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Hakuna Matata

Ecco il secondo capitolo del romanzo di Maddalena Comello “Caccia al papà perfetto”: prendiamo parte insieme ad Alice e Stella ad una particolare cena di famiglia.

Il libro uscirà ufficialmente il 20 settembre ma è già partita la prevendita sul nostro sito: approfittatene per avere in omaggio la versione ePub subito scaricabile!


Capitolo due

Hakuna Matata

Siamo in macchina, direzione “Casa Hakuna Matata”, la villetta in cui vivono Sole e Venere e naturalmente da loro stessi così battezzata.
Arriviamo e ad accoglierci ci sono i genitori di Stella con i rispettivi compagni, i miei vecchi e Giove con il suo fidanzato. Come è consuetudine, Venere e Sole mi abbracciano un minuto ciascuno per trasmettermi gioia, affetto e positività; una volta soffrivo molto la loro continua invasione del mio spazio vitale, mentre adesso ci sono abituata e quasi mi piace restare attaccata ai miei suoceri per un imbarazzante minuto durante il quale non sento altro che il loro respiro e il battito del mio cuore e… No, non mi piace ancora.
Ci sediamo per terra, intorno alla stuoia sulla quale abbondano semi, verdure e altri cibi vegani che conosco fin troppo bene da quando vivo con Stella. Io non sono vegetariana, tanto meno vegana, mi piace la carne e non ci trovo nulla di male nel mangiarla, anche se ho rinunciato a farlo per amore e sono ormai più di due anni che vivo come una perfetta vegetariana.
Alle uova e al latte non intendo rinunciare, Stella lo sa bene, ma è già contenta di essere riuscita, contro ogni aspettativa, a farmi smettere di mangiare cadaveri.
– Chi vuole essere il primo a raccontarsi? – Domanda Sole a tutti noi. È la solita domanda e, come ogni volta, il primo ad alzare la mano è Saturno, l’hawaiano d’adozione che partecipa a distanza a queste riunioni di famiglia. Chi ha inventato Skype? Chiunque sia stato poteva darsi all’ippica.
– Vorrei essere io il primo a condividere con voi qualcosa.
– Eccolo. Saturno non delude mai.
– Non se lo aspettava nessuno – commenta mio padre. Mia madre gli tira una gomitata fin troppo vistosa e forte. – Mi hai fatto male!
– Silenzio! – Li rimprovero. – Tocca a Saturno raccontarci qualcosa. – Dico, provando a essere il più seria possibile. Non ce la faccio proprio a non considerare esilarante che un essere umano si chiami Saturno; fosse un soprannome, come Sole e Venere, sarebbe diverso, ma Saturno è il suo nome di battesimo, anche se a Vento e Fulmine è andata peggio.
– Ti ringrazio, Aria. – Dice sorridendomi il cognato surfista. Aria, è così che sono stata rinominata dalla famiglia di Alice. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui hanno scelto per me questo nome. Eravamo al mare, sulla spiaggia, la compagna di Venere mi guarda ed esclama: “invisibile, ma sempre presente e indispensabile come l’aria, questo sarà il tuo nome!”. Gli altri hanno approvato in massa e non è servito a nulla che io mi ribellassi.
– Incomincia pure, figliolo – lo esorta Sole – ascoltiamo solo te.
– Ho conosciuto una ragazza e me ne sono innamorato. Abbiamo pensato di sposarci la settimana prossima. – Mi volto a guardare Stella.
– Non è fantastico? – Mi sussurra piano lei. Scuoto la testa. – Un matrimonio è sempre una buona notizia.
– Si è sposato due volte nell’arco di otto mesi – replico. Ci stanno guardando tutti.
– Beh, mia adorata Aria, non c’è il due senza il tre – commenta Giove. – Sì, e il quattro vien da sé. – Quanto so essere sarcastica, cinica e stronza io, nessun’altra mai.
– Questa notizia non ti rende felice? – Mi domandano tutti, quasi all’unisono.
– Felicissima. Un matrimonio è sempre una buona notizia, giusto amore? – Stella fa l’occhiolino e trattiene una risatina. – Prosegui pure, Saturno, mi spiace di avere interrotto la tua condivisione.
Hanno condiviso tutti ormai, manchiamo solo io e Stella. Siamo alla frutta, metaforicamente e letteralmente. Sento l’ansia invadere ogni centimetro del mio corpo, mi sento come i miei personaggi quando la super detective li porta in commissariato per interrogarli. A dire il vero non so come si debbano sentire effettivamente dei delinquenti messi alle strette dalle forze dell’ordine, perché non ho mai avuto problemi con la giustizia, Stella invece sì, dovrei chiedere a lei cosa si prova; giusto per rendere le mie narrazioni più realistiche.
In ogni caso, tra poco toccherà a noi raccontarci e io vorrei sprofondare.
– È il nostro turno – annuncia Stella, piena di entusiasmo.
– Abbiamo qualcosa di molto importante da comunicarvi. Cara, a te l’onore di dare quest’annuncio. – Io non saprei nemmeno che parole usare.
– Io e Alice stiamo cercando il papà perfetto per la nostra futura figlia.
– O figlio. – Si volta a guardarmi. – Accetta il fatto che potrebbe capitare.
– State cercando cosa? – Chiede mia mamma visibilmente alterata. Si è già alzata. Scommetto che in meno di due minuti, lei e quell’uomo senza nessuna personalità che è mio padre se ne andranno.

