Immigrazione e parole chiave. Il commento di Angelo Scotto

Tre domande ad Angelo Scotto sulla percezione del fenomeno dell’immigrazione in Italia attraverso tre termini ricorrenti: emergenza, sicurezza, identità.

Il tema dell’immigrazione è da anni molto sentito nel nostro Paese ed è occasione di dibattito politico e pubblico. Abbiamo raccolto tre parole chiave per altrettanti spunti di discussione legati al fenomeno, partendo dal volume Emergenza permanente. L’Italia e le politiche per l’immigrazione, pubblicato all’inizio di settembre nella collana Saggi.

Oggi riportiamo le risposte dell’autore del saggio, Angelo Scotto, ricercatore in Scienza politica presso l’Università degli Studi di Pavia. Nelle prossime settimane posteremo le riflessioni di altri nostri autori e lettori, per dare vita a un confronto aperto.

Emergenza. «Secondo i dati aggiornati al 1 gennaio 2017, gli stranieri residenti in Italia sono 5.047.028, l’8,3% della popolazione complessiva. A essi si aggiungono i migranti forzati inseriti nel sistema di accoglienza: circa 180.000 nel 2017 (IDOS 2017), e i migranti irregolari, il cui numero attuale è stimato intorno ai 435.000 (ISMU 2012; 2017). […] È importante notare che la crescita dei residenti immigrati è piuttosto sostenuta sino al 2014, mentre negli anni successivi, pur continuando ad aumentare, lo fa con ritmi più lenti: tra il 2014 e il 2017 risultano circa 125.000 stranieri residenti in più; l’aumento era stato di 534.000 unità tra il 2013 e il 2014».

C’è dunque un’emergenza migranti nel Paese? Quali sono i fattori che spingono una larga fetta della popolazione autoctona italiana a considerare il fenomeno in termini emergenziali?

«Se emergenza c’è, non è nei numeri, ma nell’approccio politico alla gestione dell’immigrazione. Certamente i numeri dei richiedenti asilo dal 2011 in poi sono cresciuti rispetto al passato, ma i problemi pratici sono legati soprattutto ad un sistema in cui l’accoglienza ordinaria (quella della rete SPRAR) è in grado di coprire solo una piccola parte degli arrivi, mentre la maggioranza viene gestita nell’ambito dei centri di accoglienza straordinaria, dove gli strumenti e i servizi per facilitare l’inserimento sociale dei richiedenti asilo sono più rari e più complicati da gestire.

L’inadeguatezza del sistema di accoglienza italiano non può essere imputato solo alla imprevedibilità degli eventi politici che hanno scosso il Nord Africa e il Medio Oriente: che il nostro Paese sia in una posizione centrale nelle rotte delle migrazioni (tanto economiche quanto forzate) è un dato di fatto e riconosciuto da decenni, ma a cui non si è risposto con una evoluzione adeguata del sistema di controllo e accoglienza. La conseguenza è che, nel momento in cui c’è stata una crescita costante e non solo momentanea degli arrivi, si è creato un sovraccarico di lavoro sugli enti pubblici coinvolti, a partire dalle questure, e anche la distribuzione dei richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale, una pratica adottata già per gli arrivi in massa dall’Albania dei primi anni ’90, ha causato una pressione eccessiva anche sulle amministrazioni locali, soprattutto nei comuni più piccoli con meno risorse e competenze per gestire una presenza di questo tipo.

Spesso, quando si parla della percezione negativa dell’opinione pubblica italiana nei confronti dell’immigrazione, si punta l’indice solo contro il modo in cui i media descrivono il fenomeno. Di certo è uno dei fattori rilevanti, ma quanto detto sopra fa capire che è solo parte del problema: alla base vi è piuttosto quello che possiamo definire ‘approccio emergenziale’, ovvero la tendenza a non affrontare in maniera sistematica un tema sino a quando le problematiche ad esso legate non diventano tante e tali da costringere ad agire con provvedimenti contingenti e di corto respiro. Questo approccio ha interessato diversi settori di policy in Italia, e nel caso della gestione dell’immigrazione ha riguardato non soltanto i richiedenti asilo, ma anche la gestione dei migranti economici. In un certo senso, affrontare in questo modo l’immigrazione produce emergenza, a prescindere dai numeri, e quindi è normale che anche a livello di opinione pubblica il fenomeno sia vissuto come tale».

Sicurezza. «Tra i temi connessi all’immigrazione, la questione della sicurezza è quello che ottiene più risalto rispetto all’effettiva salienza. Questo poiché l’espressione concreta del problema riguarda spesso casi di cronaca che ottengono una forte esposizione mediatica. […] La presenza di immigrati determina un aumento del numero e della frequenza di reati nella società ricevente? Gli immigrati tendono a delinquere più degli autoctoni?»

