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Il ragazzino, il Gringo e il re

Ecco il primo capitolo della raccolta di racconti di Maurizio Tempestini.

Il libro uscirà ufficialmente il 25 ottobre ma è già partita la prevendita sul nostro sito: approfittatene per avere in omaggio la versione ePub subito scaricabile!


Il ragazzino, il Gringo e il re

A Nick Becattini

Che rabbia quella volta! Tempo fa in tv c’era una trasmissione a quiz di grande successo. Un conduttore grassoccio e simpatico cominciava a fare domande sceme ai concorrenti, tipo – Quanti sono i punti cardinali? – e loro dovevano scegliere una risposta esatta su quattro. Poi quelli bravi, coloro che nelle serate con gli amici vincevano sempre al Trivial Pursuit, si sentivano rivolgere quesiti via via più difficili e meglio pagati: l’esito era scalare la vetta del sapere fino alla cima da un milione di euro. Ma non ci arrivava quasi nessuno. Ora capitò che una tizia così così, di gradino in gradino ascese davvero all’ultima quaterna di possibili risposte. Ricordo benissimo il groppo in gola del presentatore, i lucciconi dalla concorrente, i
suoi tentennamenti prima dello stucchevole – L’accendiamo?
– Che cosa voleva sapere dunque il mieloso personaggio per sganciare una barcata di quattrini in gettoni d’oro? Semplice: il mestiere di Albert King. Si era intorno alle 20:00, milioni di italiani con la forchetta a mezz’aria attendevano ignari, ancora non c’era quell’oggetto mostruoso chiamato smartphone, uccisore tra l’altro di ogni telequiz. Solo io, passando per caso di fronte al video mi misi a smadonnare: – Ma porcozzio! Questa sarebbe una domanda da un milione di euro? Ma se io di Albert King posso recitarvi il testo di una decina di canoni, imitare alla bell’e meglio il suo stile chitarristico, canticchiare rauco come faceva lui, distinguerlo dagli altri due King del blues, B.B. e Freddy, citando gli album migliori e quelli da evitare, e poi raccontarvi anche una storia incredibile grandiosa e tragica che mi capitò anni fa. – Eccola.