– Abbiamo deciso di assumere degli uomini come dog-sitter per la nostra Luna con l’intento di capire quale sia il migliore con cui concepire un figlio. Quando capiremo qual è quello giusto, concepiremo e poi lo licenzieremo perché ovviamente lui non deve sapere le nostre reali intenzioni. Non vogliamo che nessuno si metta tra noi. – Stella non poteva essere più chiara di così.
– Non credo di aver capito bene. – Dice mio padre rivolgendosi a sua moglie.
– Io credo che tu abbia capito perfettamente, papà. Non sei mai stato un uomo molto sveglio, è per questo che la mamma riesce a farti fare tutto ciò che vuole, ma neanche troppo stupido. – Stella sbarra gli occhi. – Mai detto tanta verità. Non dobbiamo essere oneste in famiglia? – Domando ironica.
– Io e tuo padre ce ne andiamo. – Ma non mi dire.
– Perché per una volta non provate a comprendere vostra figlia? – Suggerisce con affetto Oceano, in collegamento da Bali.
– Non c’è nulla da comprendere, semmai c’è tanto da compatire. – Compatire. Mia madre pensa che io vada compatita; questa non l’aveva ancora detta.
– Questa “caccia al papà perfetto” è una cosa ridicola, stai lasciando che la tua vita diventi un gioco, un capriccio. A tutto c’è un limite.
– Se avessi accettato i vostri limiti, a quest’ora sarei infelice. Io non vi ho mai chiesto di approvare tutte le mie scelte, ma solo di essere felici nel vedermi felice; è una cosa che a un genitore dovrebbe venire spontanea e invece voi non fate altro che amareggiarvi per la vita che faccio e che a mio avviso è assolutamente perfetta. Quindi, uscite pure da quella porta e quando arrivate a casa cancellate dal calendario in cucina le cene fissate per i prossimi mesi, perché io non ho più piacere di condividere nulla con voi. – Mi sento leggera, leggerissima, come non lo sono mai stata. Ho avuto spesso molti scontri con loro, ma ora è diverso, non sto urlando perché vorrei si avvicinassero, al contrario parlo piano e scandisco ogni sillaba per essere completamente sicura che non osino più tornare.
– Un giorno capirai che io e tuo padre abbiamo sempre avuto ragione. – Io e tuo padre. Ma mio padre è in grado di pensare, di fare un ragionamento? Forse tanto tempo fa anche lui pensava, poi ha conosciuto mia madre e ha potuto rinunciare al pensiero, che in fondo è un dispendio di energia piuttosto notevole per uno semplice come lui; sì, dev’essere proprio così.
– Quel giorno ti chiamerò, fino ad allora non fatevi più sentire né vedere. – Finalmente Mimì e Cocò se ne vanno.
– Non credi di essere stata un tantino troppo categorica? – Stella pare piuttosto confusa. Il resto della famiglia, nel
frattempo, inneggia alla gioia e si perde a constatare quanto
l’aria sia di nuovo piena di energia positiva dopo l’arrivederci di quei due.
– Sono stanca di ripetere a macchinetta, come ho fatto in tutti questi anni, che rispetto le loro opinioni e le loro perplessità, quando loro nemmeno rispettano come mi vesto.
– Cosa che peraltro non fanno che ripetere, neanche fossero degli esperti di moda.
– Concordo! – si aggiunge Giove. – “avresti potuto provare a essere un po’ più femminile almeno il giorno delle tue “nozze”, “quei pantaloni sono veramente osceni”, quasi fossero Enzo Miccio e Carla Gozzi. – Mai stata più d’accordo con Giove.
– Grazie, cognato. – Gli do la mano. – Ascolta tuo fratello, tesoro. – Stella sbuffa.
– Hai detto a tuo padre che non è un uomo sveglio, Alice!

