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Vite addomesticate: Ginevra

10 racconti, 10 storie di vite addomesticate dalla pandemia e connesse da fili a volte impercettibili ma dalla forza inaspettata.

Ecco la seconda delle dieci “vite addomesticate” raccolte nel volume curato da Irene Renni, in uscita per la nostra collana di narrativa, con racconti di Eleonora Firinu, Francesco Manuele Purita, Andrea Solfanelli, Federica Micciché e David Gallarello.


Capitolo secondo
Ginevra

Maledetta quarantena, non ne posso più. Prigioniera delle mie stesse mura. Ma no, mento a me stessa… dovrei dire maledetta me, ancora prigioniera di me stessa.

Sono partita bene, piena di propositi: sono persino riuscita a smettere di fumare, finalmente! Dopo anni di tentativi, cerotti, consulenze, ipnosi, ci voleva la quarantena per liberarmi dalle sigarette. Anche per l’attività fisica inizio a trovare un ritmo, trovo il tempo, un tempo tutto mio: ginnastica la mattina, doccia rigenerante, telelavoro da casa e seduta di yoga la sera. Ma le giornate sono lunghe, il fine settimana soprattutto. Per questo mi sono messa a riordinare, o meglio ricatalogare, la libreria, con il mio inevitabile rigore.

Ho bisogno di struttura e questo mi sembra il momento migliore per fare le pulizie di primavera con “calma”.

Ma io non sono calma: spolvero, disinfetto, impilo, svuoto, riempio di nuovo, con criterio certo, in ordine alfabetico. Mi perdo, robotica, nella frenesia dell’azione. Estatica evasione da me stessa, interrotta da qualche melodico squittio «mamma, mangiamo/giochiamo/usciamo».

Pausa.

Sfoglio le vecchie agende. Minuziosi resoconti di anni sofferti. Sbrodolate alcoliche di un’esistenza consacrata alla malinconia. Non riesco a buttarle quelle agende, e neanche a riporle. Forse è l’occasione per rileggere il passato, il mio, quello da cui credevo di essere sfuggita. Non le riapro dall’ultimo trasloco, quando pensavo di aver messo il punto a capo per poter ricominciare. Ma i libri sono prevalentemente suoi, parlano di lui, così come i miei quaderni. La polvere mi ricorda che è andato, svanito come un soffio nel vento.

Ho paura, richiudo l’agenda del 2014, relegandovi dentro quel vortice pericoloso. La poso religiosamente sul mio comodino, per leggermela con “calma”. Ancora l’illusione di concedermi calma. Ho l’affanno, il respiro corto, devo sedermi, forse ho questo brutto virus. Ecco sicuro, cazzo… Tommaso! Non posso lasciarlo solo.

Ma no, ragiona, mi dico, hai sempre avuto l’affanno, fin da piccola cerchi di inseguire ogni pensiero con le parole, sottoponendo il respiro a un allenamento estenuante. Calma, calmati, devi calmarti, così peggiori tutto. Ma come? Un bicchiere di vino, bianco, un elegante e raffinato Chablis, il mio preferito. Meno male che ho fatto la spesa stamattina, rapida per non lasciare troppo a lungo il piccolo a casa da solo. Guanti, mascherina, gel idroalcolico, tempo mezz’ora e di nuovo a casa. Un salto alla cantina biologica, perché adesso basta con i cartoni scadenti, meglio puntare sulla qualità, doc e compagnia, almeno il gusto avrà la meglio sulla quantità.

Stappo la bottiglia, riempio il bicchiere, con lo stesso automatismo incontrollato, assaporo… Ah! Già mi sento meglio, mi siedo sulla poltrona vicino alla finestra, intravedo il fiume, il silenzio insolito, qualche cane che porta a spasso il padrone. Il sole tramonta, ma non lo vedo, lo intuisco dal cielo arrossito, intimidito dai tetti riscaldati dalle vite recluse.

Sul balcone di fronte una donna con ampi passi da granchio esplora le direzioni nello spazio, sembra quasi levitare con movimenti senza peso, ora spezzati ora fluidi. Gli arti sottili si snodano, si slanciano nell’aria e si intersecano tra loro, ondeggiando sull’improvvisato palcoscenico.