Lo chiamerò il Kid, ed era davvero un ragazzino la primavvolta che lo vidi. Abitavamo in due città vicine, separate da qualche paesotto pieno di capannoni industriali e rivendite di mobili, e, nel mezzo, da ettari ed ettari di vivai, milioni di piante ornamentali destinate spesso a finire lontano, magari ad abbellire i giardini di un cummenda o di uno sceicco o di qualche texano. Così si erano riconvertiti negli anni ’50 i contadini della città del Kid, trasformandosi in imprenditori di successo grazie a talento e pesticidi. La mia città invece era tutta un fumare di ciminiere, e un tuonare di telai, le gore scorrevano verso la campagna con le loro acque viola di tintoria, e dentro ci sguazzavano ranocchi mutanti e bisce al fosforo.
Impazzava a quel tempo il Punk: capelli verdi o rossi, spille, maledettismo, vomito, autodistruzione, fuck the power etc.
Io però ero troppo provinciale per farmi piacere i Sex Pistols o i Dead Kennedy e allora mi buttai sul blues, una specie di musica classica del rock, con artisti già santi e altri in via di canonizzazione: c’era, insomma, solidità, anche tradizione, ma il genere era di nicchia e faceva diverso e strano quanto doveva bastare a un diciottenne poco permale come me. La selezione tra gli amanti del blues nasceva dalle dannate twelve bars, la ripetitività delle dodici battute portava alcuni all’estasi altri alla narcosi. Io ero saldamente nella prima schiera. Con altri amici mettemmo su un gruppetto, una classica band di liceali, poca tecnica e molti sogni: armonica e voce, chitarra, piano, basso e batteria. Insomma, una formazione da blues elettrico urbano, quello che chiamavano Chicago Blues. Si cominciò a suonare nell’estate in alcune feste dell’Unità, seguiti da compagni di
classe, conoscenti, sparuti genitori: era grassa se a fine serata, compilato il borderò e smontato l’impianto, venivano fuori trenta/quarantamila lire a testa. Ci guardammo intorno: Firenze era troppo fighetta per interessarsi a noi, qualcuno però ci disse che dall’altra parte della piana si esibivano dei tipi che sembravano noi in fotocopia. La città dei vivaisti era più a nostra
misura. Uscì fuori un numero di telefono e così contattai i nostri compagni di blues: dall’altra parte del filo rispose il Kid.
Dopo le presentazioni il nostro primo argomento furono le chitarre, se ne parlò come fossero donne: – Io ho una 335 bordeaux – diceva lui – mi piace il suono di una semiacustica anche se mi hanno sempre tirato parecchio le Fender Stratocaster – io gli rispondevo: – Sono un po’ stufo della mia Les Paul Custom, ha un suono troppo invadente, io vorrei una Gibson a cassa grande, per poter jazzare giocando coi volumi…
Poi lo incontrai di persona. Il Kid era un aquilotto: un ragazzino
ossuto, affilato, tutto riccioli, di poche parole ma con uno sguardo che parlava, di pochi sorrisi ma dalla sincerità incorporata, incapace fisiologicamente, me ne accorsi subito, di menzogne e dotato di artigli robusti se c’era da farsi valere.
Ci vedemmo per una birra non ricordo in quale città, se la sua o la mia, ma in quell’occasione spuntò l’ipotesi Toga Party: tutti e due avevamo visto Animal house. In uno di questi paesotti borderline, luogo inclito per la produzione di cucine, divani e camere da letto in truciolato, trovammo un generoso circolo arci. Niente compenso ma anche niente affitto della sala. Dunque si andò in scena: e fu una serata mica male! Prima l’esibizione dei due gruppi separati e poi una lunga jam-session finale con tutti dentro a far caciara gridando Got my mojo workin’. Le ragazze, le più sve lie almeno, con quei lenzuoli addosso cuciti dalle nonne tivedo-e-non-ti-vedo, facevano parecchio gola, i maschi erano già sbronzi alla fine del primo set e ballavano con la stessa eleganza di gorilla affetti da artrite, reggendo in mano un cubalibre o la ventesima lattina di birra. Insomma, un successone.
Verso le tre di notte, finito di ripiegare i cavi e di riporre gli amplificatori nelle auto di chi aveva già la patente, il Kid mi parve però un po’ scuro in volto.
Mi spiegò il motivo di quel disappunto quando ci si rivide, la settimana dopo, con lo scopo di pianificare altre date: – Io ci sono rimasto male, mi sono reso conto sentendo voi quanto siamo indietro noi, e anch’io, quanto ho da imparare, da te…
Che scarica di autostima! Il Kid che mi faceva complimenti sinceri, anzi si spassionava rivelandomi la sua scontentezza riguardo a suono, tecnica, personalità.
Mi disse anche altre cose, seduti su una panca del Cappellaio matto, quel bar in mezzo a un piazzale erboso vicino al centro della sua città:
– Sai, io non ho intenzione di iscrivermi all’università come vorrebbe mio padre, per me nothing but the blues, sarà dura ma ce la devo fare… intanto c’è da migliorare con la chitarra, studiare. Poi in futuro non intendo ammuffire qui, me ne andrò in America, magari a Chicago.
Tornai a casa tutto contento. Facevano effetto i complimenti del Kid: io mi sarei laureato e avrei continuato a suonare il blues. Tra le due cose avrei scelto strada facendo; il Kid era simpatico ma un po’ troppo invasato anche per me, e poi andare in America! Beh, sognare non costava nulla e anche lui poteva farlo, ma rischiava poi di risvegliarsi con un pugno di mosche.
L’università invece aveva le sue rette belle salate, per questo cominciai a fare il barista serale/notturno nella Casa del popolo del mio paese. Entravo alle 21 e smontavo a un’ora indeterminata della notte, in genere verso le 2. La gente andava e veniva. I vecchi passavano per l’amaro dopo cena e poi si tuffavano in una delle tante stanze a giocare a briscola o ramino.
Uscivano puzzolenti di fumo dopo ore, con le bevute da far pagare ai perdenti. Lo stesso dicasi del biliardo. I più giovani, tra cui anche miei compagni delle elementari mai più rivisti da allora, arrivavano con camicie bianche, tutti profumati e grondanti brillantina, ordinavano un caffè o un ammazzacaffè e poi erano pronti per la discoteca o, a volte e in gruppi più piccoli, per andare a puttane. Espletato il tutto, tornavano a fare chiusura raccontandosi le prodezze sotto le stelle, mentre io, in genere ignorato, finalmente tiravo giù il bandone.
Di solito passavo le lunghe ore morte della serata rannicchiato a leggere il Don Chisciotte vicino alla postazione del caffè, mentre dall’altra parte qualche malato del videopoker, già allora sterminatore di stipendi, si appiccicava a una macchinetta succhiasoldi. Proprio nel vuoto di quelle notti feci amicizia con Gringo. In realtà si chiamava Lohengrin, per
colpa di suo padre che aveva qualche rudimento di musica; il nomignolo invece, oltre a essere una corruzione del nome, si giustificava per il suo aspetto: sulla quarantina, allampanato, scuro e ricciuto, con la barba mai a posto, una voce grave che per la verità usava pochissimo data la sua riservatezza, insomma somigliava un po’ ai personaggi degli spaghetti western che andavano di moda negli anni ’70. Gringo era la quintessenza
della solitudine. Eppure, circolava di casa in casa, rispettato da tutti per la sua educazione e perché il lavoro di antennista, in quel paese di semianalfabeti, faceva quasi intellettuale. Era l’epoca del passaggio dal bianco e nero al colore: il telefono di Gringo squillava di continuo: righe verticali sul video, canali spariti, i volti tv deformati da curvature dell’immagine etc.
Lui accorreva con la sua Fiat 127 color senape e con abilità e pazienza risolveva il problema. In fondo non era male, Gringo, anche fisicamente, eppure mai visto con una donna. E non c’erano indizi che avesse saltato il fosso: nessuna effeminatezza in lui, solo il deserto degli affetti. Molto spesso arrivava al circolo verso le 23, nell’ora più lunga e lontana dalla chiusura, salutava e chiedeva una china calda. Io lo servivo a volte tentando di iniziare una conversazione, ma lui rispondeva gentile senza rilanciare. Dopo aver pagato si sedeva su un divanetto vicino al muro: dalle stanze da gioco giungevano rarefatte le liti per una carta sbagliata, o il tac di chi tentava uno sfaccio. Il rumore di fondo dell’elettricità forse rilassava Gringo perché inevitabilmente, dopo pochi minuti, si metteva le mani dietro
la testa e cominciava a dormire. Al momento del risveglio, sempre brusco perché qualcuno in uscita o in entrata gli faceva per scherzo un abbaione, si alzava borbottando e senza una parola spariva nella notte.
Una volta fu chiamato dai miei a ripristinare la funzionalità dell’antenna, scassata da uno spregioso fulmine primaverile.
Armeggiò una mezzoretta con fili e forassiti, silenzioso come al solito. Dato che c’era gli chiesi un consiglio sulla puntina dello stereo, rifinita a forza di girare in tondo. Bofonchiò qualcosa dicendomi di passare da lui che forse ne aveva una usata ma quasi intatta. Nel frattempo, gettava lo sguardo intorno alla mia camera, sul letto c’era appoggiata la Gibson col jack penzoloni, vicino al piatto vari dischi e cassette di blues ammucchiati disordinatissimamente.
In quell’anno 1980, poi, nella patria dei contadini-vivaisti era arrivata l’America. Qualcuno, non si sa perché, pensò che se a Montreaux, cittaduzza bellina per carità, e ricca, facevano da anni un festival Jazz di livello internazionale, si poteva provare qualcosa del genere anche nel capoluogo più ingiustamente sconosciuto della famosa Toscana. Però diversificandosi: col blues. Insomma, all’inizio di giugno si cominciarono a vedere in giro manifesti che facevano venire l’acquolina in bocca a me a al Kid: Fats Domino, Alexis Korner, Mighty Joe Young, B.B. King, Muddy Waters. Era una manna, un crescendo rossiniano, l’apoteosi della musica del diavolo. In tre giorni centinaia di dischi e cassette da noi suonati e risuonati per carpirgli il segreto delle dodici battute misero su carne e ossa: il meglio dei viventi in blues approdò in piazza del duomo.
C’era il rock ‘n’ roll nero, quello che, in combutta coi bianchi alla Elvis, aveva reso ballabili i lamenti dei raccoglitori di cotone nel Mississippi; poi gli inglesi bianchi, gli ex ragazzini degli anni ’60, innamorati dei dischi che arrivavano via mare dagli usa: grazie a loro una umile race music, sconosciuta al di fuori dei localacci di Chicago ovest, era diventata la colonna sonora di una generazione, e certo l’avevano anche un po’
vampirizzata, quella musica, facendo un mucchio di quattrini che i vecchi maestri vedevano col lumicino. Ma soprattutto il finale era da non credersi: i due giganti assoluti entrambi nella storica piazza a distanza di qualche ora. Il divino Blues Boy, l’inventore della chitarra solista, il più imitato di tutti, l’uomo che odiava gli accordi ma amava di vero amore la sua Lucille, fidanzata a sei corde; e infine Acque Fangose, la voce di roccia, il fisico di un re africano tagliato con la scure. Ci guardava delirare coi suoi occhi umidi di anziano che ne aveva viste di tutti i colori, quasi incredulo di tanti osanna mandava baci con le sue mani callose, volgendo il suo ovale sorridente intorno dal palco. Osservava forse, nel bagliore dei riflettori, quella piazza di vecchissime pietre. Non avrebbe mai pensato di vedere migliaia di bianchi in piedi ad applaudirlo, in un paese sconosciuto, quando da bambino sguazzava nelle acque del Grande Fiume e viveva in una capanna di latta e legno marcio.
Finito il concerto io e il Kid tirammo le ore piccole, come al solito a fantasticare di blues e di futuro mentre le dodici battute ci risuonavano ancora nelle orecchie.

