggiori, di inaugurazioni alla presenza del sindaco, di recensioni a spettacoli goliardici e amatoriali.

Accadde verso la fine di marzo, quando già si sentiva la pri- mavera nell’aria. Avevo preso l’autobus alle sette e cinquanta come ogni mattina, i libri sottobraccio tenuti insieme dalla cinghia elastica. Lungo il tragitto il solito urlìo degli studenti che di fermata in fermata inzeppavano il vecchio 3 verde mi- litare, su su verso il centro della città: in quegli antichi palazzi decaduti ad aule alle otto e mezzo avrebbero suonato per tutti le campanelle della prima ora. Scesi come al solito alla fermata di fronte all’edicola dove via Valentini incrocia via Baldanzi, e per consuetudine gettai un occhio alla civetta esposta fuori:

«La Regione» quel giorno aveva indossato i caratteri delle grandi occasioni. Il titolo a nove colonne, con sotto una sola grande foto, gridava una notizia-bomba:

«Ucciso l’industriale Puggianti nel corso di una rapina»

Il cognome Puggianti mi fece pensare a due cose: Pamela Puggianti, una tipa stile pin-up di sinistra ma figlia di papà, tanto per cambiare, che a vederla fare esercizi a corpo libero durante l’ora di ginnastica ci trasformava, io e i miei compa- gni, in tanti Alvari Vitali o Lini Banfi. E poi quell’edificio di mattoncini a due piani con una scritta semicircolare in ferro battuto, Lanificio Puggianti Roero e figli, fondato nel 1922, nel quale mi imbattevo sempre quando andavo alle medie. Era proprio di fronte alla scuola, dall’altra parte della strada rispetto al praticello dove, tempo permettendo, scorrazzava- mo durante gli intervalli. Nella foto-notizia si vedevano una barella con un lenzuolo a coprire un corpo senza vita e un assembramento di carabinieri sullo sfondo.

Imboccai via Baldanzi rimuginando sull’accaduto. Mi im- maginavo la pena della Puggianti, non più Dea Irraggiungi- bile ma fragile ragazza umanizzata (forse addirittura imbrut- tita) dal dolore. E la storia della rapina. Il sottotitolo diceva che l’uomo aveva subìto un’aggressione nel tardo pomeriggio, quando era da solo in ufficio, e gli inquirenti si stupivano del fatto che non ci fosse stata nessuna asportazione di denaro, né

tentativo di effrazione della cassaforte. Eppure, si sapeva che era custodita nella stanza del capo, stanza leggendaria in città, dentro al muro di fronte alla poltrona in pelle. A nasconderla addirittura un Tobia e l’angelo da alcuni studiosi locali attri- buito a Caravaggio (anche il quadro era regolarmente al suo posto).

Gusmano quella mattina risultava assente. Nessuno se ne stupì. Il clamore invece fu enorme in tutta la scuola quando il

«Gazzettino Toscano» del giorno dopo aprì con una notizia che diceva più o meno così: «C’è un sospettato per il delitto dell’industriale pratese. Si tratta di Gusmano Raineri, studen- te dell’area di Autonomia già noto alla questura per alcuni precedenti. Sul giovane pende infatti una denuncia per pos- sesso e lancio di molotov contro la sede dell’msi durante una manifestazione non autorizzata dell’ottobre scorso a Firenze. Il Raineri è irreperibile da alcuni giorni e anche i familiari dichiarano di non avere sue notizie». In classe i professori fecero finta di niente, all’ingresso si sprecarono invece i vo- lantinaggi di solidarietà: Gusmano vittima di un complotto degli sbirri, scrivevano quelli del Collettivo di alternativa stu- dentesca; prendevano le distanze come al solito i figgicciotti. Poi addirittura fu recapitato all’ansa il comunicato di una si- gla nuova di zecca, i Nuclei Proletari per la Rivoluzione Ope- raia. Lì Gusmano era esaltato come combattente comunista che aveva compiuto un atto eroico contro un simbolo dello sfruttamento capitalistico. La chiusa, minacciosa, annunciava altre e più violente azioni di sabotaggio e di guerriglia. Ce n’e- ra per tutti: i sindacati complici del padronato, i partiti della pseudo-sinistra revisionista e traditrice del marxismo-leninismo, nessuno, concludevano quelli del npro, avrebbe dormito sonni tranquilli.

Cinque

Una sera, qualche tempo dopo (Gusmano era definitivamen- te sparito ed era finita la scuola) incontrai Musetta al Bar Maddalena in piazza Sant’Agostino.

In quella estate del ’79 tutto sembrava immutabile. La dc aveva di nuovo vinto le elezioni e si apprestava a formare l’en- nesimo governicchio con chi ci stava trai suoi alleati bonsai; il pci era ancora lì, eterno secondo come Bartali e Gimondi: finita con Moro l’idea del compromesso cattocomunista, non restava che vivacchiare compiaciuti che un dieci milioni di italiani e più avessero messo la croce sulla falce e martello, e consolandosi con le Regioni, quelle sì conquistate e mantenu- te, palestra di buona amministrazione nell’attesa che un qual- che Godot schiudesse le porte al governo nazionale. Anche i terroristi continuavano sporadicamente a dar segno di sé, con omicidi, gambizzazioni, espropri proletari, a cui seguivano retate, arresti e talvolta uccisioni da parte della polizia. A me, come ogni anno durante le vacanze, toccava un po’ di contri- buto al prodotto interno lordo familiare: i cannelli, quei siluri di filo pressato da inserire nelle spole per far sì che la trama in- crociasse l’ordito. Era una consuetudine che mi dava il senso dell’estate e della libertà dalla scuola, anche se di fronte non avevo la spiaggia di Focette con gli ombrelloni in fila ma la macchinetta, una sorta di ordigno gentile, ancillare, che for- niva cibo (cioè filo) agli affamati mostri, rombanti poco più in là nello stanzone; e di bello, in quel clangore d’acciaio nella calura da fornace, c’erano i momenti in cui potevo sedermi sulla seggiola mezza sfondata e leggere uno di quei tascabili usciti fuori da chissà dove, certo non comprati, e mai senti- ti nominare dai professori, tipo Nuova York di un tale Dos Passos, in verità piuttosto faticoso da seguire ma abbastanza interessante.