Il suo corpo sfodera una tecnica esemplare, accentua la meccanica disarticolata imposta dalla danza contemporanea, per sposarla con il morbido candore del balletto classico. Alle sue spalle, dall’interno del suo appartamento modesto ma elegante, un uomo affonda l’amore in una telecamera, per catturare ogni gesto sinuoso di questa danza elfica. Tuffandosi nella luna delle sue stesse braccia avvolgenti, lei mi scocca un sorriso fresco d’estate. Annuisco alla sua poesia e mi ritraggo imbarazzata dall’ondata invidiosa che mi pervade mio malgrado.

Mi lascio alle spalle l’immagine aerea della ballerina e ricerco l’armonica leggerezza del fine settimana. È l’ora della ricetta su Skype con Claudia. È sempre lei che decide il piatto, perché lei sì che sa cucinare e infatti si vede: non esce più, l’obesità la inserisce nella lista delle persone a rischio. Ma tanto non usciva neanche prima, il marito continua a fare la spesa. Lui beve le sue birre in salotto mentre Claudia stappa la sua bottiglia di rosso per cimentarsi nella preparazione della cena virtuale del sabato sera. Parliamo, ridiamo, brindiamo, Tommaso saluta Nadia, sua coetanea. Un’illusoria breccia di normalità, il nostro appuntamento settimanale rimane sacro, lo schermo è l’unica variante. Anche ora, come tradizione vuole, due bottiglie di rosso per lei, due di bianco per me, e cin… è il weekend. Me lo sono meritato.

Tommaso sciorina complimenti leccandosi i baffi: «sei la migliore cuoca del mondo, mamma!» Ma io non ne sono convinta, il piatto di Claudia è sicuramente più gustoso, la cucina non è mai stata il mio forte, comunque avrei potuto fare di meglio.

In compenso tutto è in ordine, Tommaso dorme, i piatti lavati, tutto perfetto, come uno specchio. Ma io non posso specchiarmici. Vedrei un riflesso ben lontano dalla perfezione, impegnata a lavar via ogni traccia di melma per convincermi di essere una brava madre. Apro un’altra bottiglia, solo per rilassarmi, devo pur fermarmi. Accendo la TV, ma parla da sola, riempie il vuoto sonoro, non riesco a concentrarmi, c’è troppo rumore dentro di me. I pensieri ruggiscono in un flusso disordinato.

Meno male che Tommaso è ancora piccolo. Forse non vede, ma io so che sa. Glielo leggo negli occhi grandi e blu, lo conosco quello sguardo, lo stesso di suo padre. Fissa il vuoto, la fronte corrucciata, i denti stretti come a voler trattenere i brutti pensieri in una morsa. Una ciocca bionda si ripiega sugli occhi ombrosi, come una persiana socchiusa. Il tormento dei suoi abissi inonda lo sguardo: un mare in tempesta! Riesco a scorgervi la spuma che infligge tutta la sua violenza a uno scoglio. Forse sono io quello scoglio, anzi ne sono sicura, per entrambi, figlio e marito.

Non ho voluto vedere, ma ora lo so, che il tuo male era il mio e il mio il tuo. Ti rivedo, come in una sequenza al ralenti, la tua silhouette slanciata, longilinea, tuffarsi con eleganza giù dalla collina. Come un gabbiano ti immagino in picchiata verso il mare, forse così hai trovato la libertà. Puff, sparito nel vuoto, il nulla, per cinque giorni il tempo si è paralizzato e io con lui.

Anche tu eri bravo a non lasciare tracce e a sospendere il tempo. Ricordo poco di quell’attesa, solo che io non c’ero più. Abbagliata da pensieri fluttuanti, evasi dal mio corpo che agiva in automatico. Senza pilota. Una lettera di commiato, l’inchiesta della polizia finché, cinque giorni dopo la tua scomparsa, un gruppo di ciclisti ti ha avvistato raccolto da un albero, intrappolato tra le fronde, ma libero dagli abissi.

Così mi hai lasciata, convertita in giovane vedova con un figlio di un anno e mezzo. Ora ne ha otto, non ricorda nulla di te e ti odia per questo. Mi odia perché non riesco a odiarti o perlomeno a dimenticarti e ad andare oltre.