Intanto continuavo a stare dietro al bancone, e una sera, mesi dopo, verso le 23 ecco arrivare come al solito Gringo.
Io già ero partito con la china calda (ormai andavo a memoria con i clienti). Lui però era stranamente sveglio, bevve il liquore, poggiò il bicchiere. Mi aspettavo di vederlo poco dopo dormiente sulla poltrona dirimpetto. Invece rimase in piedi di fronte a me, con un mezzo sorriso di imbarazzo sulle labbra. Addirittura borbottò qualcosa: – Tempo fa, quando sono venuto a ripararvi l’antenna, ho visto una chitarra… in paese dicono che sei bravo.
Non capivo dove volesse arrivare.
– Beh, più che bravo, strimpello, però mi diverto… è un hobby come un altro, a me per esempio non interessano i motori, né vado a caccia come fanno tanti – mi schermii come sempre mi capitava quando ritenevo l’interlocutore troppo estraneo al mio punto di vista. Poi però Gringo mi stupì.
– A me da bambino mio padre, che suonava il clarino nella banda, mi regalò una chitarra. Avevo anche imparato a fare qualche accordo, poi… insomma mi daresti qualche lezione? Quella chitarra da qualche parte in soffitta ce l’ho ancora, forse cambiando le corde…
Rimasi basito ma, lo confesso, anche un po’ lusingato: avere addirittura un allievo!
– D’accordo, proviamo. Però io posso darti solo dei rudimenti, farti fare i primi passi, poi, se ti interessa sul serio, dovrai continuare con un professionista.
Per la prima volta da quando lo conoscevo, a Gringo riuscì di fare un sorriso vero, luminoso addirittura, e anche quel suo incarnato smorto mi parve accendersi di un po’ di sangue.
– Grazie! Ti chiedo però un altro piacere: io venire a casa tua con la chitarra no… mi imbarazza troppo, ti dispiace se facciamo da me? Naturalmente pago il disturbo, oltre che la lezione. – Abitavo a non più di due chilometri dal Gringo, non era un problema per me insegnare in trasferta.
Quel fine settimana avevo un concerto col Kid, nel frattempo le nostre due band si erano fuse, in un posto in culo al mondo chiamato Battifolle, dove era nato da poco un locale dal nome promettente, Hoochie-Coochie bar. Gli raccontai scherzando del mio studente fuori corso, e lui mi disse di averne ormai parecchi di allievi: in quel modo si sosteneva, così rintuzzava i malumori in famiglia per non aver voluto continuare gli studi dopo la maturità.
La prima lezione dal Gringo fu abbastanza deprimente.
Intanto la sua più che una casa era uno spazio sottratto e adattato al laboratorio di antennista: con due tramezzi in cartongesso aveva tirato su cucina e camera da letto, e queste due stanze erano grigie e scabre come il loro proprietario, ma pulite – La signora del piano di sopra mi dà una rassettata ogni quindici giorni – borbottò.
La sua chitarra aveva una trentina d’anni, era una Merida dal manico così imbarcato che l’accordatura non reggeva per più di due pennate. – Mi sa che nel Sessantasei, quando venne l’alluvione, finì sott’acqua, da allora in poi non l’ho più usata.
Gli prestai la mia e lo misi per tutta la lezione a suonare le corde a vuoto col plettro, cercando di fargli imparare almeno le note. Silenzioso e serio compitò alla bell’e meglio quel noiosissimo esercizio.
Intascai le quindicimila lire pattuite e mi dicevo che le nostre lezioni sarebbero finite lì, ma lui, nell’aprirmi la porta attraverso il deposito di vecchi televisori morti, mi chiese –
È così difficile quella musica che suonate voi? L’anno scorso ho sentito il concerto alla Festa Medicea del Poggio… mi piacerebbe imparare il giro di blues, pensi che ci potrò mai riuscire?