Arrivai al Bar Maddalena in vespina poco prima delle ven- tidue, in anticipo sull’orario pattuito con gli amici. Era un Arnold’s sui generis quel locale: tirava giù il bandone all’alba, quando gli operai del turno di mattina si avviavano al lavo- ro, e che miscuglio di avventori ci trovavi! Artisti nottam- buli, attori reduci dalla serata al Metastasio, ma anche tossici e gente varia dell’ultrasinistra. Si entrava in un primo vano, lungo e stretto, che sapeva un po’ di acquario, con una teca alla sinistra del portone. Qui trionfavano i famosi rustici, due fette di pane sciocco a racchiudere un bailamme di verdure grigliate: pancetta wurstel e salsine misteriose; subito a de- stra invece una stanza a forma di cubo con pancacce e tavolini malfermi, che stupiva per essere tutta, e dico tutta, tappez- zata di manifesti alle pareti e sul soffitto: i poster più vari e decontestualizzati si accavallavano l’uno sull’altro, incollati disordinatamente nel tempo: concerti, pubblicità, avvisi di sciopero, proclami politici, addirittura un ringraziamento fu- nebre, uno sghembo assemblaggio cartaceo saliva e scendeva per quei muri in un caos da vertigine, il regno insomma di un attacchino pazzo.

Musetta era da sola a un tavolo nella stanza-manifesto, an- cora semideserta, e quando mi vide entrare con un boccale di Ceres scura in mano mi sorrise e mi chiese se volessi sedermi. Io, a ripensarci, con lei ero sempre fermo all’episodio di Porci con le ali; conoscevo bene la sua voce roca amplificata dal mi- crofono dell’assemblea ma forse lei ignorava la mia. In tutti i collettivi che erano seguiti non avevo fatto un passo avanti, niente altro che mugugni e frasette su questioni politiche o parapolitiche, di confidenza neanche l’ombra: mi chiesi in quel momento, mentre mi sedevo, se sapesse il mio nome.

– Anche a te piace la Ceres, vedo – lo disse arrotando la erre in modo tale da farmi precipitare con un capogiro in un bistrò di Montmartre (la Montmartre vista magari in qualche film al cinema Borsi d’essai, poco più avanti in direzione delle vecchie mura).

Sì, anzi – le risposi – questa liscia è solo la prima, poi quando arrivano i miei amici ce ne facciamo un paio al rhum, di quelle che dànno certe bòtte… – Con una tipa come Mu- setta, uno come me poteva sperare solo esagerando sul versante eccessi, infatti vidi gli occhi neri accendersi di curiosità, ma fu un attimo, subito si rifece seria.

– Senti, non ci conosciamo bene, ma so che eri amico di Gusmano Raineri. Una volta mi disse che dell’intera classe avrebbe salvato solo te.

– Sì, ma con lui parlavo di musica e basta…

– Certo! Il Boss: erano tue le cassette che metteva di con- tinuo quando veniva a casa mia, se le portava dietro nello zaino insieme ai volantini, sembrava gli premessero più della politica.

– Che tipo strano! Comunque, riesco a crederlo capace di ammazzare qualcuno.

Ora dal suo viso, più asimmetrico del solito, capivo di aver fatto una battuta sbagliata.

– Guarda che a me di quello stronzo fascista del Puggianti non me ne frega un cazzo! Resta il fatto che la lotta armata come situazione estrema deve avere però un senso, uno scopo, dico io. Se fosse venuto fuori un esproprio, un atto per autofinanziare il Movimento, vabbè, la cosa avrebbe avuto un suo perché, ma così, senza motivazioni apparenti: di bersagli simbolici più rappresentativi del Puggianti ce ne sono a mazzi, politici, sbirri, giornalisti servi. Anche quel comunicato: a molti compagni puzza di servizi segreti, di pula che cerca di mestare nel torbido.

– Ma tu hai sue notizie?

– Noi del Movimento in città siamo stati tutti interrogati, mi sa che anche i telefoni sono sotto controllo, anzi mi meraviglio che abbiano lasciato fuori te, se qualche volta hanno trovato tue chiamate sui tabulati sip.

Mi sentii gelare a quell’osservazione, che Musetta aveva buttato lì con noncuranza: finire nei guai con la polizia, e senza aver mai varcato davvero la soglia dell’impegno nell’ul- trasinistra… che beffa! E che vergogna, con mio padre recluso nello stanzone alle prese con le belve d’acciaio: per mandare a scuola un debosciato come me, che si imbranca con altri in- vasati della sua età, blateranti di rivoluzioni operaie dai loro soggiorni con tivù a colori e librerie in radica.

In quel momento dall’ingresso giunse un “ooooh” di saluto che mi fece sobbalzare. Rik e Jaco, gli amici, erano arrivati, e sfottevano il sottoscritto per vedermi insolitamente tubare con una. Già mi alzavo salutando Musetta, quando lei scri- bacchiò, con una Bic tirata fuori dalla tracolla militare, il suo numero di telefono su un lembo della tovaglia in carta gialla.

– Chiamami così finiamo il discorso – disse porgendomi lo scarabocchio, che io strinsi nel pugno per paura che i due appena giunti me lo strappassero a spregio.