Riempio fiumi di pagine costellate da gocce di lacrime e vino. Un altro di quei famosi quaderni che conservano le tracce insopportabili delle notti in cui mi abbandono a te, crogiolandomi nella malinconia, abbandonata da te. Per questo poi le agende finiscono nel dimenticatoio impolverato degli scaffali, come quella dell’anno della tua morte, resuscitata sul mio comodino.

Non le rileggerò, neanche stanotte. Mi piace pensarle come complici ancelle, custodiscono tutto ciò che il giorno dopo preferisco non ricordare. Levo ogni traccia, benedetto blackout! Un’aspirina per alleviare il mal di testa e il senso di frastuono, le bottiglie occultate nella differenziata e hop, di nuovo la maschera senza specchio.

Riemergo.

«Buongiorno Tommi, amore della mia vita, oggi è domenica».

Lo amo più di ogni altra cosa, mio figlio è la mia bussola, la mia granita fresca in un giorno di arsura. Profuma di stelle e di mare ed emana spensierata tristezza. Mi affanno per tentare in tutti i modi di preservarlo dalle mie tenebre, occultando ogni prova schiacciante delle mie scappatelle alcoliche. Lotto con il continuo senso di colpa, conto i bicchieri, ma a volte perdo il conto, troppi!

Mi attivo comunque per le pulizie domenicali, cambio la lettiera e le lenzuola, aspiro i peli di Cleo, in primavera perde batuffoli di neve. È una vecchia gatta diffidente ma dolce; ha un occhio marrone e uno azzurro e orchestra fusa con uno sguardo da sfinge annoiata. Tommaso la adora, anch’io le voglio bene, mi ha conosciuta single, giovane, innamorata, sposa, incinta, impaurita, ubriaca, disperata, combattiva, fiduciosa, disillusa. E lei sta sempre lì, appollaiata sulla spalliera del divano, mimetizzata col candore del muro. Troppo bianco, troppo vuoto.

«Tommi, che dici se appendiamo la Notte Stellata di Van Gogh?» Era il quadro preferito di suo padre.

«Come vuoi», fa lui con quella sua aria vagamente svogliata. In verità penso che legga la spossatezza nel gonfiore dei miei occhi.

Faccio finta di niente, prendo il trapano con determinazione e finta disinvoltura e forzo tremante l’ostilità della parete, fino in fondo. Merda, ha ceduto. Per poco non perdo l’equilibrio.

«Mamma! Hai trapassato il muro da parte a parte».

Cazzo, cretina maldestra! Ma che volevo dimostrare? La testa continua a scoppiarmi, ma devo dire qualcosa al vicino, dall’altra parte della parete.

«Mi scusi davvero, sono desolata. Penso di non aver mai cercato di appendere un quadro al chiodo e si vede. In queste giornate di reclusione vengono strane idee. Provvederò a ripararlo quanto prima, credo dovrei comprare dello stucco… sa se al supermercato si trova? È che esco poco, sono sola con mio figlio e cerco di non portarlo con me».

Ci mancava solo il buco aperto sulla vita del vicino, non sono mai stata dotata per i lavori manuali. Ho usato una punta troppo larga, guarda che cratere, porca puttana!

«Non si preoccupi, ognuno riempirà i propri vuoti, lei stucchi la sua parte, io stuccherò la mia».

Che voce calda e pacata. Il contrario della mia, squillante e frenetica. Bene, non avrei avuto l’energia per discutere. Non rispondo.

Non preoccuparmi! Vorrei tanto. Ad ognuno il suo vuoto, io vivo nel vuoto pieno di me stessa.

Svuotata da stanotte, lotto per ricostruire gli argini distrutti dal fiume in piena. Troppe emozioni, troppi ricordi. Meglio dimenticare, fino alla prossima crisi.

«Tommaso vieni, usciamo a prendere un po’ d’aria, al buco penseremo dopo».

L’osservo, mentre palleggia contro il muro di un parcheggio deserto. Duecento metri da casa. Solo duecento, non di più, non di meno: il confine esatto imposto dall’emergenza sanitaria. Oddio, l’autocertificazione! L’ho dimenticata a casa. Speriamo non mi facciano la multa…

Il ritmo dei palleggi è costante, batte il tempo, il mio cuore si sincronizza sulla frequenza, il respiro anche. Un po’ di pace.