Gli risposi ottimista – Certo! Secondo me se ti impegni
sul serio in un paio di mesi sarai in grado di suonare il Gringo’s blues! – e gli detti un buffetto di saluto.
Cominciai a fare esami all’università, sempre però passando il mio tempo più a suonare sui dischi che a studiare sui libri. Intanto Kid andava forte. I nostri concertini continuavano, ma lui smaniava altre avventure. Una volta finimmo addirittura a Milano, in un locale vicino ai navigli. Noi ce la facevamo un po’ sotto, come avessimo scritto in fronte “ragazzini provinciali”, ma il Kid quando c’era da giocare duro dava il meglio, e fu lui con i suoi assoli che salvò la serata. Alla fine, vidi anche qualche bigliettino con numero di telefono scivolargli tra le mani: aveva fatto colpo sui presenti, e tra loro c’erano musicisti di livello, nomi letti tante volte sulle fanzine stampate col ciclostile a cui eravamo abbonati.
Gringo non mollò subito come avevo creduto. Per motivarsi mi chiese di accompagnarlo in città a comprare un nuovo strumento. Optò per una acustica folk, più adatta a uno come lui che voleva imparare il giro di blues. Si andò avanti per circa sei mesi, una lezione la settimana, a volte ogni quindici giorni: l’allievo comunque progrediva anche se non era
un fulmine di guerra. Spesso, mi confessò, non usciva più la sera per studiare qualche accordo, per allenarsi al barré. Gli prestai anche parecchie cassette, di quelle che ci scambiavamo io e il Kid per condividere i nostri sparuti dischi; del blues che piaceva a noi se ne trovava poco nei negozi di vinile, giusto qualche grandissimo ogni tanto sbucava nello scaffale dei
jazzisti, forse per il colore della pelle, e perché jazz o blues, tanto…
In poco più di un anno il Kid era entrato nel giro che conta. Ormai si spostava di continuo a Milano e lasciava ai concerti dalle nostre parti le briciole del suo tempo. Non mancarono screzi, ma chi avrebbe rinunciato a lui? Con quella tecnica che cresceva di giorno in giorno e ormai spaziava
anche in altri generi affini (swing, manouche, fusion…). Da local hero, con un gruppo di milanesi, salì anche sul palco del festival blues vivaistico, che ormai aveva acquisito galloni di nobiltà da far invidia a Montreaux. A proposito di invidia: mi era capitato di vedere Amadeus. Bel film, d’accordo, ma il disagio addosso con cui uscii dalla sala non seppi spiegarmelo
che ascoltando il mio amico al centro della sua nuova sua band. Io ero Salieri, lui era Mozart! Anzi a me del primo non era toccata neanche l’immeritata fama. Una cosa però ci univa, la consapevolezza della nostra mediocrità. Insomma, sì, un mediocre inconsapevole vive consolandosi, e prendendosela col mondo che non apprezza il suo talento. Il nostro talento,
mio e di Salieri, consisteva nel saper riconoscere di non averne.
Cominciai a odiare la chitarra come un’amante frigida che non si concede.
Smisi di fare il barista perché ora potevo sfangarla dando ripetizioni private. Alla mensa dell’università avevo conosciuto una ragazza che studiava economia e dopo qualche uscita preliminare ci mettemmo insieme, così lei mi introdusse nel suo giro fiorentino. Smisi anche di vedere Gringo. Negli ultimi mesi le nostre lezioni si erano trascinate sempre più alla stanca: ormai era in grado di fare il giro di blues in ogni tonalità,
altro non pareva interessargli. Prima di perderlo del tutto di vista, però, gli telefonai per riavere indietro dischi e cassette che nel tempo gli avevo prestato. Mi rispose come al solito coi suoi bofonchi, invitandomi a passare da lui quel giorno stesso dopo le sette di sera.
Trovai la sua casa molto peggiorata. Ormai le tv rotte o in riparazione, le pile degli stereo guasti, le forassiti acciambellate come serpenti invadevano i due locali adibiti al suo poco mangiare e al dormire governato dalla chimica. Forse mi lesse in faccia un moto di pena, perché se ne uscì con giustificazioni non richieste – Purtroppo la signora del piano di sopra è all’ospedale e perciò vedi questo gran casino. – Vicino e sopra al letto (disfatto) c’era il mio materiale, insieme alla chitarra.
Lui capì che quello poteva essere l’epilogo della sua carriera di musicista, infatti dopo aver messo in una busta di plastica la mia roba si sedette sul letto, prese la folk e, senza guardarmi in faccia, cominciò a pizzicare le corde assai lentamente. Faceva accordi pieni, in prima posizione, molto scolastici, la solita sequenza tonica-quarta-quinta. Lo osservavo incuriosito
e anche ammirato per quella inattesa esibizione, che doveva costargli, a lui orso totale, uno sforzo immane. Poi cominciò a mormorare qualcosa che infine si tradusse in parole, le leggeva sulla copertina di un disco in bilico sulle ginocchia.