Sei

Per non sembrare troppo precipitoso evitai di telefonare subito a Musetta. Ma quel numero ce l’avevo sempre in mente mentre svolgevo le quattro ore quotidiane alla macchinetta, e lo accom- pagnavo, in mezzo al solito bombardamento di navette intente al loro moto perpetuo, con la musica che suonavo nella mia testa, come avessi le cuffiette di un walkman non ancora inventato:

In Candy’s room, there are pictures of her heroes on the wall, but to get to Candy’s room, you gotta walk the darkness of Candy’s hall…
When I come knocking, she smiles pretty, she knows I wanna be Candy’s boy,
We kiss, my hearts pumpin to my brain
the blood rushes in my veins, when I touch Candy’s lips, We go driving, driving deep into the night,
I go driving deep into the light, in Candy’s eyes.

La chiamai dopo due giorni, sempre col bislacco timore che non sapesse il mio nome, infatti mi presentai come – l’a- mico di Gusmano, quello dell’altro ieri al Maddalena. – Lei mi rispose cascando un po’ dalle nuvole, proprio come se do- vesse rovistare in un centinaio di cassetti della memoria pri- ma di ritrovare la mia faccia, poi si chiacchierò per qualche minuto di politica, evitando però ogni accenno al Raineri in clandestinità.

Quando io ammutolii per aver esaurito tutti gli argomenti di conversazione che mi ero preparato fu lei a pren- dere l’iniziativa: – Beh, allora, mi vieni a trovare o no? Se passi domani pomeriggio andiamo all’inaugurazione della mostra fotografica sui dieci anni da Woodstock, a Ipotesi Settanta, non so se lo conosci, è uno spazio di controcultura in via San Jacopo, forse sul tardi c’è anche la proiezione del film in superotto, e comunque è un posto ganzo, un po’ da fricchettoni ma ganzo. Musetta condivideva un trilocale in affitto con la sua ami- ca dalla pettinatura a squaw, in via del Serraglio, pieno centro storico. Ci arrivai in vespina nell’ora in cui gli uffici chiudeva- no e quella strada, per la sempiterna coda di bus e auto inco- lonnati a passo di lumaca verso piazza Duomo, si trasformava in una camera a gas. Abitava in un palazzo antico, scalcinato, indistinguibile dagli altri che contornavano quella vecchia strada, anch’essi erano ugualmente dilavati ed erosi dalle in- temperie e dai decenni di trascuratezza: i colori delle facciate, se mai c’erano stati, avevano ceduto al grigio dell’intonaco grezzo. Solo le scritte animavano quei muri, slogan impres- si con vernice rossa del tipo: «I compagni che sparano non sono criminali», o «Ma che compromesso, ma che astensio- ne, l’unica strada è la rivoluzione», e così via.

L’appartamento era al secondo piano, lei mi aveva detto di suonare il citofono vicino all’unico rettangolino privo di cognome. Il portone si aprì e mi ritrovai in un andito fresco, vasto e oscuro, pervaso da un odore di muffa che saliva dalle pareti scrostate. Su per lo scalone di pietra serena mi accom- pagnava un certo batticuore. Al primo piano una targhet- ta sull’unica porta indicava lo studio di un avvocato, con il numero di telefono da chiamare per appuntamenti. Ancora due rampe e l’organo di Ray Manzarek, proveniente dall’u- scio socchiuso, mi accolse come lo zufolo di un incantatore di serpenti. Entrai chiedendo permesso. Nessuno mi rispose e quindi feci qualche altro passo. Mi trovai di fronte a una tavola apparecchiata, con due piatti sopra, dove sguazzava nel proprio sugo un residuo di spaghetti al pomodoro; nell’ac- quaio a lato, pentole e padelle accatastate da almeno un paio di giorni. Musetta mi venne incontro, silenziosa e barcollante, sbucando da una porta nel piccolo corridoio in fondo. Indos- sava una fruit extralarge e una salopette di jeans, era pallida come un fantasma: anche le labbra, di solito fragoline, adesso tendevano al livido, gli occhi invece erano rimasti neri e le iridi rimpicciolite come due olive cadute in due bozzi d’ac- qua piovana. Quelle labbra le sentii subito posarsi diacce sulle mie, mentre lei mi salutava e diceva qualcosa di totalmente disarticolato, incomprensibile. Sbalordito per la velocità cer- cai di rispondere al suo bacio, ma persi il suo volto, Musetta si afflosciò a terra senza peso, esanime. Intanto Jim Morrison continuava a cantare:

The time to hesitate is through
No time to wallow in the mire
Try now we can only lose
And our love become a funeral pyre

–Oh, oh Musetta, mi senti, rispondimi! Svegliati! – presi a strattonarla, a darle buffetti su quel volto violaceo. Non era morta, la maglietta all’altezza del petto si sollevava appena rivelando il respiro. – C’è nessuno? – gridai e sperai magari nel soccorso dell’amica: niente risposta, nell’aria solo la chi- tarra di Robby Krieger giunta al finale del suo riff. La trascinai in un’altra stanza, continuai a chiamarla mentre la poggiavo sul letto in disordine, e lì ripresi a schiaffeggiarla, invaso da pulsioni primarie traducibili in parole quali vita, morte, col- pevolezza, fuga, soccorso. Notai alcune macchioline rosse sul lenzuolo e poi vidi un ematoma nella parte esterna del suo avambraccio sinistro, e una scalfittura, un puntino rossiccio al centro del rivolo bluastro di una vena. Forse avrei già dovuto capire, ma compresi infine quando sul comodino illuminato dal sole di fine pomeriggio, che filtrava dalle stecche di una persiana mezza rotta, vidi un cucchiaio e un accendino, e sul pavimento la punta sanguinosa di una siringa. Mancava solo il laccio emostatico, lo pestai infatti camminando intorno a quel letto infame, dove mi ero immaginato ben altre evolu- zioni solo pochi minuti prima.