– A te sembra che lo sia? – A nessuno sembra che lui sia sveglio, non lo è. Anzi, se dovessero chiedermi di provare a dire perché mia madre abbia scelto uno come lui, direi senza esitare che l’ha scelto proprio per il suo convincimento facile, dettato da scarse risorse mentali.
– No, ma non glielo andrei mai a dire.
– Dov’è finita la tua sincerità? – Chiedo ironica. Lei sbuffa ancora.
– So quando far prevalere la gentilezza, Alice.
– Beata te, Stella.
L’allegra famigliola ci esorta a non litigare. Sono la prima a non aver voglia di discutere con mia moglie, specie su come avrei dovuto trattare i miei genitori dopo che per l’ennesima volta hanno reagito esattamente come tutti pensavamo avrebbero fatto; non deludono mai le aspettative, sono tutte le volte penosi come ci si aspetterebbe.
– Non devo essere io a dirti come comportarti con loro.
I miei mi hanno sempre appoggiata, non posso capire cosa si provi a venire costantemente giudicata. Scusami, amore. –
Stella è veramente stupenda quando si scusa con me, è un avvenimento così raro che adesso mi sto quasi per commuovere.
Ci abbracciamo.
– Mi dispiace rovinare questo dolce momento – ci interrompe Giove. – Aria, volevo sapere se la mia sorellina ti avesse parlato della possibilità che io domani mattina venga ad assistere ai vostri colloqui. – Mi sembra una cosa ridicola.
– Nessun problema, ti aspettiamo con piacere – dico, sforzando un sorriso. Sono fiera di me, ho fatto prevalere la gentilezza. Proprio non riesco a capire perché dobbiamo tenerci il fratellone in mezzo ai piedi, la nostra casa sarà già piena zeppa di uomini, come non lo è stata mai. Stella è entusiasta all’idea che suo fratello venga da noi domani a “provinare” la schiera di casi umani dai quali dovremo tirare fuori un papà e allora sta bene anche a me, perché il detto “moglie felice, vita felice” seppur datato, penso valga anche peri matrimoni “moderni”, come il nostro.
– Io e Carlo stiamo pensando a qualcosa del genere per diventare anche noi genitori. Sai, l’idea di poter avere un bambino tutto nostro, evitando che altri si mettano in mezzo, ci ha letteralmente sconvolto i piani – dice Giove, abbracciando il compagno Carlo. Sono certa che ci sia qualcosa che sta sfuggendo a entrambi.
– Ma sarebbe diverso nel vostro caso, non potreste avere un figlio senza che chi vi aiuta ad averlo lo sappia, dato che quel qualcuno dovrebbe essere per forza colei che lo tiene in grembo nove mesi. Mi sbaglio? – Non mi sbaglio, nemmeno un po’. – Esiste già quello che volete fare voi, si chiama utero
in affitto, ma è illegale qua.
– E non è illegale andare a letto con un uomo, farsi mettere incinta senza che quel poveraccio lo sappia, e crescere il bambino, per metà anche del malcapitato, con la propria moglie? – Parrebbe che Carlo si sia risentito per le mie parole, ma ragazzi è biologia.
– No. – Ovviamente no.
– Non è illegale. Tutti i dettagli la fanno sembrare una cosa illecita o persino meschina, ma di fatto non è illegale.
– Certo che non lo è. – Interviene Stella. – Sarebbe meglio però se non lo fosse nemmeno quello che vogliono fare loro: è ingiusto che non possano avere un bambino, amore. – Stella ha gli occhi di chi sta chiedendo un favore; va bene se mi considera la sua eroina, come mi dice sempre, la trovo una cosa simpatica, ma in questo caso non posso fare nulla; se potessi
garantire a suo fratello e suo cognato di avere un figlio tramite la “gravidanza per altri” probabilmente farei la politica.
– Provate a scrivere una e-mail al nostro Presidente della Repubblica o al Primo Ministro o a tutti i parlamentari. Se fossi in grado di risolvere tutte le ingiustizie di questo Paese, mi avrebbero già fatta santa o avrei quanto meno preso il Nobel per la pace, ma sono solo un’umile scrittrice e punto a
quello per la letteratura, quindi non guardate me – gli occhi dolci che chiedevano un favore non ci sono più. Meglio così, è già esistito uno che sapeva fare miracoli a questo mondo e non ha fatto una bella fine.