Trouble in mind, I’m blue
But I won’t be blue always
Yes, the sun gonna shine
In my backdoor someday
I’m gonna lay, lay my head
On some sad, old railroad iron
I’m gonna let that 2, 2:19
Pacify my mind
I’m trouble in mind, baby you know that I’m blue
But I won’t be blue always
Yes, the sun gonna shine
In my backdoor someday


Riconobbi un vecchio standard in otto battute nella versione di Lightnin’ Hopkins.
Quello di Gringo era un inglese appreso nei tre anni del professionale, improbabile, così come le dita inciampavano spesso nel poggiarsi a formare i tre banali accordi, eppure c’era un tale dolore in quella voce che mi vennero le lacrime agli oc chi. Alla fine, ebbi voglia di abbracciarlo ma allo stesso tempo di rompergli la chitarra sfondando la parete di cartongesso.
Anche Gringo, semianalfabeta musicale, era un bluesman migliore di me.
– Devo ancora lavorarci su – disse lui finito il pezzo – d’altronde il mio concerto si apre e si conclude qui…
– No, è perfetto così, non cercare di migliorarlo – gli risposi.
Cambiò discorso mentre mi accompagnava alla porta: –
Ho saputo che hai smesso col servizio al circolo, al tuo posto hanno ripreso Taddeo, è in pensione ma si è reso disponibile.
– Sì, ne avevo abbastanza di serate interminabili a servire il Ferrochina ai buzzurri del paese, mezzo accecato da quei neon… ora sto parecchio a Firenze, sai lì c’è molta musica, un sacco di concerti, da fare e da ascoltare – gli risposi pavoneggiandomi per la mia vita da universitario in fuga da quel mortorio di periferia.
Nel momento di stringergli la mano Gringo mi chiese un’ultima cosa: – Senti, se capita un concerto che davvero non si può perdere, mi ci porti? Tra poco ho cinquant’anni, e ho visto solo le orchestrine di liscio al circolo.
– Come no? Per il prossimo festival blues vivaistico si parla di grandi nomi… ti avviso in tempo, così ti liberi da tutti gli altri impegni. – Non mi risparmiai nemmeno questa uscita acida, tanto livore e ammirazione mi si azzuffavano dentro.
Di lì a poco la band si sciolse. A un certo punto si presenta davanti un bivio e bisogna andare da una parte o dall’altra. Alcuni scelsero di legarsi definitivamente alla musica, con tutto quello che ne derivava (instabilità economica, assenza di garanzie in vecchiaia, disponibilità a spostarsi anche all’estero per cercare fortuna col proprio strumento…), altri, come me, seguirono il principio di realtà e diventarono adulti, avviandosi verso professioni “serie”. Cambiai il manico della 335 con quello di una racchetta da tennis: il mio futuro suocero, brillante avvocato, si dilettava a battermi ogni fine settimana, dopo il pranzo in veranda nella sua villa a Fiesole.
Certo, quando capitava una jam session in zona non mi tiravo indietro. Ogni tanto il Kid veniva ancora dalle mie parti, ormai omaggiato come un Maestro, una star di nicchia, con un curriculum di dischi e collaborazioni che cresceva di giorno in giorno. Ci incontravamo poi, come per rinverdire
un’antica tradizione, ogni anno durante la settimana del blues festival vivaistico. Quando a lui non capitava di essere in tournée ci ritrovavamo, come da ragazzi, sotto al palco, dove avevamo sognato insieme ormai parecchio tempo prima: di quei sogni, riflettevo dopo guidando verso casa nella notte, lui ne aveva realizzati un bel po’. Mai mi venne in mente, ogni volta che tornava luglio, di passare a casa di Gringo, mostrargli due
biglietti e invitarlo la sera con me, a sentire qualcuno degli ormai rari Grandi Vecchi in concerto.
Me ne ricordai però una volta. Quell’anno c’era un gran subbuglio tra i tifosi delle dodici battute: uno dei tre re, Albert King, era in tournée europea e sarebbe salito sul palco di piazza del duomo. Anch’io, ormai laureato e senza nemmeno più i calli alle dita della mano sinistra, ebbi un ritorno di fiamma. Tante volte avevo visto e sentito in concerto il re dei
re, B.B., mentre purtroppo Freddy, il grassone texano, l’uomo di Hideway e di The stumble, saccheggiato da quel tossico di gran talento chiamato Manolenta, era morto nel 1976, senza mai mettere piede nel nostro stivale. Albert invece era ancora vegeto e attivo. Ricercai la cassetta di Live Wire/Blues Power e mi feci nuovamente travolgere dallo spessore caldo di quelle note scagliate dalla sua Gibson a forma di freccia. In più, un’incredibile notizia si diffuse nella settimana che precedeva il concerto: al King mancava il secondo chitarrista, il suo si era beccato un’ulcera perforante dopo la data di Amburgo, la prima della serie. Urgeva dunque trovare un sostituto per l’esibizione italiana, e se costui funzionava poi il re se lo sarebbe portato appresso per il resto della tournée europea, a riscaldare col blues il grande nord baltico e scandinavo. Fu scelto Kid. Non lo vedevo da più di un anno ma lo cercai subito al telefono. Fu cordiale e mi invitò ad andare dietro il palco, alla fine, per fare due chiacchiere col sovrano d’ebano, di cui lui stava per diventare vassallo per una notte e forse più.
Ripensai a quella vecchia preghiera di Gringo, che ogni tanto ancora incrociavo con la sua scassata 127 color senape, magrissimo e con i capelli imbiancati, nei suoi tragitti quotidiani verso i tetti dei clienti. Ma rimandai l’invito fino al giorno del concerto. Lo chiamai al telefono all’ora di pranzo e non mi rispose, quindi la sera, prima di puntare verso la città del Kid, mi fermai a suonare alla sua casa-laboratorio. Era una sorpresa e pensai che mai si sarebbe concesso uno stravizio simile, senza nemmeno un po’ di preavviso per farci l’abitudine.
Ma volevo stanarlo, metterlo di fronte alle sue inibizioni, vedere se ce la faceva a rompere la gabbia nella quale si era rinchiuso anni e anni prima. Gli avrei detto – Ehi Gringo, il concerto imperdibile è arrivato, inizia tra due ore, dunque molla per una sera codesta vita da monaco e sali in macchina.
– Il citofono restò muto. Assente anche l’auto nel piccolo parcheggio di fronte. Mi misi l’anima in pace pensando a uno straordinario sul lavoro e convenni con me stesso sull’incorreggibilità del Gringo.