A un tratto ebbi l’impressione che non respirasse più, ma invece il fiato tornò a muovere leggerissimamente le sue nari- ci. Musetta era in overdose, e io non sapevo cosa fare. Pote- vo chiedere aiuto a qualcuno del palazzo, sempre che ci fos- se anima viva, ma poi quante spiegazioni avrei dovuto dare: certo, io ero pulito ma potevo essere lo spacciatore; l’avreb- bero di sicuro ricoverata e la cosa sarebbe finita alla polizia, ero perfetto come indagato: e poi sui giornali. Eppure, io non c’entravo niente! Scappare? Ma se poi fosse morta mi sarei tenuto dentro un rimorso a vita per quella fuga da vigliacco. Vicino al telefono, che ora mi era apparso sulla piccola libre- ria da parete ai piedi del letto, c’era un adesivo col numero del pronto soccorso. Come mi tremavano le mani mentre lo componevo! All’atto della risposta mi uscì fuori la voce di un balbuziente, e provai anche a camuffarla, la voce, aggiungen- doci chissà perché una calata in napoletano. – Sì, è l’ospedale? Vorrei segnalare una ragazza che sta male, si trova in centro…

–Quali sintomi ha la ragazza? E mi vuole dare cognome e nome per cortesia?

Urlai: – Non respira più cazzo! Correte in via del Serraglio 67, secondo piano…

Riattaccai la cornetta e corsi all’uscita, non prima di aver guardato ancora una volta Musetta, distesa supina sul letto, gli occhi semichiusi, il volto cubista come ricomposto dall’armonia quieta del non essere.

Una porta sbatté al piano di sopra, seguita da un uggiolio e parole dolci all’indirizzo del cane, smaniante per la sua pas- seggiata. Tornai dentro l’appartamento, ascoltai in un bagno di sudore i passi avvicinarsi, e poi dileguarsi verso l’àndito del pianoterra. Contai fino a trenta quindi anch’io scesi, volai giù, aprii il portone, ci infilai il capo guardando a destra e a manca: ebbi l’impressione che tutta la strada, immersa nell’ossido di carbonio da scappamento, mi fissasse. Automobilisti in fila, commesse dei negozi e pedoni già sapevano. La vespina era parcheggiata di fronte alla stazione del Serraglio, un duecento metri più avanti. Mi provai a camminare, ad andare al passo lungo il marciapiede per non insospettire tutti quelli che mi stavano guardando, ma ci riuscii solo per qualche istante, poi cominciai a correre sbattendo contro i passanti; attraversai la strada all’improvviso, fui quasi investito da un bus e rintrona- to dai colpi di clacson del suo autista. Ma alla fine inforcai a spinta la vespina e sgassai a più non posso nel traffico, speran- do in un brutto sogno, in un brutto film, in un risveglio, in una dissolvenza finale.

Il giorno dopo e poi quello successivo lessi avidamente la cronaca locale della «Regione», ascoltai tutti i bollettini del- la radio: nulla. Certo, ogni volta che in casa squillava il telefo- no sobbalzavo e sudavo freddo, ma si rivelarono sempre falsi allarmi. Dunque, si era salvata.

Dopo una settimana provai anche a ripassare sotto casa di Musetta, quasi per sfida: anch’io come Gusmano ce l’avevo fatta, non mi avevano beccato! Sì, all’epoca non c’erano tele- camere ogni dieci metri come oggi: nella mia fuga, malgrado l’impressione di essere fosforescente, ero in realtà invisibile; chi si sarebbe mai ricordato di un ragazzotto in uscita da un qualsiasi portone di un qualsiasi palazzo del centro?

Scivolai di nuovo nel trantran estivo: mattine a fare can- nelli, pomeriggi in camerina ad ascoltare il Boss e a strimpel- larci sopra con una Fender Mustang comprata all’usato, serate a bere birra al rhum con Nello, Jaco e Rik al Bar Maddalena. Poi venne l’oblio dell’agosto, la prima vacanza senza la fami- glia, all’Elba con gli amici: il solleone di Lacona sciolse del tutto il ricordo di Gusmano e Musetta.

Sette

Lo venni a sapere per caso da un trafiletto de «L’ultimo bu- scadero» (o forse era «Il mucchio selvaggio»?). La primavera del 1981 stava cominciando. Con la quinta era arrivato l’anno della maturità. Forse quello trascorso fu l’ultimo 31 dicembre consacrato a una delle cene clamorose con genitori, zii, nonni e cugini, piene di urla, di cibo unto fritto in portate straripanti, con le tavole apparecchiate su caprette nel lungo ingresso alla bell’e meglio, con le allegrie e i cattivi umori di coppia, i litigi tra noi ragazzi in continua mutazione psicofisica, i pro- blemi economici dei grandi che ci sfioravano appena: tutto presto si sarebbe dissolto, fino a sembrare quasi un sogno nei decenni a venire, in cui ognuno si sarebbe rinchiuso nella sua bolla di individualismo, entro nuclei familiari basici, o inesi- stenti.

Al rientro a scuola, l’anno prima, Musetta era sparita. Provai a chiedere in giro ma erano rimasti in pochi a conoscerla, e anche quelli della sua classe non avevano voglia di parlar- ne. Nell’unica riunione del Collettivo, quella che ne decise lo scioglimento, domandai alla squaw se avesse più visto la sua amica del cuore. Mi rispose che non era la sua amica del cuore, che da quanto ne sapeva era finita in una comunità a disin- tossicarsi, forse in Romagna ma non era sicura, lontano dalla nostra città per non ricadere in tentazione, e senza nemmeno pagare la sua quota di affitto.

Presto mi dimenticai nuovamente di Musetta.