Il mio bambino… risplende sotto un gregge di nuvole chiare. Molleggia sinuoso, slanciato, trasuda arcobaleno infondendomi calore. Non c’è nessun altro, l’epidemia svuota le strade, ma non mi dispiace, anzi. Solo noi due, insieme soli.

«Mamma, rientriamo? Ho fame».

Camminando verso casa, complici nel silenzio condividiamo i pensieri. O almeno mi piace pensare che sia così.

Apro il frigo, pesco qualche avanzo per comporre un pasto completo, ci tengo che Tommi mangi bene. Io non ho fame.

Suona il campanello.

«Ciao, sono Lia Rosa, mamma ha fatto il couscous in abbondanza e mi ha mandato su a portarvene un po’. Te lo lascio qui davanti alla porta».

«Grazie cara, che bel pensiero, ringrazia tanto mamma, poi vi riporto il piatto».

Liliana, una decina d’anni più di me, vive nell’appartamento di sotto. Cresce da sola le sue gemelle adolescenti, ma il padre ogni tanto torna. Lia Rosa ed Emma Luisa o una cosa del genere. Che razza di nomi, comunque! Non mi sono mai piaciuti i nomi composti, ancora meno quelli che cozzano tra loro. Il suono è importante. Le ragazze sono dolci, si occupano di Cleo quando partiamo in vacanza. Con la madre ogni tanto fumavamo insieme, io in finestra lei in balcone. È una delle poche fortunate ad averne uno. Adora cucinare e spesso ci manda su qualcosa, io ogni tanto ricambio con una crostata o delle madeleine. Ho la nausea, la tristezza mi è scesa nello stomaco, ma la testa va meglio.

Vabbè, il couscous lo tengo per domani, magari mi viene fame e così abbiamo il pranzo pronto. Grazie Liliana, per questo cerotto di generosità.

Vado a sdraiarmi, gli odori mi invadono gli occhi.

Squilla il telefono.

«Ciao mamma, rispondo solo perché sei tu, tutto bene?»

«Pronto Ginevra, mi senti?»

«Sì, mamma, io ci sono e tu? Come stai?»

«Bene tesoro e tu? Il mio nipotino adorato?»

«Bene, siamo appena rientrati… Sono un po’ stanca, oggi non è giornata».

«Mhmm, mi dispiace! Io respiro di nuovo, Corrado è tornato a casa sua».

«Ma avete litigato?»

«Ma no, lo sai che io non litigo mai. È una perdita di tempo. È solo che la convivenza forzata iniziava a pesarmi, lo sai come sono fatta. Ci concediamo un po’ d’aria».

«Si forse è meglio così, l’importante è che stia bene tu. Ti passo Tommaso, così lo saluti. Mi connetto domani per la seduta di yoga, solita ora. Meglio di niente, mi manca vederti».

«Anche a me, riposati, pulce».

«Amore, vieni c’è la nonna al telefono».

Sapevo che non avrebbe resistito, poi a casa sua… Non le ho detto niente quando, all’inizio della quarantena, hanno deciso di rintanarsi insieme, come fosse un gioco.

Mi stupisce che sia riuscita a resistere quasi un mese, dopo quasi due anni di relazione in case separate. Corrado batte tutti i record. Come un maratoneta paziente e discreto è riuscito a insinuarsi in quell’angolo di cuore disponibile. Per il momento, per quanto possa durare. Mamma è sempre stata così, piena d’amore per tutti ma in fondo per nessuno. Apre una porta e poi la richiude dietro di sé, senza troppi strascichi. Ho visto sfilare e defilarsi amanti di ogni sorta, per un periodo anche una donna. La definisco la sua “fase lesbo” così lei si stizzisce.

È il suo modo per sentirsi libera, segue l’istinto, dice… il legame provoca prigionia. Solo a me, unica figlia, ha consacrato il privilegio dell’esclusività.

È una donna imponente ma leggera, sprigiona l’ambiguità disinvolta di un felino. Traspira una spontanea dolcezza fredda. Divora anime con gli occhi color catrame. Con uno sguardo riesce ad estirpare a chiunque ogni segreto più infimo e a restituirglielo depurato. Ha il potere di rigenerarsi leccando le ferite altrui. Come se ogni canale sensoriale generasse e assorbisse energia, fluendo da dentro a fuori, da fuori a dentro. Una sorta di flusso costante che oscilla da sé all’altro e dall’altro a sé. Volubile in amore e nella professione. Scelte ramificate di un unico percorso: barista, flautista d’orchestra, insegnante di canto, massaggiatrice shiatsu, formatrice mindfulness e ora insegnante di yoga. Mi piace seguire le sue lezioni su Youtube, respiro l’illusione di non esserle figlia. Mia madre accarezza la vita impastandola di senso. Non ho mai capito come faccia. La sua calma mi ha sempre fatto incazzare.