Stiamo tornando a casa. Sono già le due di mattina e Stella è sdraiata sui sedili posteriori, sta farfugliando qualcosa su quanto siano belle le tartarughe marine, il suo animale preferito. Mia moglie ha bevuto qualche bicchiere di troppo, così come tutto il resto della sua famiglia; volevano festeggiare il matrimonio di Saturno e la notizia della ricerca del papà perfetto. I miei suoceri e tutti i miei cognati hanno appreso della notizia con gioia e allegria, a differenza di qualcun altro. Ripensandoci adesso a mente lucida, mi rendo conto però che, questa volta, riesco a comprendere le perplessità dei miei genitori; non riesco comunque a capire perché preferiscano non affrontare la questione e andarsene via, ma devo anche ammettere che stasera non mi sono dimostrata particolarmente aperta al dialogo. Certo non sono una donna da compatire, come ha detto mia madre, sono assolutamente fiera della mia vita e questo per loro sarà sempre una cosa inconcepibile, ma va bene così; è meglio che io smetta di pensare a loro e mi concentri su qualcosa di buono e positivo, tipo la mia piccola
che si è messa a cantare la macarena ruttando.
– Che classe, amore mio – dico divertita.
– Da quanto siamo arrivate a casa? – Non siamo ancora a casa.
– Siamo ancora in macchina.

– Perché? – Stella diventa molto stupida quando è ubriaca. È spassosissima.
– Stiamo andando ad Atlantide a conoscere le tartarughe marine della città sommersa. – Si mette seduta e avvicina la testa al mio sedile.
– Davvero? – Chiede sconvolta.
– No. Sai cos’è vero? – Scuote la testa. – Che il tuo alito puzza come un open bar. – Mi metto a ridere. Rido da sola alle mie battute, che cosa triste. Ma era proprio una bella battuta.
– Mi piacciono gli open bar. – Ah, lo so. Le si chiudono gli occhi.
– No, no, tesoro mio, un’altra volta no. Se ti addormenti in macchina ti lascio qui tutta la notte. – Non è la prima volta che tornando a casa dalla cena di famiglia Stella si addormenta in macchina; pesa la metà di me, è vero, ma non è comunque una passeggiata tirarla fuori dalla macchina, portarla in braccio dentro casa e poi su per le scale fino alla camera da letto, farla sdraiare, levarle i vestiti (questa è la parte più piacevole) e rimboccarle le coperte. Tutto questo può sembrare una cosa da nulla per tante persone, l’amore d’altronde dovrebbe donare moltissima forza. Tuttavia, romanticismo a parte, detto molto sinceramente, parliamo di una forza spirituale: io sono una donna estremamente pigra, mi alleno quando capita che venga obbligata a farlo e l’amore non ha ancora trovato rimedio al fatto che io sia forte quanto un mollusco. Sono forti i molluschi?
– Tieni gli occhi aperti, tesoro, non ti addormentare.
– Ho tanto sonno.
– Certo che hai sonno, hai bevuto come una camionista!
– Non è il momento per i rimproveri, Alice, concentrati sulla strada e sul non farla addormentare.
– Stella, tra cinque minuti siamo a casa, resisti! – Neanche fossimo in guerra.