Dunque, quella colonnina su una rivista musicale diceva più o meno così: «Ecco a voi il concerto dell’anno! Giunge in Europa per la prima volta il Boss del rock n’roll, ma niente Italia, troppo pericoloso il caos degli anni scorsi con le molo- tov nei palasport. Però all’Italia si avvicinerà, farà una data in Svizzera, a Zurigo. Noi vi proponiamo una notte col Boss: vi veniamo anche a prendere in autobus, da Roma faremo tappa in vari capoluoghi, imbarcheremo i fortunati e li porteremo dritti all’Hallenstadion, dove alle h. 7:00 p.m. dell’11 aprile prossimo si accenderanno le luci sulla E-street band». Il tutto, viaggio e biglietto, per una cifra che si aggirava intorno alle centomila lire. Qualche mese prima era uscito un nuovo disco del Boss, e questa volta addirittura doppio! Una cascata di inediti su ben quattro facciate: venti meravigliosi manufatti si aggiungevano, raffinati e levigati dal sound dei CBS Studios, al rozzo fascino dei primi lp (che nel frattempo mi ero procurato). Sulla copertina ancora il suo volto imbronciato in un bianco e nero formato tessera, niente giubbotto questa volta, ma una camicia a quadri che faceva un po’ Marlon Brando in Fronte del porto.

A quel tempo tutto era manuale o al massimo analogi- co: c’era un conto corrente su cui bisognava versare la cifra e tagliare poi la ricevuta per mostrarla al momento dell’im- barco; un numero di telefono di Roma (o di Milano?) per informazioni. La notizia circolò di bocca in bocca, tutti gli amici sembravano interessati: ci sarebbero stati una ventina di biglietti solo per noi? Con un unico bus a disposizione in tutta la penisola, o forse i bus potevano essere anche di più e corrispondere alle richieste? Quanto fantasticare al Bar Mad- dalena di fronte all’ennesima Ceres al rhum: come sarebbe stata la scaletta? Avrebbe fatto questo o quel pezzo? Eppure, al momento di recarsi davvero all’ufficio postale per compi- lare il bollettino, a meno di un mese dall’evento, si sfilarono quasi tutti, impediti a loro dire da cause di forza maggiore. Si rimase in tre: io, Rik e Jaco, i più devoti al culto del Jersey Devil, i soli disposti a perdere un giorno di scuola e a investire molto del tanto o poco che passavano le famiglie in quel pel- legrinaggio rockettaro.

I tempi stanno cambiando, diceva Dylan ormai quasi ven- ti anni prima: e cambiavano in meglio? Mah. Chi era quel tipo che avevano eletto presidente degli usa a gennaio? Un vecchio attore di B-movies con una faccia un po’ da pirla e, dicevano, con un frasario da asilo nido. Eppure, incredibil- mente, aveva fatto breccia nel cuore dell’americano medio con storielline e preghierine che agli yankees garbano sempre. Dio, patria, famiglia e ultraliberismo. Che differenza con l’America urbana del Boss, simile a una giungla d’asfalto, o con la sua provincia, dove era bello dichiarare il proprio amore a Sandy sotto i fuochi d’artificio del Jersey shore, nella desola- zione della crisi economica, la notte del 4 di luglio: brutalità e tenerezza come in un film di Scorsese…

Solo in Italia nulla sembrava poter cambiare: certo di cose ne succedevano, aerei di linea affondati in mare, stazioni sco- perchiate dal tritolo, e poi i soliti omicidi di giornalisti e magi- strati; e la politica, perennemente mandarinesca, opaca, triste: come esprimeva bene tutto ciò il volto giallognolo dell’attuale presidente del Consiglio, il millesimo forse generato da quel ventre umido e ripugnante chiamato Democrazia Cristiana.

L’appuntamento era a Firenze, di fronte alla stazione di Santa Maria Novella, alle sei di mattina dell’11 aprile. Ci ar- rivammo insonnoliti col primo treno dei pendolari, i panini dentro lo zainetto per il pranzo al sacco. Due autobus con incollati ai vetri gadget inequivocabili ci attendevano. Lì ac- canto ci accolse, consultando una lista, il responsabile, un tipo con gli occhialini tondi e i capelli a fusillo dall’accento roma- nesco: – Come ve chiamate? – Spuntò i nostri nomi e ci fece accomodare a bordo. Aspettavano solo noi? Forse i fiorentini erano stati più puntuali: che soddisfazione! Si era gli unici della nostra città ad avere l’esclusiva.

Sbagliato. Appena seduti ai posti che ci spettavano, dai finestrini vidi una silhouette inconfondibile avanzare di corsa nella piazza: Pamela Puggianti! Troppe volte l’avevo rimirata al corpo libero, con quel suo fisico da Bo Derek e Anna Maria Rizzoli messe insieme, con anche un pizzico della solita Edwige, per non riconoscerla ora, mentre agitava un braccio gridando – Aspettatemi! – e trascinandosi dietro una valigia rosa, spropositata per la nostra gita di un giorno. Aveva finito la scuola l’anno prima, certe voci me la davano iscritta a Economia, altre a Legge. Si era rimessa dopo l’uccisione del padre, aveva riacquistato tutto il suo inavvi

cinabile splendore. – Ma che ci fa una così a un concerto come il nostro? – disse Jaco, che si era accorto di lei, – quella è un tipo da disco-music o peggio da Festival di Sanremo.

Accaldata, le guance bionde ora un po’ arrossate, i Levis strettissimi e un golfino largo ma con una certa scollatura, Pamela apparve sul corridoio del bus. Rik, il donnaiolo del trio, le andò incontro salutandola, si beccò due bacini, ci ad- ditò a lei che salutò da lontano agitando entrambe le mani e indirizzandoci un ciao gentilmente liquidatorio. Ma anche Rik tornò poco dopo al suo posto: respinto. Ci raccontò che alla bellona viaggio e biglietto glieli pagava il fidanzato, un giovane professore della Bocconi conosciuto a un seminario fiorentino. Lui sarebbe salito a Milano e poi, dopo il con- certo, l’idea era di convolare insieme a Londra, per una ro- mantica vacanza. Io commentai acido: – Mai visto un boc- coniano amante del Boss! Lui è dalla parte del proletariato, uno working class hero… – Nessuno dei due ebbe voglia di annuire o controbattere.