Quello di Albert King era il set di chiusura e iniziò alle 23:30 circa, col pubblico già ubriacato da tre ore di musica.
Il vecchio re spuntò dal palazzo pubblico che fungeva da retropalco, altissimo, tutto gambe, ricordava un trampoliere o una cicogna, in gessato grigio e pipa accesa in bocca. Naturalmente a fedele Gibson Flying Arrow era con lui, a tracolla, puntata verso il pubblico. Gli altri musicisti, secondo il solito, l’avevano preceduto con un siparietto introduttivo. Tra loro sbucò anche il Kid, infagottato in un giubbotto di jeans, quasi nascosto dalla sua 335: unico bianco in un gruppo per il resto all-blacks. Si mise alla sinistra del palco, in disparte, era così esile che sembrava un disegno animato, un soffio di quel vento caldo che ora si alzava sulla piazza avrebbe potuto farlo
volare sul culmine del campanile a lato.
Il vecchio re cominciò a smanettare da mancino intorno alla sei corde. Erano sei corde montate secondo regola, cioè una chitarra normale semplicemente imbracciata al contrario, senza gli opportuni aggiustamenti: ne derivava quel suo stile così tipico e imitatissimo. La voce, come sempre roca, confidenziale, ma affievolita da acciacchi al cuore, si diffuse
con qualche problema nella piazza. Anche sul palco si notava del nervosismo, il King faceva segni continui alla consolle per indicare che le spie erano troppo basse. Dopo un paio di canzoni scivolate via così così il vecchio sembrò scocciarsi del tutto: smise di suonare e cantare e cominciò a chiamare gli assoli dei suoi musicisti. Venne il turno del Kid che a capo chino, in trance, avanzò di qualche passo e poi iniziò un suo discorso solistico: prima fu quasi un balbettio, brevi frasi in sordina semicoperte dagli altri strumenti, poi, man mano che riceveva dal capo l’ordine di continuare, il timbro si fece più sicuro, divenne un grido, un ruggito: ora il Kid brandiva la chitarra come fosse un decespugliatore o un mitra, guai a essere nella sua traiettoria. Sparò tutte le sue cartucce mentre il pubblico, riconosciuto il concittadino, gli tributava un entusiastico tutti in piedi gridando il suo nome. Soltanto il Re, all’altro angolo, non applaudiva e seguitava a sfumacchiare la sua pipa. Il resto del concerto andò avanti così, il band-leader, autosegregatosi in un ruolo secondario, canticchiava per onor di contratto, e il ragazzino, di assolo in assolo, gli tolse definitivamente lo scettro. Dopo mezz’ora tutto era finito. Applaudii con il solito guazzabuglio di ammirata invidia, non ebbi voglia di andare sul retro anche perché si era fatto davvero tardi, il giorno dopo avevo un doppio a tennis con i futuri suoceri e la fidanzata, e nella piazza e tutt’intorno non erano
rimasti che i soliti fricchettoni a rintronarsi coi loro tamburi e ad aspettare clienti.
Lungo l’ultimo tratto della statale che congiunge le due città notai un mulinare bianco e azzurro di sirene, e il lontano stridulo segnale che lacerava la notte. Non distinsi se si trattava di pompieri o di autoambulanze: che fosse l’ennesimo rogo doloso su per i boschi della vallata? O magari uno di quei dannati incidenti stradali che funestavano il sabato sera. Domande senza risposta. Altri pensieri tornarono ad affollarmisi in testa e spinsero via sirene e mezzi di soccorso.
Solo quando la mattina mia madre venne a svegliarmi, verso le otto secondo il solito, ripensai a quelle luci e a quei rumori.
– È successa una cosa bruttissima – mi disse aprendo le persiane di camera – stanotte hanno trovato Gringo sull’argine dell’Ombrone, in macchina, morto.
Fui accecato e preso a schiaffi dal giorno.
– Ma che dici! Com’è possibile? Chi lo avrebbe ammazzato? Lui non ha mai infastidito una mosca, era come invisibile, nessuno poteva volergli male – avrei voluto aggiungere che nemmeno un cane gli voleva uno straccio di bene, ma mi trattenni.
Mia madre continuò – Dicono che si è suicidato, ma sono notizie ancora confuse, voci di paese che ho sentito stamani a bottega facendo la spesa.
Telefonai a Firenze, inventai una scusa alla mia ragazza e corsi a casa di Gringo col cuore in gola. Rimasi in piedi di fronte al citofono, con gli occhiali neri a proteggermi da lacrime che non scendevano. Nessuno mi avrebbe mai più risposto. – Lei è il suo insegnante di chitarra: l’ha saputo vero? –
La voce veniva dal piano di sopra della palazzina, un’anziana donna annaffiava i fiori sul terrazzo. – Io sono quella che gli metteva in ordine la casa ogni tanto, povero Lohengrin… che brutta malattia la depressione! Lui era contento solo quando suonava, infatti mi sono stupito che abbia smesso di prendere lezioni… e poi mi parlava sempre di lei, anche negli ultimi
tempi, quando ormai aveva quasi smesso di lavorare e stava tutto il giorno rintanato, a sentire quei dischi. «Il mio amico chitarrista ora non ha tempo ma in autunno gli chiederò se mi riprende come allievo» rispondeva così se lo spingevo a uscire un po’, a fare qualcosa per riempirsi la giornata.
– Ma come è successo? – le chiesi con un filo di voce. L’acqua dei fiori esondava dai sottovasi e mi cadeva addosso come pioggia, o come pianto.
– L’hanno trovato stanotte due ragazzi che si erano appartati vicino all’argine del fiume… c’era una macchina col motore acceso e all’interno qualcuno riverso sullo sterzo, o un colpo di sonno o un malore, pensavano… non si sono avvicinati però, la polizia è stata allertata, alla fine è arrivata
un’ambulanza.
– L’auto accesa… l’ha fatto col gas! – ho gridato alla vecchia che ora singhiozzava.
– È morto suonando la chitarra, gli hanno trovato un foglio, uno scritto in inglese… mi scusi ma devo rientrare, mio marito è invalido e questa è l’ora delle pillole.
La cosa era già finita nelle mani della stampa, e fu un mio vecchio compagno di liceo, pubblicista precario alla cronaca del «Tirreno», a completare il quadro. Quando lo chiamai in sede mi fece notare che non ci sentivamo dalla fine dell’esame di maturità, ma io senza preamboli gli chiesi tutto quello che sapeva sulla morte di Gringo, e lui mi disse tutto.
Il Kid mi telefonò verso l’ora di cena.

