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Papà complotto

Ecco il quarto racconto tratto da “L’invisibile pesantezza del virus” di Gerardo Baldassarre ed Edoardo Traverso.


– Papà, me la racconti una favola? – Chiese la piccola Gaia
al suo papà.
– Ma certo tesoro. Che storia vuoi sentire? Cappuccetto
rosso, Cenerentola, Twilight? – Rispose teneramente il papà.
– No papà, io voglio una favola tua!
Il papà strabuzzò gli occhi. Si inventava sempre tante tante
favole, il papà, ma nessuno le voleva mai ascoltare. Solo i
suoi amici sui forum discutevano animatamente con lui di
quelle belle storie.
– Davvero Gaia? Vuoi ascoltare la storia di papà? – Quasi
aveva le lacrime agli occhi.
– Certo che voglio! – Disse Gaia saltando sul lettino.
– Ok, allora mettiti comoda sotto le coperte.


La favola di Zhu e degli uomini col cappuccio

C’era una volta, non tanto tempo fa, un bimbo dagli occhi
a mandorla. Si chiamava Zhu, e abitava in una grande
città con tantissimi abitanti, più grande della più grande
città che si possa immaginare. Nonostante fossero milioni
le persone in città, Zhu non aveva molti amici, e spesso si
ritrovava solo a vagare in bicicletta per le enormi vie della
metropoli.

In un bel giorno di smog, Zhu si ritrovò davanti a un anonimo
edificio con al centro l’effige di un serpente attorcigliato
a un bastone. Curioso com’era, non poté fare a meno di avvicinarsi
al portone per dare un’occhiata all’interno. Ma subito
gli si pararono davanti due uomini incappucciati, uno con un
tutone bianco e l’altro con una grossa maschera a coprirgli il
volto.
– Che ci fai qui, bimbo? – Chiesero gli uomini.
– Volevo solo vedere cosa c’è dentro, – rispose Zhu con
aria innocente.
– Via, via. Qui è pericoloso, stiamo testando un nuovo
cor…. – prima che l’uomo col tutone riuscisse a finire la frase,
l’altro lo interruppe con una gomitata.
– Taci, babbeo! E tu, bimbo, torna a giocare con le tabelline.
– Detto questo, i due uomini scomparvero dietro il portone
di vetro così com’erano apparsi.
L’intervento dei due uomini misteriosi non fece che aumentare
la curiosità di Zhu. Cosa stavano testando? Una
nuova varietà di coriandolo? Un corno, forse? Così, lasciata
la bici davanti all’edificio, il piccolo fece tutto il giro dell’edificio
per vedere se ci fossero finestre da cui poter spiare
il loro lavoro. Ne trovò una dal lato opposto del portone.
Cercando di non fare rumore, appoggiò le mani sulle grate
e si sollevò quel tanto che bastava per fare capolino dalla
finestra.
Zhu vide una stanza piena di macchinari che non seppe
riconoscere. C’erano anche i due uomini, che stavano maneggiando
con cura una fialetta, spostandola di continuo da
un macchinario all’altro. Per paura di essere scoperto tolse
le mani dalla grata e si mise a cercare qualcosa per arrivare
comodamente all’altezza della finestra. All’improvviso sentì
un rumore di vetri rotti, interruppe la ricerca e si sollevò
nuovamente. Vide gli uomini correre via urlando, con così tanta fretta da lasciare lì sul tavolo i loro snack di pipistrello
ancora…


Gaia emise un gridolino.
–Papà che schifo! Non si mangiano i pipistrelli!
– Sssh. Piano! Che la mamma ci sente!
Dalla stanza a fianco arrivò una voce.
– Tommaso! Ancora con ‘sta storia dei pipistrelli?
Smettila! Non vedi che la spaventi? – Disse infastidita la
mamma.
– Ma no amore, stiamo inventando una favola! – Si giustificò
il papà.
– Mamma, dì a papà che nelle favole non si mangiano i
pipistrelli! – Lamentò Gaia.
– Papà, niente pipistrelli, – sentenziò la mamma.
– Hai visto Gaia? –Disse il papà. – Ora la mamma è
arrabbiata.
Gaia mise il broncio. – Papi non mi piace la tua storia.
Non mi piace che Zhu non ha amici e non mi piacciono gli
uomini incappucciati. E poi cos’è un’effige?
Il papà alzò gli occhi. – Cosa ti piacerebbe che ci fosse
nella storia? – Gaia ci pensò su, e dopo un attimo sfoggiò
un gran sorriso.
– Gli unicorni!
– E che unicorni siano.