«I dati sul numero di reati spesso possono essere letti in modi diversi, a seconda di quale chiave di lettura si voglia privilegiare. I critici dell’immigrazione noteranno che la percentuale di reati compiuti da stranieri, anche se minoritaria sul totale, è comunque più alta della percentuale di residenti stranieri sul totale della popolazione, segno che gli immigrati delinquono effettivamente più degli autoctoni. I fautori dell’accoglienza risponderanno facendo notare che, comunque, il numero di reati è in costante calo da anni, a dimostrare l’inesistenza di un’emergenza sicurezza, legata o meno all’immigrazione.

Si tratta di posizioni che semplificano il tema in egual misura, anche perché un’analisi più corretta richiederebbe di considerare non tanto i dati aggregati sulle attività illegali, ma piuttosto sulla base della distribuzione geografica e per tipologia di reato. A prescindere dalle considerazioni sui numeri, però, qui giova ricordare un dato più generale: la ricerca sociale ha da tempo evidenziato il legame tra alcune caratteristiche individuali e la propensione a delinquere. In particolare, gli individui maschi di giovane età e senza legami sociali e familiari forti hanno tassi di criminalità più alti della media; è un dato che emerge in nazioni, società e culture diverse. Tale dato è sicuramente da tenere in conto quando si analizza l’impatto sociale di alcuni flussi migratori in cui la componente maschile e di giovane età è maggioritaria, come nel caso della recente crisi europea dei rifugiati. Un altro fattore importante è lo status legale: chi risiede irregolarmente nel Paese ricevente è più esposto a compiere atti illegali o criminali, per scelta o per obbligo.

Queste considerazioni descrivono una realtà complessa: ci dicono che sì, gli immigrati tendenzialmente possono compiere più reati degli autoctoni; ma non si tratta di una predisposizione connaturata, e anzi politiche legate all’inclusione sociale (dalla facilitazione dei ricongiungimenti familiari a maggiori possibilità di immigrazione legale) possono colpire i fattori criminogeni, quindi aumentare la sicurezza sociale complessiva più di misure strettamente repressive».

Identità. «Un tema legato alla presenza straniera che è meno facilmente analizzabile con parametri quantitativi, ma non per questo è meno presente nel dibattito pubblico: si tratta dell’influenza che il fenomeno migratorio eserciterebbe sulla cultura e l’identità dei paesi di destinazione, con il rischio annesso di indebolire o eliminare quella autoctona. […] A livello di politiche pubbliche il confronto principale […] verte sui diversi modelli di integrazione culturale, dove i principali sono il multiculturalismo e l’assimilazionismo. […] Il multiculturalismo prevede il riconoscimento e il rispetto di tutte le culture delle minoranze che esistono nel Paese. […] Le politiche assimilazioniste limitano le culture minoritarie alla sfera privata e richiedono agli immigrati la piena adesione alla cultura del Paese ospitante».

Verso quale posizione si dirige l’Italia? Quali sono quotidianamente le posizioni degli italiani (sul posto di lavoro, a scuola, nel quartiere di residenza) rispetto all’identità culturale degli immigrati? E viceversa?

«Le politiche dell’identità sono legate a stretto giro a quelle sulla cittadinanza. Da questo punto di vista, l’Italia è in mezzo al guado, oscillante tra un approccio universalista sulle politiche sociali, in particolare ma non solo quelle sanitarie, e uno invece di chiusura per quanto riguarda l’accesso alla cittadinanza in senso stretto, con la recente mancata introduzione del principio dello jus soli moderato, l’ultimo di numerosi tentativi di riforma della legge sulla cittadinanza del 1992. Anche a livello di politiche locali non vi è una tendenza univoca, ma piuttosto una pluralità di comuni grandi e piccoli che hanno cercato di creare modelli propri di riconoscimento e valorizzazione della presenza straniera e della diversità culturali e altri che invece hanno adottato o cercato di adottare normative volte a favorire la separazione, se non addirittura la subordinazione, dei cittadini stranieri rispetto a quelli autoctoni; e questo soprattutto nell’ambito lavorativo (si considerino le cosiddette ordinanze “anti-kebab” nel 2009 — 2010) e nell’accesso alle politiche sociali.

Una simile ambivalenza si può osservare anche scendendo dall’ambito politico a quello della vita quotidiana: se da un lato le cronache raccontano purtroppo l’aumento di casi di intolleranza e discriminazione, a volte anche violenti, dall’altro tali episodi sembrano meno presenti proprio nei luoghi dove maggiore e più consolidata è la compresenza di stranieri e autoctoni: i luoghi di lavoro e la scuola, che si confermano essere importanti vettori di integrazione.

Più in generale, nonostante alcuni dei più attivi soggetti politici anti-immigrazione declinino in termini identitari la propria azione, a livello di opinione pubblica il sentimento di ostilità verso il fenomeno risulta essere legato soprattutto a timori materiali, riguardanti la sicurezza o lo stato sociale. Nel momento in cui tali timori vengono meno, il processo di integrazione sociale dei migranti può essere in grado di superare anche i limiti delle politiche e delle amministrazioni, come dimostra l’esempio dei migranti albanesi, oggetto di paure e ostilità negli anni ’90 e oggi quasi perfettamente inseriti nella società italiana».

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