– Mi dispiace non averti visto ieri sera, né prima né dopo il concerto– esordì.
– Scusami Kid ma ho pensato che avevi da salutare il mondo intero dopo quel trionfo e non ho voluto scocciarti, quanto al King, beh non avrei saputo cosa chiedergli, col mio inglese poi… a volte i miti è bene contemplarli da lontano. –
Risposi lasciando perdere la scusa del tennis.
– Hai ragione – replicò – i miti a volte deludono…
– Comunque – lo interruppi – quando parti per la tournée?
– Niente tournée – mi rispose.
– Che significa? – ribattei stupito – L’altro chitarrista si è rimesso prima del tempo?
– Magari fosse così. È andata invece che alla fine del concerto il vecchio ha chiamato la band fuori dal suo camerino, uno per uno i musicisti hanno avuto la loro serata. Mi ha lasciato per ultimo: quando sono entrato, senza guardarmi, ha gettato su una sedia un mucchietto di pezzi da cinquantamila e mi ha detto «Prendili e vattene, io con i bianchi non ci suono »
– Che figlio di puttana! – esclamai, ma già ritornavo col pensiero al cadavere del Gringo, all’obitorio dell’ospedale, solo come lo era sempre stato in vita.
– Si deve essere impermalito per i miei applausi… ma che c’entro io? Mica potevo suonare male per fargli un piacere, e nel caso doveva chiedermelo: «Ehi tu, ragazzino bianco, guarda di non strafare stasera, sennò ti rovino».
– Ma tu non hai insistito? – gli chiesi meccanicamente, rilanciando quando volevo invece chiudere la conversazione.
– No, io quei soldi non li ho neanche toccati: l’ho guardato col disprezzo con cui lui guardava me e gli ho detto: «Se pensi questo, sono io che non suono con te, e puoi tenerti i tuoi quattrini». L’ho piantato lì e sono uscito livido di rabbia. Oggi ripartivano per la Norvegia.

– Che sfiga Kid, è il classico caso di hybris.
– Cosa? – domandò infastidito.
– Sai, gli antichi… secondo loro sfidare gli dei portava alla rovina, la chiamavano hybris: superbia, tracotanza… – precisai saccentello.
– Niente superbia, ho solo suonato come mi veniva – ribatté lui.
– Comunque non drammatizzare! C’è di peggio nella vita, ad esempio la morte – aggiunsi in modo allusivo.
– Che cazzo c’entra ora la morte? – rispose il Kid ormai spazientito.
– C’entra eccome. Te lo ricordi Gringo, l’antennista che amava il blues?
E gli raccontai ciò che avevo saputo dal giornalista, inghiottendo ogni tanto. Per essere così démodé aveva scelto un metodo in gran voga: un tubo, di quelli che usava sul lavoro, collegato alla marmitta e fatto passare tramite un finestrino, poi isolato col nastro da pacchi, all’interno dell’auto, e lui
dentro l’abitacolo col motore acceso e la chitarra in braccio che sussurrava, finché ha avuto fiato:


I’m blue and lonesome
As a man can be
I’m gonna cast my trouble
Down in the deep blue sea
Let the whales and the fishes
Have a fuss over me.