Il buco nel muro attira la mia attenzione, riportandomi alla realtà. Fino ad oggi non avevo mai pensato che qualcuno potesse vivere dall’altra parte della parete. Prima ho sbirciato, lo confesso, arrampicata, con i piedi affondati nel cuscino del mio divano. Non potevo resistere. Un grande orologio sul muro di fronte troneggia su un’elegante credenza di legno massello che ospita solo un televisore obsoleto e un telefono a fili. Un libro aperto sotto un cranio calvo e lucente. La sua poltrona è proprio contro la mia parete. Cioè la sua, al di là della mia.

Mi rannicchio nel divano, la mia schiena contro la schiena di un estraneo. Il fruscio delle sue pagine culla la mia stanchezza.

***

È venerdì, giorno di mercato. Faccio la fila per recuperare le verdure ordinate su internet, mimetizzata tra i tanti fantasmi allineati. Uno sguardo sorridente guizza al di sopra della mascherina.

«Buongiorno Signora Pariso, ha il numero del suo ordine?»

«Buongiorno, 6130!»

«Prego, ecco le sue verdure, le ho messo anche delle fragole, fresche di orto! Le auguro un’eccellente giornata».

«Grazie, buona giornata anche a lei, alla settimana prossima!»

La ragazza del mercato riconosce i miei occhi, o forse mi identifica grazie alla fantasia della mascherina cucita sommariamente da me.

Mi piace molto il suo modo di farmi sentire persona e non un semplice e anonimo numero di serie. Se mi vedesse la sera volteggiare calici stracolmi come un’equilibrista estraniata da sé, forse non mi guarderebbe nemmeno. Invece pronuncia il mio cognome con affettuoso rispetto, dandogli un suono nuovo. In effetti, ho sempre odiato il cognome di mia madre. Vi ho sempre letto la beffa della sua solitudine ostentata.

Sono nata nell’incontro tra un soffio di flauto e un battito di tamburo. La mia nascita è stata lo scontro tra luce e buio di una passione travolgente durata per anni. Giacomo ha sempre continuato a ronzare intorno a mia madre, apparendo e sparendo a intervalli più o meno regolari. Non sono mai riuscita a crearmi un posto chiaro nelle loro danze arruffate, nelle fitte trame strazianti dei loro dibattiti carichi di qualcosa di intangibile. Io, unico frutto reale, mi sono rassegnata al ruolo di testimone impotente di un’unione impossibile. Ho rinunciato da tempo al desiderio di considerarlo padre. Lui è la vita e la morte che mi scorrono nel sangue. Nient’altro.

Il disordine delle loro diatribe ha animato il mio caos ordinato. Non è un caso forse se mi affanno a organizzare tutto, anche nel lavoro. Ricucio le parole degli altri per restituire loro un senso perduto. Logopedista, pedante sarta del linguaggio altrui. Mi piace tessere cammini alternativi per riabilitare una logica spezzata. Penso di essere brava con i pazienti, ma con me stessa non funziona, perdo spesso il filo del mio fluire e come Penelope ogni notte disfo la mia tela diventando preda di me stessa.

«Mamma, il signore oggi dorme più di Cleo»

«Il signore chi?» Sobbalzo, mentre torno alla realtà.

«Il nostro vicino, il signore nel buco».

«Sarà stanco amore, lascialo riposare e smettila di spiarlo, è pronto il pranzo».

Povero vicino, scrutato di giorno dall’innocenza di mio figlio e spiato di notte dalla mia ebrietà. In questo siamo uguali, avidi pirati di vedetta appollaiati sul divano, con la speranza di carpire il suo torpore e risucchiarglielo via dal binocolo nel muro. Devo interrompere questa astrusa connessione, ma ora non ho forze. Ci penserò più tardi.

E più tardi…

«Mammaaaaa, il signore dorme ancora!»