L’autobus si mise in strada. Dai diffusori cominciò a usci- re della musica e non poteva essere che quella. Forse uno dei già mitici bootlegs di cui si favoleggiava: Live at Winterland o Pièce de Résistence, chissà. Al di sotto del velo sonoro era un caos di parlate del sud: qualcuno si era mosso anche da Napoli la sera precedente pur di aggiungersi alla carovana. Ci aspettava un lungo viaggio, con altre soste per imbarcare bolognesi e lombardi. Fuori portata la Puggianti, finita nella parte posteriore in una poltrona senza nessuno accanto, fu bello assopirsi con nelle orecchie una versione live di Mona, che avrebbe fatto ridere i veneti se ce ne fossero stati, e ri- svegliarsi con il basso di The fever in piena Padania, parola allora inesistente.

Otto

Quando il poliziotto di confine si mise a controllare il fron- te-retro della mia carta di identità, solo allora pensai alla pos- sibilità di uno stop: la burocrazia precisina degli elvetici po- teva frapporsi tra me e il Boss proprio adesso che il traguardo era ormai in vista. Ma invece tutti fummo vidimati e la bar- riera di Chiasso si sollevò amichevolmente lasciando libera la strada verso Zurigo.

E che puntualità: la nazione-orologio ci aveva fatto effet- to. Alle 18:00 eravamo già di fronte alla mole del velodromo e iniziammo ben presto a incolonnarci verso i settori a noi riservati. A farci da scorta erano comparsi degli Hells Angels, muscolosi barbuti tatuati proprio come al cinema, ma inno- cui, purché si stesse correttamente in fila, biglietto alla mano. Perdemmo di vista Pamela. A Milano si era ricongiunta al fi- danzato fighetto e, non si sa perché, loro furono gli unici a imboccare la via per la platea. Noialtri invece, io, Jaco e Rik, finito il percorso fummo stoccati in un settore aereo e late- rale, a una trentina di metri di altezza e a un buon centinaio dal palco. Disperazione! Avremmo dunque dovuto assistere al concerto della vita da un posto così infame senza nemmeno un binocolo per illuderci di essere più vicini?

A un dieci minuti dall’ora x, però, ci accorgemmo che i nostri nerboruti angeli custodi se l’erano data, spariti proprio! Tutti i settori e i corridoi interni, ad affacciarsi, erano sguar- niti. Sembravamo, io e i miei due amici, dei gattini da appar- tamento che trovano il portone aperto: un passo in avanti e un altro subito dopo indietro, paura e tentazione insieme. Tornammo dentro e il palco mi parve ancora più lontano. Era troppo. – Ragazzi proviamo a scendere in platea, ci sono delle sedie libere là in mezzo, dietro al bancone del mixer. – Jaco aveva verbalizzato il pensiero di tutti e tre. – Occhio che qui siamo in Svizzera – ribatté didascalico Rik, – se i bestioni tor- nano e ci bloccano si rischia di essere condotti all’uscita e zitti.

– Eppure, non c’è più nessuno, chi ci può fermare? – aggiunsi io – nel caso, comunque, possiamo sempre fare i finti tonti, dire che ci siamo persi e che chiediamo di essere riac- compagnati ai nostri posti. – Insomma, il magnete-Boss ci stava calamitando giù: sembravamo invisibili, di corridoio in corridoio, di scala in scala, ci ritrovammo a calpestare il parquet alla base del grande anello oblungo. Ora vedevamo gli strumenti pronti a essere manipolati, lì, a pochi metri, a grandezza finalmente naturale, e mentre io mi volgevo tutto fiero a guardare i pavidi rimasti lassù in piccionaia, le luci si abbassarono.

Nove

Buio e silenzio. Come se invece che dentro quel catino fossi- mo stati nella navata di una cattedrale. Poi un faro, un sempli- ce spot illuminò la parte centrale del palco; dal piccolo fascio emerse un volto, che da solo, in tono di preghiera, sussurrava versi ben conosciuti:

Early in the morning factory whistle blows, Man rises from bed and puts on his clothes,
Man takes his lunch, walks out in the morning light, It’s the working, the working, just the working life.

Più tardi, nella notte, mentre Rik e Jaco russavano esausti sulle poltrone davanti alla mia e il bus faceva lemme lemme il percorso a ritroso, ripensai a quell’attimo, e mi venne in men- te un libro letto a pezzi e bocconi l’estate prima, nelle lunghe mattinate dedite ai cannelli, Guerra e Pace. Mi ricordavo in modo confuso il momento in cui uno dei personaggi maschi- li, Andrej o Pierre, durante una battaglia, vede avvicinarsi a cavallo nella nebbia lo Zar Alessandro, e riconoscendolo ne è come annichilito, folgorato: è per lui un’apparizione sovran- naturale, l’incarnazione del potere su mandato divino. An- ch’io ormai preso dal torpore, seguii quell’immagine e la me- scolai con altre per libere associazioni: il popolo in estasi di fronte al delirio manicomiale di Hitler, il tripudio degli italia- ni beoti nel momento il cui il duce comunica la dichiarazione di guerra alla Francia. Essere figli della pace e del baby-boom postbellico, col suo portato consumistico, ci concedeva il pri- vilegio di divinizzare un cantante, invece che un dittatore, solo l’anno dopo avrei conosciuto una nuova forma di follia collettiva, nel momento in cui il triplice fischio decretava la vittoria ai mondiali e la canonizzazione di un’intera squadra di calcio.

Ma quelle strofe erano anche un ammonimento, e avreb- bero dovuto riportarmi là, nello stanzone, dove notte dopo notte passava nient’altro che una vita di lavoro:

La giornata è finita, grida la sirena della fabbrica, gli uomini varcano di nuovo i cancelli
con la morte negli occhi
e tu, ragazzo, farai meglio a credere che qualcuno soffrirà questa notte
è il lavoro, il lavoro, nient’altro che una vita di lavoro.