Non c’era il profondo mare blu per l’ultimo atto del Gringo, ma un torrente in secca e pantegane al posto di balene e pesci. Allora accostò sul margine e si predispose a morire cantando dentro la sua Fiat 127 color senape, in modo splendido per uno rimasto sempre nell’ombra.

Ancora più triste della morte è la burocrazia della morte.
Il referto medico fu chiaro e sbrigativo, decesso per asfissia da monossido di carbonio. Gringo aveva lasciato in casa un paio di milioni con una scritta sopra: per il funerale. In paese tutti lo conoscevano ma era senza parenti. Aveva sepolto i suoi e una sua sorella molto più grande anni prima, anche lei senza figli. Il prete, il vecchio don Fidelio che l’aveva battezzato, non se la sentì di negargli le esequie. Malgrado il suicidio e il fatto che non mettesse piede in chiesa forse dal tempo della cresima era pur sempre un brav’uomo e benvoluto in paese, al netto delle sue stranezze.
La cerimonia funebre fu fissata per le dieci di un sabato di fine luglio. Le ferie e il weekend al mare desertificavano il paese, restavano soltanto vecchi a zonzo fin dal mattino presto.
Entrai in chiesa per primo, le panche erano tutte vuote: dunque nessuno sarebbe venuto a dare l’ultimo saluto al Gringo?
No, piano piano si unirono a me una decina di ottuagenari, chissà se per abitudine ad accorrere a qualsiasi scampanio o se per compassione verso il defunto. Giunse l’auto della Misericordia col suo lugubre prolungamento posteriore. Due necrofori assonnati e già madidi per il caldo trasportarono dentro la bara. Don Fidelio iniziò la celebrazione recitando a occhi
chiusi, per la milionesima volta e con la voce lagnosa che ogni prete chissà perché deve adottare, le formule di rito.
La cosa andava avanti da una decina minuti quando sentii il portone d’ingresso aprirsi e poi richiudersi cigolando: fui
contento tra me e me che un ritardatario si unisse alla nostra misera compagnia. Mi voltai e temetti un’allucinazione. Era il Kid! Sfilò a passo svelto lungo la parete sinistra della navata e raggiunse l’altare. Stringeva in mano la custodia di una chitarra.
Non sapendo a cosa pensare ipotizzai una bravata che don Fidelio avrebbe subito interrotto; invece, tra i due ci fu un cenno d’intesa: Kid estrasse la sua acustica e scomparve dietro l’altare. Da lì, appena il prete iniziò a spargere incenso sulla bara, partirono degli accordi seguiti dalla voce:


Born under a bad sign
Been down since I began to crawl
If it wasn’t for bad luck, you know I wouldn’t have no luck at all
Hard luck and trouble is my only friend…


Un blues in minore, forse il più famoso, di Albert King. Kid lo suonava ammorbidendo il ritmo sincopato della versione in disco, la stessa eseguita in piazza qualche sera prima, quasi trasformandolo in una ninna nanna: nato sotto una cattiva stella… sfortuna e dolore sono i miei soli amici…
Più tardi, dopo che don Fidelio ebbe concluso la sua asciutta omelia e mentre due o tre beghine si apprestavano a fare la comunione, ecco da dietro l’altare ancora un malinconico giro di accordi:


No, nobody knows you
When you’re down and out.
In your pocket, not one penny,
And as for friends, you don’t have any.


Ora intorno al feretro del Gringo non c’era più il mio unico cuscino di fiori. Nella penombra della chiesa percorsa da sciabolate di luce vedevo formarsi una corona di corpi e voci, che presero ad accompagnare il Kid in quel suo ultimo omaggio al mai conosciuto Gringo. C’erano tutti, venuti da lontano a trovarlo: riconoscevo Bessie Smith, parata per una folle nottata di charleston, Scrapper Blackwell, il nero-indiano finito male durante una rapina e giunto lì da chissà quale girone, Robert Johnson, come l’avevo visto disegnato nella copertina di uno dei suoi due soli dischi, e poi Skip James, e Blind Willy McTell e Blind Lemon Jefferson e Blind Willie Johnson, e anche il vecchio Rev. Gary Davis, che dimostrava di sentirsi a suo agio tra mura consacrate, e molti altri ancora confusi in quel gran coro:


When you finally get back up on your feet again,
Everybody wants to be your old long-lost friend.
Said it’s mighty strange, without a doubt,
Nobody knows you when you’re down and out…


Mentre svanivano gli ultimi accordi e la compagnia cantante era riassorbita dalla luce delle vetrate, immaginai il volto di Gringo, sotto il coperchio sigillato, disteso ora in quello stesso sorriso di una lontana sera alla casa del popolo.
Più tardi, al camposanto dietro la chiesa, ci ritrovammo soli io e Kid a guardare il lavoro dei becchini e a gettare una zolla di terra sulla cassa di Gringo.
Poi uscendo gli chiesi come aveva fatto a convincere il prete:
– È stato facile – mi rispose – gli ho inventato che avrei cantato dei gospel, musica sacra degli afroamericani, non era così preparato da cogliere la differenza col blues.
Salito in macchina, prima di partire abbassò il finestrino e aggiunse:
– Volevo anche salutarti, domani ho un aereo a Pisa, direzione Chicago, ho pensato che sia meglio essere inceneriti giovani dagli dèi che sopravvivere a testa china ricoperti di rughe e ruggine. Stammi bene professore.
Non lo rividi mai più. Ma per molto tempo don Fidelio, le rare volte in cui lo incrociavo, dopo avermi catechizzato per la scarsa frequentazione della parrocchia, mi domandò notizie di quel ragazzo – che suonava e cantava così bene – mai ebbi il coraggio di dirgli che Kid, in onore di Gringo, gli aveva portato in chiesa la musica del diavolo.