La favola di Zhu e degli unicorni malati


C’era una volta, non tanto tempo fa, un bimbo dagli occhi
a mandorla. Si chiamava Zhu, e abitava in una grande città
con tantissimi abitanti, più grande della più grande città che
si possa immaginare. Dato che lì vivevano milioni di persone, Zhu aveva molti amici, e con loro si ritrovava tutti i giorni per
girare in bicicletta.
In un bel giorno di smog, Zhu e i suoi amici pedalarono fino
alla periferia, arrivando a costeggiare un’immensa tenuta che
mai avevano notato prima. C’erano stalle per le mucche, maiali
che si rotolavano in pozze di fango, anatre e galline a spasso. Al
centro videro la fattoria, e subito a fianco un recinto pieno di
strani cavalli bianchi. Essendo molto distanti, poterono solo far
caso all’assurdo colore della coda, o meglio ai diversi assurdi colori
della coda: sembrava che si fossero seduti su un arcobaleno.
Mei, la più piccola del gruppetto, indicò i cavalli esterrefatta.
– Unicorni! – Disse soltanto.
– Mei, non dire bugie. – La riprese Meng, suo fratello.
– Non dico bugie! Guarda, hanno il corno!
Effettivamente era così: quegli strani cavalli avevano un
grande corno bianco tra le orecchie, che spuntava fiero dalla
criniera. Ma la loro stranezza non stava tanto nel colore della
coda o nel corno. Muovevano la testa in avanti, a scatti, e nel
mentre emettevano un verso.
Zhu vide che, in un punto coperto da alcuni alberi, la
staccionata si interrompeva creando un passaggio. Curiosi
com’erano, Zhu e i suoi amici decisero di esplorare la tenuta, e
Mei sperava tanto di poter toccare almeno uno di quei buffi e
bellissimi animali. Ma subito gli si pararono davanti due braccianti,
uno con i guanti e l’altro con una vanga.
– Che ci fate qui, bimbi?
– Volevamo solo vedere gli animali, – disse Zhu con aria
innocente.
– Andate via! È pericoloso, gli unicorni non stanno molto
be… – disse l’uomo con la vanga.
– Taci babbeo! E voi, bimbi, tornate a suonare il pianoforte.
– Detto questo, i due uomini scomparvero dentro la stalla
così com’erano apparsi.