Scandita l’ultima parola nessuno ebbe il coraggio di ap- plaudire, di violare l’intensità del momento. Insieme alla voce si spense anche il piccolo occhio di bue: di nuovo buio e silenzio.

Pochi secondi.

Poi ci trovammo immersi nell’esplosione di una supernova.

Il palco invaso da un’onda di luce bianca, e dentro quel- la luce gravitavano i suoni della band, materializzatasi in una tempesta elettrica di fronte a noi, vera! E c’erano tutti, il tu- xedo rosso di Big Man, il basco di Miami Steve allora magris- simo, il drummig di Mighty Max e Garry W. al basso, che costruivano ritmo come esperti capimastri, e alle ali opposte il biondo Danny e professor Roy, a spalmare colori con le loro tastiere su quella tela fatta di suoni. Ora siamo tutti in piedi sulle poltrone, mentre dal sax si rovescia su di noi una cascata di diamanti, rubini e zaffiri, al culmine di Prove it all night.

Altro che flemmatica Svizzera! E chi se ne frega dei posti numerati: non passano altri due pezzi e ormai siamo entrati definitivamente in un’altra terra, sì, benvenuti in Brucelandia. Tutti accalcati sotto il trono-palco del piccolo sire di Freehol. Ricordo il concerto come un unico inesauribile momento d’a- more, di quello in cui corpo e anima si combinano in magica alchimia. Urlavo, sbraitando parola per parola canzoni stam- pigliate nella memoria, sempre più mézzo di sudore, saltando a braccia alzate insieme a centinaia di altri sconosciuti sudditi di quel reame meraviglioso, anche loro in trance come me.

Forse ci fu una pausa, in cui riprendemmo fiato senza ri- prendere coscienza, o forse fu un ininterrotto flusso di tempo che solo dopo avrei quantificato in più di tre ore e mezzo.

Ma quella notte non voleva finire: uno due tre bis, suppli- cati e concessi con la generosità di chi è giovane e innocente. E accadde proprio mentre il girotondo di Rockin’ all over the world faceva roteare tutto il palasport, lo trasformava in una portentosa giostra: notai nella calca uno che si agitava an- cora più degli altri, petto nudo e pugno chiuso ad accompa- gnare il suono, in equilibrio su una transenna a cinque metri dal palco. Esausto e madido, i lunghi capelli lisci appiccicati sul viso. Eppure, i suoi tratti mi dicevano qualcosa. Provai ad avvicinarmi, ad allungare il collo per migliorare la visuale in quella selva di corpi. Malgrado fosse nudo ebbi l’impressione di vedergli addosso un eskimo, e allora capii. Gusmano!

Cominciai a gridare il suo nome tra gli sguardi infastiditi dei miei compagni di poltiglia, cercai anche di avanzare verso di lui scavando un cunicolo in quel muro di carne. L’ennesimo bis stava terminando, fragoroso come un nubifragio, e senza bisogno di altre suppliche partì indiavolato il Detroit Medley. Tutti decisero che era bello estinguere le energie superstiti in quell’ultimo tour de force da pazzi e io, ora alle prese con due contrastanti violentissime emozioni, persi di vista Gusmano. Sbalestrato a forza di urti cadde giù dalla transenna, e si con- fuse nel buglione sottostante.

Un ultimo infinito finale. Tutti gli strumenti sparati al massimo e il folletto al centro che ancora piroettava con la chitarra-bacchetta magica. Poi il definitivo silenzio del suo- no, mentre i battimani continuavano, le voci arrochite del pubblico, reduce da ore di cori, non volevano saperne di ta- cere. Ma lentamente, infine, tacquero. Ognuno si abbracciava col vicino, alcune ragazze erano in lacrime: tutti eravamo fe- lici e stravolti come mai in vita nostra, senza voce, senza cena, con i vestiti inzuppati e appiccicati addosso. Sperai di incon- trare la Puggianti, magari in quel marasma bacchico ci scap- pava un bacio in bocca. Ma nulla. C’era però qualcuno che ci dava dentro anche in quell’atmosfera da post-coitum: sulle sedie della platea, ormai tutte vuote, una coppia pomiciava convintamente. Lui era seduto, lei, che vedevo di schiena, gli stava sopra con la gonna di jeans salita fino alle anche su i col- lant zebrati. Aveva i capelli rossi e verdi. Mi prese un ulteriore stranguglione perché guardandola di lato mi sembrò di averla di fronte, e pensai a Musetta e alla sua famosa asimmetria. Mi sarei avvicinato alla coppia con la sprezzatura di un voyeur ma sentii una voce e una stretta: – Go at the exit please! – Un Hells angel di due metri per due mi aveva arpionato gentilmente l’avambraccio, indirizzandomi verso le transenne che portavano all’uscita. Mi ritrovai imbottigliato in una fiumana di gente esaltata e sfinita.

Nei rari barlumi di lucidità mi tornò in mente anche Gu- smano e provai a cercarlo di nuovo, ma era davvero l’ago nel pagliaio: forse era stato un miraggio come nel deserto, un’il- lusione ottica in quel delirio di suoni e luci. Non ne parlai nemmeno con Jaco e Rik, che ritrovai all’esterno vicino al bus, anche loro ridotti all’osso dall’eccesso di euforia.

Dieci

Ho ripensato a quel tempo, alla Puggianti, a Gusmano, a Mu- setta e al concerto di Zurigo, in una recente notte senza sonno. Tutto per la notizia sulla home page di un quotidiano locale on-line: “Quarant’anni anni dal delitto Puggianti, quando la nostra città scoprì il terrorismo”. L’articolo rievocava l’omicidio dell’industriale, il fatto che fosse rimasto impunito perché l’uni- co colpevole, condannato in via definitiva da contumace all’ini- zio degli anni ’90, non era mai stato raggiunto dalla giustizia: si trattava di Gusmano Raineri. Quel nome, cancellato nella me- moria dai decenni, ha richiamato in vita anche i volti degli altri, e il fondale, la città col suo malsano centro storico color seppia, e la leggendaria notte all’Hallenstadion. Dopo, quante altre vol- te ho incontrato il Boss? Milano-San Siro 1985, Roma-Flami- nio 1988, e poi Genova-Marassi 1999, e infine Firenze-Campo di Marte 2003, in un anticlimax di intensità che mi ha spinto a evitare altri appuntamenti. Nel frattempo Big Man e Danny erano morti, segno che nemmeno il rock’n’roll può fermare la corsa degli anni e impedire l’arrivo della Nera Signora.