«Tommaso, ora basta! Oggi pomeriggio andremo a comprare lo stucco!»

«Anzi, vieni, andiamo a vedere se ne rimane un po’ nello sgabuzzino, è ora di finirla di curiosare nella vita del signore. Pensa se se ne accorge che figura…» Sussurro per paura di essere sentita.

«Eccolo, vedi? Mi sembrava che ne rimanesse un po’ dal trasloco. Vai a prendere una ciotolina d’acqua che facciamo un bel lavoretto da muratori».

Ne approfitto per sbirciare, un’ultima volta. In effetti è un po’ strano, ha la testa accasciata sul bracciolo della poltrona. È la prima volta che vedo i suoi lineamenti morbidi, una scia di cioccolata contorna labbra sottili, sorridenti.

«Starà sognando. Piccolo mio, non preoccuparti, ora vai a giocare e non pensarci più», gli dico massaggiando il muro con l’ultimo strato di stucco.

È sera e da tutto il giorno non riesco a pensare ad altro, sta diventando un’ossessione, e se fosse davvero successo qualcosa? Il silenzio mi assorda, mi ero abituata a sentire i movimenti discreti di quell’uomo. Mi piaceva il nostro segreto rituale, uno sguardo nel suo vuoto per poi addormentarmi contro il suo libro. Era il mio modo di approdare nella sua isola calma dopo i miei naufragi burrascosi.

E ora? Il silenzio a cui aggrapparmi, senza torpore. Il mio vuoto, solo, senza il suo. Impossibile dormire. Il freddo si insinua in me, risvegliando l’assenza, il vuoto dell’attesa raggelante. Conto, ricalcolo nell’affanno. Era domenica scorsa, sì, ne sono sicura: sono passati cinque giorni dal buco nel muro! E cinque giorni avevo dovuto aspettare, prima di poter seppellire il mio amore.

Sembra impossibile… devo verificare. Ora posso muovermi, è la porta accanto. Sicuramente non è niente, Tommaso dorme. Vado, verifico e torno, lascio la porta aperta ma prendo le chiavi, non si sa mai…cazzo, rispondi, ti prego. Niente, non sente e non apre. Non sento neanche più il suono del campanello, solo il suo silenzio e il mio cuore che esplode lento.

***

Sono passati due giorni da quella sera e non riesco a togliermi dalla testa quel momento, né tantomeno il chiodo fisso che proprio cinque giorni sono trascorsi dallo spiraglio nel muro del vicino allo stucco che ha sepolto il suo respiro. Non saprò mai come, perché, quando.

I soccorsi mi hanno rimandato a casa senza spiegazioni. Dallo spioncino della mia porta, ho letto la desolazione negli occhi velati del ragazzo in tenuta da astronauta che si è portato via la barella riempita dal vuoto del vicino. Un’altra parte di me è scivolata via da me per infilarsi sotto quel lenzuolo impregnato di morte fresca. Se non avessi voluto appendere quel quadro forse mi sarei risparmiata tutto questo…

Lo squillo del telefono mi riporta al mio presente. «Pronto Antonella?»

«Ciao, come stai?»

«Insomma, e tu?»

«Stamattina non so perché ho ripensato ai miei tredici mesi e quattro giorni di inferno».

«Sarà la clausura forzata».

«No, questa situazione non ha nulla a che fare con il carcere. Parlano di prigionia quelli che si sono sempre sentiti liberi e io, anche prima della detenzione, non lo ero, e neanche tu».

«Forse hai ragione, resta il fatto però che è chiaro che ti vergogni di ciò che sei stata».

«Mhmm, e chi non lo fa? Secondo te la farfalla racconta a tutti di essere stata un bruco?»

«Non fare la furba con me e poi non ti ho mai vista svolazzare tra i fiori».

Silenzio… «Ci sentiamo Ginger, ti abbraccio».

Riattacco, grazie amica mia. Sei l’unica a chiamarmi così e a farmi sentire speciale per un attimo, in ogni caso meno sola. Sappiamo entrambe che ognuna di noi rimane impigliata nella sua stessa crisalide, melma cristallizzata in un bozzolo che annida speranze di metamorfosi. Prima o poi svolazzeremo davvero, credo, riappacificate con la vita e la morte. Forse proprio quando non brameremo più libertà, magari alla fine di questa maledetta quarantena.