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Il peso della distanza – Il richiamo di casa

Ecco il secondo capitolo del romanzo Il peso della distanza di Gaetano Ferrara!

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Il richiamo di casa

Se c’è stato un momento preciso in cui ho capito davvero di essere lontano, è stato il primo mattino in cui ho aperto la finestra e non ho sentito il mare. Non era solo l’assenza di un suono, ma quella di un’identità. Perché il mare non si vede soltanto: si sente, si respira, si vive.
Il mare ha un sapore anche nell’aria, e a casa mia bastava poterlo anche solo respirare per sentirmi al sicuro. L’odore salmastro che ti pizzica il naso, il vento che sa di orizzonte e promesse, quel rumore sordo delle barche in lontananza, mescolato alle voci dei pescatori e al richiamo dei gabbiani. Tutto questo era parte di me, di ciò che ero, di ciò che avevo sempre avuto attorno senza doverlo cercare.

Qui, al Nord, nel cuore grigio della pianura padana, l’aria non parla. È pesante, ferma, senza profumo. Non ha sapore, non ha storia. Non c’è spazio per l’azzurro, solo cieli grigi e statici, sempre uguali a se stessi. Cieli che non raccontano nulla, che non ti accolgono e non ti sorprendono.
Cieli che, giorno dopo giorno, ti chiudono dentro e ti tolgono il respiro.

La finestra che un tempo mi regalava l’immensità di un mare blu, ora mi mostra solo muri grigi, finestre chiuse e silenzi sconosciuti.
E ogni giorno senza mare è un giorno che non sa di casa, è un piccolo lutto che si rinnova, silenzioso e costante. Perché quando sei cresciuto con il rumore delle onde, il silenzio non è pace: è assenza.

Ricordo ancora un giorno triste. Ero di riposo e fuori pioveva. Una pioggia sottile, insistente, che sembrava cadere anche dentro di me. Nonostante il maltempo, decisi comunque di uscire. Non volevo restare in casa a pensare, a farmi travolgere dai pensieri e dalla malinconia.
Presi l’ombrello e feci due passi, solitario tra le strade grigie della città, cercando di camminare via da quello che sentivo. Ma la testa tornava sempre lì: a casa, ai volti familiari, ai luoghi che mi mancavano. La tentazione di mollare tutto e tornare indietro era fortissima. Sembrava l’unica via per ritrovare pace. Eppure, qualcosa dentro di me mi chiedeva di resistere, di stringere i denti. Perché tornare indietro significava rinunciare a una promessa fatta a me stesso: quella di farcela, di vincere. Anche se la nostalgia mi devastava. Spesso passavo le serate in un bar, non tanto per compagnia, ma per non sentirmi solo. Mi sedevo con un gelato in mano a guardare le partite di calcio alla TV, circondato da volti anziani e sconosciuti. Eppure, per qualche strano motivo, quello spazio mi dava un minimo di conforto. Un senso di normalità. Mi aiutava a combattere la nostalgia di casa, anche solo per un’ora.

E poi c’erano le telefonate. Quelle lunghe, fino a tarda sera, con un amico speciale, uno di quelli che ci sono sempre, in silenzio o con una risata al momento giusto.
Parlavamo di tutto e di niente. Ma era proprio quel “niente” che bastava a non farmi sentire solo.
In quelle chiamate c’era una carezza invisibile, un modo per riportare casa un po’ più vicina, anche se solo per voce.

Poi c’erano quelle sere in cui cenavo da solo, ma con qualcosa che profumava di casa.
Un pezzo di caciocavallo avvolto nella carta, una porzione di pasta al forno che mia madre mi aveva preparato e congelato, qualche biscotto fatto in casa chiuso in un barattolo di latta.
Li scaldavo, li aprivo piano, quasi con rispetto. E mentre la cucina si riempiva di quegli odori familiari, mi sembrava per un attimo di essere di nuovo lì, a tavola con loro.
Seduto davanti alla TV, mangiavo lentamente, perdendomi nei sapori, come se potessero raccontarmi qualcosa, come se ogni boccone potesse colmare la distanza. Ma la distanza non si colmava mai davvero. Poi venivano le notti in bianco. Quelle in cui il silenzio diventava assordante, e il cuore pesava più del corpo. Mi chiedevo se ne valesse davvero la pena. Se quella fatica, quella solitudine, quella distanza avessero un senso.
Restare richiedeva forza, ogni giorno. Ma ogni tanto quella forza vacillava. E io vacillavo con lei.
Perché c’è una parte di te che, anche quando si adatta, non smette mai di appartenere altrove.