– Avete visto? Io ve l’avevo detto che erano unicorni! –
Esclamò Mei.
Dopo una breve discussione Zhu e i suoi amici decisero di
non arrendersi. Volevano sapere a tutti i costi cosa ci fosse che
non andava negli unicorni.
Uno dopo l’altro, Zhu, Mei e Meng si intrufolarono nella
tenuta, e quatti quatti si diressero verso il recinto con gli strani
cavalli.
– Mei, – disse Meng, – immagina che faccia farebbero
papà e mamma vedendoci tornare a casa in sella a un unicorno!
– Tu dici che possiamo prenderne uno?
– No, Mei, – disse serio Zhu, – non ascoltare tuo fratello.
Non vorrai farti rincorrere dall’uomo con la vanga! E poi hai
sentito, c’è qualcosa che non va negli unicorni, magari sono
rotti.
– Gli animali non si rompono. Al massimo si ammalano.
– Mei era una bimba sveglia, non gliela si faceva facilmente
sotto il naso.
– Gli unicorni non esistono, saranno sicuramente dei robot.
– Sentenziò Zhu,
– Unicorni robot? È la nostra giornata fortunata! –
Esclamò Meng.
Il gruppetto si avvicinò lentamente al recinto, e intanto si
cominciavano a sentire distintamente dei nitriti. Ma non erano
i normali nitriti dei cavalli di campagna. Quando furono
abbastanza vicini da poter vedere il blu oltremare dei loro occhi,
Zhu e i suoi amici si fermarono, guardandosi con stupore.
Fu di nuovo Mei a rompere il silenzio, trasformando in parole
i loro sguardi.
– Gli unicorni stanno tossendo!
Proprio così. Gli unicorni dalla coda arcobaleno avevano,
quasi tutti, una gran brutte tosse. Alcuni erano sdraiati sull’erba, brucando come potevano. Quella vista riempì di lacrime
gli occhi della piccola Mei.
– Zhu, sei sicuro che non ne possiamo prendere neanche
uno? Dobbiamo aiutarli, robot o no.
– No, non sono più tanto sicuro, Mei. – E così dicendo si
diresse a gattoni verso il cancelletto del recinto, mentre Mei
e Meng si rannicchiarono dietro a un albero, osservando in
silenzio il loro amico. Zhu fece scivolare lentamente il chiavistello
e spalancò le piccole porte di ferro, che si aprirono con
un fastidiosissimo cigolio.
Gli unicorni si voltarono all’istante. Anche i più deboli ripresero
vigore e si misero sulle quattro zampe. Zhu fece appena
in tempo a spostarsi per non essere travolto dalla mandria
di unicorni impazziti che subito si lanciò al galoppo verso i
confini della tenuta.
Ai tre bimbi bastò un’occhiata per capirsi. Dovevano
scappare, e anche in fretta. Corsero a perdifiato verso gli
unicorni. I più veloci stavano già saltando con grazia la staccionata
della tenuta, assaporando la libertà. Dalla fattoria
giunsero delle imprecazioni: erano i due braccianti, che si
erano catapultati fuori non appena udirono lo scalpitio della
folle corsa. L’uomo coi guanti provò a inseguirli, ma non ci
fu niente da fare. Ormai era troppo tardi. L’altro, posata la
vanga, imbracciò prontamente un vecchio fucile da caccia e
mirò verso…


Gaia non riuscì a trattenere le lacrime.
– Papà! Non si spara agli unicorni! Cattivo! Le tue storie
sono cattive e brutte!
– Ma no cuore mio, l’uomo è cattivo, non io! E poi non
voleva sparare agli unicorni, voleva sparare ai bambini.
Il papà stavolta l’aveva fatta grossa. Mamma si precipitò
nella stanza e prese la testolina di Gaia tra le mani.

– Papà, basta storie inventate. Ti vieto di raccontarle. –
Disse la mamma guardando seria il papà.
– Ecco, ci risiamo! Appena diciamo qualcosa che non vi
va bene, cara mia professorona, vietate, proibite, ci fate stare
zitti! Ma tutto questo finirà quando finalmente Mad Mike
proverà che la Terra è piatta.
La mamma diventò tutta rossa in faccia. – Papà, basta.
Qual è il tuo problema? Come fai a non capire che Gaia è
confusa e spaventata? Ti lamenti del fatto che a scuola non
la lasciano “pensare con la sua testa” e quando torna a casa la
ubriachi con le tue idiozie!
Gaia si asciugò le lacrime sulla maglia della mamma.
– Mamma, ma la Terra è piatta? Ha ragione papà?
– No Gaia, – disse sorridendo la mamma – da tanto tanto
tempo sappiamo che la Terra è tonda. E tutti lo possono verificare
anche solo andando in spiaggia. Quando vedi arrivare
una nave in lontananza, questa non appare da un momento
all’altro, ma sembra sbucare dal profondo del mare. E poi ci
sono i satelliti nello spazio, e quei robot che ti piacciono tanto
che hanno mandato su altri pianeti e hanno fotografato il nostro.
Papà non vuole dire bugie, è solo convinto delle sue idee
e noi le rispettiamo, anche se sono sbagliate.
– Papà, – disse Gaia – i robot non sono capaci di dire bugie,
vero?
Il papà aprì la bocca e alzò un indice. La mamma lo fulminò
con lo sguardo, e lui sorrise, lasciando andare il fiato.
– No tesoro, i robot non dicono bugie.