– Voglio dormire! – La situazione sta degenerando troppo rapidamente.
– Parliamo un po’! – Se riesco a distrarla, forse non si addormenterà. – Levami una curiosità…
– Non l’ho ancora finito. – A cosa si starà riferendo?
– Cosa non hai ancora finito? – Chiedo perplessa.
– Il tuo ultimo libro. Mi mancano poche pagine, non so ancora dirti se mi è piaciuto, sai che mi piacciono solo se ho indovinato chi è colpevole. Ti devi tenere la curiosità. –
Come riesca a fare un discorso di senso compiuto con tutto l’alcol che ha in corpo, lo sa solo lei.
– Io volevo chiederti se i molluschi sono degli animali che hanno molta forza a dire il vero, comunque grazie per avermi fornito sufficiente materiale per ricattarti tutto il giorno.
– Non mi farai nessuno spoiler. Tu odi chi spoilera. – Mi volto pochi istanti per guardarla negli occhi, se prima vi vedevo il vuoto tipico di chi non capisce neppure dove si trova, ora c’è il terrore di chi sa che il finale di un libro potrebbe venirle spoilerato. Quello sguardo è il più disperato di tutti.
– Odio chi spoilera a me, non spoilerare agli altri. Mai sentito il detto: “anche i ladri odiano essere derubati”?
– No. – Forse perché non esiste, ma dovrebbe esistere. Domani stesso scriverò a chi di competenza per assicurarmi che la mia meravigliosa frase venga considerata un “detto” a tutti gli effetti. Non so chi si occupi di queste cose, ammesso che esista. Beh, dovrebbe esistere anche lui.
– Neanche io. L’ho inventato sul momento. – La vedo, riesco a vederla. – Siamo a casa, tu sei sveglia e io sono un genio.
– Sempre modestissima!
– Faccio Modesta di secondo nome. Alice Modesta, non lo sapevi? – Fa segno di “no” con l’indice della mano destra a un centimetro dal mio volto. – Non mi conosci bene quanto pensavo.

– Nessuno ti conosce e ti conoscerà mai meglio di me e nessuno ti ama e ti amerà mai quanto me. – È troppo tenera anche da ubriaca. Ho fatto di tutto per tenerla sveglia e farla andare a letto con le sue gambe, ma adesso vorrei solo prenderla in braccio e portarla a dormire io stessa. Voglio che sui miei vestiti resti il suo odore che ora oscilla tra Chanel e vodka, ma è comunque irresistibile. Non resisto, come potrei: la sollevo, apro la porta di casa, salgo le scale e l’adagio sul letto, la spoglio e la avvolgo tra le lenzuola.
– Sogni d’oro, mia dolce Stella – le sussurro piano all’orecchio. Mi sfiora la guancia.
– Non è stata l’amante a buttarlo giù dalle scale, vero? –
Non vuole saperlo veramente. Ora crede di volerlo sapere, ma è solo perché non capisce cosa sta succedendo. Se glielo dicessi e domani dovesse ricordarselo, potrebbe non parlarmi più per molto tempo, anch’io la conosco bene, come nessun altro e anch’io la amo come non amerò mai nessun’altra.
– Magari è caduto da solo. – Resto sul vago. Sorride.
– Vado in bagno e arrivo.
– Fai presto, quando non ci sei mi manca l’aria. – Aria: invisibile, ma sempre presente e indispensabile.
– Corro!