Ma che ne era stato di Gusmano? Ormai preda di quel turbinìo temporale ho digitato il suo nome su Google: dall’oceano limaccioso del web sono affiorate alcune voci, e addirittura una pagina su Wikipedia: Gusmano Raineri, ter- rorista italiano. C’erano i suoi dati anagrafici, la sua biografia parlava di contatti col mondo dell’Autonomia e del terrori- smo. Infine, dopo il delitto Puggianti, di cui rimane l’unico accusato e condannato, la lunghissima latitanza priva di no- tizie. Solo alcune illazioni, che il compilatore aveva tratto da articoli di quotidiani e blog: certe fonti parlavano di una sua conversione al buddismo Mahāyāna e del fatto che da anni sarebbe in Nepal, dedito alla meditazione nella quiete di un monastero; altre testimonianze rimandavano alla Legione Straniera: in particolare, due turisti fiorentini dichiararono alla «Regione» di aver conosciuto un legionario, rasato a zero, con vari tatuaggi sui bicipiti palestrati, durante una va- canza in Congo con Avventure nel mondo. Questo soldato, che parlava con un accento chiaramente toscano, chiese loro se avessero notizie del processo per il delitto Puggianti, di cui però i due giovani non sapevano nulla, era il 1997. Il gior- nalista colombiano Yerry Martinez, nel suo libro-inchiesta Del terrorismo rojo a los Narcos, afferma che il celebre tycoon Reynaldo Guzman, emerso negli anni ’90 come impresario nel campo musicale, grazie all’appoggio, pare, di alcune fa- miglie legate al narcotraffico, altri non sarebbe che il giovane italiano condannato per omicidio, così abile da rifarsi una vita e una identità in Colombia. Di Martinez si dice anche della misteriosa sparizione due mesi dopo l’uscita del suo li- bro, di cui per altro Amazon dichiara la non disponibilità al momento.

A quel punto, circondato da ipotesi così fantasmatiche, come se vari Gusmani, resi irriconoscibili dai colpi d’ascia e di pialla del tempo, fluttuassero intorno alla mia postazione computer, anch’io sono stato preso dalla smania di far sapere a qualcuno dell’apparizione zurighese.

Si sa che è facile modificare o arricchire una voce di Wikipedia, e così ho scritto questa aggiunta: A detta di un testi- mone attendibile Gusmano Raineri, grande appassionato di musica rock, fu visto per l’ultima volta l’11 aprile 1981, tra il pubblico del concerto all’Hallenstadion di Zurigo…

Inutile dire che poche ore dopo il mio inserto è stato cassa- to dagli occhiuti Guardiani dell’Enciclopedia. L’accusa, non immotivata, essere privo di fonte.

Gli altri personaggi di questa storia non sono così famosi da meritare una voce su Wikipedia. Ma il web è grande e buo- no, e permette a tutti l’illusione della celebrità entro la nicchia narcisistica di un social network. Ho aperto Facebook e digi- tato Pamela Puggianti. Un solo risultato. Nell’immagine di copertina c’era un tessuto istoriato all’orientale, tra le foto una ragazza con su un cappello da laureata di fresco e un diploma sigillato in mano: era lei, bellissima! No, impossibile, all’epoca nostra non c’erano i telefonini che tutti invece usavano per fo- tografare la neodottoressa. Sullo sfondo, però, un’elegante si- gnora biancovestita, con uno splendido ovale appena segnato da qualche traccia di tempo: eccola! Allora perquisisco tutta la pagina, foto informazioni post, ricostruisco in breve la sua (auto)biografia di donna felice, che è rimasta nei quartieri alti della società entro i quali era nata, con una figlia che è la sua immagine di trenta anni fa. Come mestiere leggo interior de- signer: – È il suo – mi dico.

Ormai dalla finestra spuntavano le prime luci dell’alba, ma restava ancora Musetta.

Con quel nome non c’erano pericoli di omonimie. Ho trovato anche lei: anche lei come la Puggianti rimasta al suo piano nell’edificio socio-economico, parte di quel proleta- riato che oggi non esiste più come classe omogenea, dotata di identità, ciò che resta è solo la durezza del viverci dentro. È ancora bella con indosso i suoi cinquant’anni, per niente segnata dagli eccessi della giovinezza. Indago, un po’ vergo- gnandomi del mio voyerismo da insonnia: vive a Sant’Arcan- gelo di Romagna, non lontano da quella San Patrignano in cui la inviarono i genitori dopo il risveglio dall’overdose. Lavora come OSS in un ospedale pubblico, è ancora comunista, e leggo post pieni di passione scambiati con i nostri compagni di allora. Non si capisce se ha una famiglia, a volte compare in foto con un ragazzino, più spesso con un bel bastardone dal manto bruciato a cui pare molto affezionata. Musetta. Inton- tito dal torpore del mattino, quasi commosso per tutti questi incontri inaspettati, sto per chiederle l‘amicizia e inviarle un messaggio: – Ciao Musetta, ti ricordi di me? Una volta, mol- to tempo fa, ti ho salvato la vita! – Ma poi chiudo la pagina e spengo il computer. I decenni mi avrebbero reso irricono- scibile in foto, e soprattutto: le avrebbe detto qualcosa il mio nome, dato che forse non lo sapeva nemmeno allora?